Interviews – Wait! Fashion https://www.waitfashion.com Talenti e avanguardie creative Thu, 22 Feb 2024 11:44:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.4.3 Meet the brand: Halíte – make it salty! https://www.waitfashion.com/meet-brand-halite-make-salty/ https://www.waitfashion.com/meet-brand-halite-make-salty/#respond Thu, 15 Feb 2024 16:51:10 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=122706 Essenziale, ma preziosa. Disinvolta, ma curata. Semplice, ma ricercata. L’anima poliedrica di HALÍTE racchiude in sé tutti questi aspetti, proprio come la sua terra d’origine. Oggi abbiamo incontrato Angela e Antonia, fondatrici del brand di jewels bags. Madre e figlia […]

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Essenziale, ma preziosa. Disinvolta, ma curata. Semplice, ma ricercata. L’anima poliedrica di HALÍTE racchiude in sé tutti questi aspetti, proprio come la sua terra d’origine.

Oggi abbiamo incontrato Angela e Antonia, fondatrici del brand di jewels bags. Madre e figlia unite da una passione comune: creare oggetti estrosi e indossabili per aggiungere un tocco originale anche ai look più minimal.

Conosciamo meglio Halíte!

Ciao Angela e ciao Antonia, grazie per aver accettato il nostro invito e per la disponibilità! Il vostro brand di borse gioiello ci incuriosisce molto! Raccontateci com’è nato Halíte, com’è nata la passione per questo mondo e come vi siete avvicinate

Ciao Silvia, il piacere è tutto nostro!

Il brand nasce nel 2018 senza un progetto in verità, ma solo per gioco. Da sempre io, Antonia, e mia mamma Angela ci divertiamo a realizzare per noi stesse camicine in chiffon o pantaloni in seta, specie in estate. Cercavo una borsa per un’occasione e sembrava impossibile trovarne una che mi piacesse e che fosse adatta. Così ho chiesto a mia madre di realizzarne una con uno scampolo di seta nera. In quel momento è nata la prima borsina Halíte.

Da dove arriva il nome del vostro brand?

La casa in cui sono cresciuta e ho vissuto assieme alla mia famiglia è circondata da bacini d’acqua rosa, piccole montagne di sale e dal mare, in Puglia, più precisamente a Margherita di Savoia, dove ha sede una delle più grandi saline marine d’Europa. Halíte è un grecismo, significa letteralmente “pietra di sale”, ed è usato per riferirsi alla cristallizzazione del sale in natura. Sono questi cristalli salini dall’aspetto prezioso a ispirare gli accessori e i nostri gioielli.

Cristalli salini

A che tipo di persona si rivolge il vostro brand?

Le nostre borse nascono per essere indossate letteralmente da chiunque, per soddisfare un’esigenza, pur restando un vezzo. Esiste una sorta di relazione attiva tra noi e le nostre clienti: proponiamo un’idea di borsa, si sceglie il colore, l’applicazione o l’accessorio e tutto ciò che renderà la mini bag unica per quel momento, per quell’occasione e per il proprio stile.

Qual è l’estetica principale che guida le vostre creazioni?

Ciò che ha sempre guidato l’estetica delle nostre creazioni è il tentativo di contaminare il nostro stile un po’ minimale con un accessorio divertente. Essenziale ma prezioso, semplice ma ricercato. Ci lasciamo ispirare tantissimo dalle tendenze, dai colori, conservando la leggerezza del creare assieme da cui siamo partite.

Qual è l’articolo iconico Halíte?

L’articolo più iconico sicuramente è il modello Mini Sparkling, una borsina a sacchetto in satin con nappe in cristallo. Uno tra i primi realizzati e sicuramente uno tra i più amati anche da noi!

Mini sparkling

Seguite un processo produttivo sostenibile per la realizzazione dei prodotti? Svolgete altre attività green?

Credo non ci sia nulla di più sostenibile del “fatto a mano su ordinazione” per quel che riguarda il processo produttivo. Non esiste esubero, c’è una produzione controllata, artigianale, quindi molto più attenta e soprattutto commisurata alla richiesta. C’è sempre un margine di miglioramento sulla scelta della materia prima, aspetto particolarmente complesso. Nonostante queste nostre accortezze ci stiamo lavorando e impegnando molto, scegliendo dei partners sempre più attenti a questo tema.

Qual è per voi il modo di essere sostenibili e avere uno stile lussuoso allo stesso tempo?

Dipende da cosa intendiamo per lusso. Per noi non c’è nulla di più lussuoso di un capo o pezzo realizzato con materiale di qualità, fatto bene, con cura, quella cura che senti tra le mani. Se questo incontra un prezzo affrontabile, abbiamo la definizione più alta possibile di lusso.

Sapreste indicarci tre aggettivi che contraddistinguono il vostro brand? 

Sicuramente: divertente, essenziale e autentico.

Halite bags jewels

Vi va di condividere con i lettori di Wait!Fashion un aneddoto che ricordate con piacere del vostro percorso?

Si, il momento in cui abbiamo deciso di buttarci. Avremmo rinunciato a tanta bellezza e a tanti incontri speciali se non avessimo deciso di lanciarci in questa esperienza che ci ha dato moltissimo.

Quali sono i vostri obbiettivi e progetti futuri?

Tra i progetti futuri c’è sicuramente quello di inserire nuovi prodotti e migliorare sempre le nostre proposte sotto ogni aspetto!

Quale consiglio dareste a chi vuole lanciarsi in questo mondo così ampio e competitivo?

Passi piccoli, specie se non si hanno molti mezzi per iniziare.

Grazie mille Angela e Antonia per questa chiacchierata!
Oltre a realizzare delle borse super preziose penso che possiate essere da stimolo ed esempio per chiunque! Una chiara dimostrazione che anche nel proprio piccolo si possano fare delle cose straordinarie!

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Meet the brand: Tu Lizé – il militare incontra il romanticismo https://www.waitfashion.com/meet-the-brand-tu-lize-militare-incontra-romanticismo/ https://www.waitfashion.com/meet-the-brand-tu-lize-militare-incontra-romanticismo/#respond Fri, 12 May 2023 10:20:58 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=122451 Oggi noi di Wait!Fashion abbiamo incontrato Beatrice Selini e Camilla Lorenzi, cugine bergamasche, founder e direttrici creative di Tu Lizé. Un brand nato nel 2021 che si è approcciato a nuove tecniche di up-cycling, proponendo una nuova visione della maglieria […]

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Oggi noi di Wait!Fashion abbiamo incontrato Beatrice Selini e Camilla Lorenzi, cugine bergamasche, founder e direttrici creative di Tu Lizé. Un brand nato nel 2021 che si è approcciato a nuove tecniche di up-cycling, proponendo una nuova visione della maglieria dall’ispirazione pop.

Ciao Beatrice e ciao Camilla, innanzitutto grazie per aver accettato il nostro invito e per la disponibilità. Raccontateci un po’ come e quando è nato il Tu Lizé

Camilla: si può dire che siamo “figlie d’arte”, quindi il mondo della moda è sempre stato molto vicino a noi in quanto le nostre mamme sono sorelle e da 40 anni lavorano nell’azienda di famiglia che si occupa della produzione di accessori per conto terzi. Inoltre, abbiamo sempre avuto una propensione e passione per il fashion. Tu Lizé, infatti, nasce nel 2021 quasi per gioco, con la voglia di realizzare delle giacche per noi stesse. Il primo capo creato è stata la giacca mimetica con le maniche in lana crochet e, dopo vari apprezzamenti, abbiamo deciso di realizzare abiti anche per un uso commerciale “amatoriale” riscuotendo un certo successo. Da qui è nata l’idea di crearne un brand. Nel nostro caso è nato, quindi, prima il prodotto e poi Tu Lizé.

Che tipo di background avete avuto? Come vi descrivereste?

Camilla: ho studiato giurisprudenza ma, come anticipato, la moda è sempre stata tra le mie passioni, difatti ho sempre cercato di affiancare questo mondo anche ai miei studi frequentando dei corsi affini come “Diritto della moda”.

Penso di essere una persona molto determinata, proattiva e coraggiosa.

Beatrice: anche per me la moda è sempre stata tra i miei interessi e ho studiato economia in Bocconi con una base di arte, cultura e comunicazione portando come tesi uno studio sul marketing della moda. Successivamente, durante la magistrale in Iulm, tutti i miei corsi opzionali erano in “Fashion Communication” effettuando poi alcuni stage in showroom.

Mi definisco una persona emotiva, pacata, creativa e intraprendente.

Camilla: il nostro modo di essere, la passione comune verso la moda, il desiderio di voler creare qualcosa di proprio e sicuramente il momento storico che abbiamo vissuto a Bergamo durante la pandemia ha dato la spinta necessaria per realizzare qualcosa di nuovo, che fosse stimolante e innovativo.

Da dove arriva il nome del vostro brand?

Beatrice: Tu Lizé non ha un significato reale ma nasce dall’ispirazione del primo crochet che abbiamo realizzato per la SS21 in quanto il disegno del ricamo aveva la forma di un fiore. Studiando i nomi dei fiori ci era piaciuto molto come suonava il nome “tulipè” e giocando con le lettere è nato poi il nome del nostro brand.

A che tipo di persona vi rivolgete?

Camilla: i capi Tu Lizé si rivolgono a una donna dai 40 anni in su alla ricerca di capi originali. Sicuramente questo dettato anche da un fattore prezzo in quanto, essendo degli abiti realizzati a mano, è medio-alto. Nonostante questo è un brand trasversale con un prodotto apprezzato da ragazze giovani fino alla donna adulta.

Beatrice: chi veste Tu Lizé lo indossa per gusto e non per esigenza. Le nostre clienti infatti vengono attirate in negozio dal capo e dalla sua estetica molto forte.

Qual è l’estetica principale che guida le vostre creazioni?

Beatrice: tutti i capi sono sempre molto colorati con la caratteristica principale del crochet che viene lavorato in modi diversi: dalla maglieria fino ai pantaloni, ma i capi più forti sono le giacche, nonché le prime realizzate. Difatti il capo iconico è la giacca mimetica con le maniche in crochet.

L’estetica che guida le nostre creazioni nasce dal tentativo di unire due mondi completamente diversi: il mondo del militare abbinato al mondo del crochet, quindi più romantico, utilizzando anche dei tessuti gessati dal sapore maschile.

In poche parole il nostro stile si basa su forte contrasti.

Tre aggettivi e punti di forza che contraddistinguono Tu Lizé

Beatrice:

  • unicità: in quanto i nostri capi sono unici nel proprio genere e ogni abito è diverso dall’altro per via dell’artigianalità;
  • colorful: abbinamento di contrasti e colori forti
  • innovazione: poiché è prodotto nuovo che nessuno ha mai proposto sul mercato e l’innovazione sta anche nell’abbinamento contrastante del mondo militare e del crochet, universo totalmente romantico

Questi tre aggettivi racchiudono appieno i nostri punti di forza!

Da dove e da cosa parte la vostra ispirazione?

Beatrice: dietro ogni collezione c’è una forte ricerca. Ogni capo è realizzato a nostra immagine e somiglianza, quindi l’ispirazione è molto personale e se noi per prime lo indosseremmo.

Le nostre collezioni richiamano molto l’ambiente naturalistico, difatti troviamo spesso le tonalità del marrone, dei verdoni, e dei grigi per l’inverno, mentre per le stagioni più calde i colori si accendono e sbocciano i fiori.

Nel mondo del fashion si parla tanto di ecosostenibilità e impatto ambientale. Seguite un processo produttivo sostenibile per la realizzazione dei capi e svolgete altre attività che possano essere considerate green?

Camilla: la produzione è in Italia quindi l’obbiettivo è quello di rendere la filiera il più breve possibile. Ad oggi non possiamo ritenerci un brand green al 100% in quanto è molto complesso, ma nel nostro piccolo cerchiamo sempre di fare la scelta più sostenibile.

Crediamo comunque che Tu Lizé sia un brand eco-friendly in quanto diamo una seconda vita alle vecchie divise militari inutilizzate, ovvero raccogliamo e selezioniamo dai vari eserciti militari tutto ciò che è in sovraproduzione.

Secondo voi quale è il modo per essere sostenibile e avere un luxury approach allo stesso tempo?

Beatrice: Tu Lizé è un brand slow fashion in quanto riutilizza giacche militari unendole al crochet e al ricamo a mano, mondi molto preziosi.

La realizzazione di ogni singolo capo richiede una giornata intera e riteniamo che il lusso stia proprio nella cura dettagliata della produzione. Ogni minimo “difetto” fa parte dell’artigianalità e manualità della costruzione del capo.

Quindi dal lato green abbiamo il recupero delle giacche mimetiche e dal lato luxury abbiamo il crochet e l’artigianalità.

Condivideteci un aneddoto del vostro percorso che ricordate con piacere!

Camilla: il percorso di crescita è stato rapido e inaspettato in quanto non siamo partite con l’intenzione di creare un business così grande, quindi, sicuramente aver raggiunto un livello così alto in breve tempo ha dato molte soddisfazioni, ma il momento di cui andiamo più fiere è stato quando uno dei maggiori player del fashion system americano, nello specifico Bergdorf Goodman, si è interessato al nostro brand e ci ha offerto l’opportunità di organizzare un evento a New York nel novembre 2021.

Beatrice: un’altra soddisfazione molto grande è stata quella di aver ricevuto apprezzamenti direttamente dalle persone. Ad esempio è capitato diverse volte che, passeggiando per la città di New York e anche per lo store indossando la nostra giacca mimetica iconica, le persone ci fermassero per chiedere la provenienza dei capi e fare apprezzamenti acquistandola immediatamente sotto i nostri occhi su Farfetch.

Sono sicuramente dei momenti in cui realizzi effettivamente che ciò che stai facendo lo stai facendo bene!

Inoltre, il fatto di essere presenti in alcuni negozi a noi molto vicini, dove per prime fin da piccole acquistavamo, entrare e vedere i nostri capi, è una grande gratificazione!

C’è stato un ostacolo che non vi aspettavate in questo percorso?

Camilla: Tu Lizé, essendo un brand slow fashion con una forte accezione e produzione artigianale, ne ha risentito nel momento in cui è stato fatto un grande salto in termini di quantità. Quindi l’aumento di numeri, non essendo una produzione a livello industriale, non è stato facile da gestire, ma al momento siamo in una fase in cui riusciamo a coordinare il tutto in modo abbastanza facile.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Beatrice: il nostro desiderio è quello di espanderci sempre di più verso mercati esteri e nuovi, rendere il brand più lifestyle e sempre più riconoscibile.

Un’ultima domanda: che consiglio dareste a un giovane designer che desidera intraprendere la vostra strada?

Beatrice: non avere paura, affidandosi alle persone giuste e fare un passo per volta senza avere troppa fretta.

Camilla: un altro consiglio che mi sento di dare è quello di affidarsi a uno showroom e a un marketing team competenti che sappiano aiutare e far crescere il brand nel modo più corretto e coerente possibile!

Grazie mille Camilla e Beatrice per questa lunga chiacchierata! 

Speriamo che questo possa diventare anche un messaggio per tutti coloro che vorrebbero lavorare nel mondo della moda ma non hanno frequentato il classico corso in Fashion Design. Questo insegna inoltre che, con la passione, la volontà e la forte determinazione, si possono raggiungere grandi risultati!

Website: www.tulize.it

Instagram: tulize

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BIG AND FLORENCE SHOWROOM presenta: COTAZUR il beachwear femminile dal DNA italiano che fa tendenza https://www.waitfashion.com/big-firenze-showroom-presenta-cotazur-il-beachwear-femminile-dal-dna-italiano-che-fa-tendenza/ https://www.waitfashion.com/big-firenze-showroom-presenta-cotazur-il-beachwear-femminile-dal-dna-italiano-che-fa-tendenza/#respond Fri, 08 Jul 2022 06:11:36 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=121683 Il mondo del beachwear, specie quello femminile, rappresenta per noi da sempre un mondo affascinante, per certi versi misterioso. Come magazine da una parte attento alle tendenze del pubblico ma anche quelle del B2B, osserviamo meravigliati le dinamiche complesse e […]

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Il mondo del beachwear, specie quello femminile, rappresenta per noi da sempre un mondo affascinante, per certi versi misterioso. Come magazine da una parte attento alle tendenze del pubblico ma anche quelle del B2B, osserviamo meravigliati le dinamiche complesse e sottili che portano certi brand ad affermarsi in un settore veramente speciale e sicuramente difficile.

Oggi vi parliamo di Cotazur uno dei brand di beachwear da donna che è in maggiore e continua crescita.

Ce lo segnala Cristiana Andreoli, dello showroom Andreoli, che da 3 stagioni tratta il marchio, che ora è stato inserito nell’importante brand list dello showroom fiorentino BigANDFlorence , frutto della fusione degli showroom storici Brini e Andreoli.

“Si tratta di un brand italiano di grande qualità, che riesce ad avere sell-out veramente importanti grazie a un equilibrio di diversi fattori, come la manifattura, il posizionamento curato e uno stile che sta riscontrando grande successo, per una donna sofisticata che ama gli scintillii e le cangianze dei tessuti tipici del marchio’

Per saperne ancora di più abbiamo intervistato anche Francesco Parisi con-titolare e direttore commerciale di Cotazur.

Ciao Francesco, nonostante il nome, mi confermi che si tratta di un brand tutto italiano?

Sì il brand è radicato qui, nella nostra Puglia, un territorio profondamente intriso di moda e con forti radici nel tessile. Il riferimento alla Costa Azzurra, racchiuso nel nome riporta ai colori, ai riflessi e alle sensazioni di quei luoghi e delle sue spiagge più eleganti.

Quando è iniziata la storia di Cotazur? E’ stato un progetto nato per caso o studiato ‘a tavolino’ prima del lancio?

Il brand ha 10 anni di vita , un percorso ormai non breve e che ci ha permesso di affermarci passo dopo passo. Prima del lancio abbiamo studiato approfonditamente il mercato, cercato di capire qual’era il pubblico che volevamo andare a colpire, o meglio, affascinare.

Ecco, a proposito: qual’ è la vostra “cliente tipo”?

La nostra cliente tipo è una donna dai 25 ai 40 anni,  sofisticata ed elegante che ama essere glamour in spiaggia.

 

Siete fortissimi in Italia, è questa è  cosa ormai nota, siete presenti anche all’estero?

Sì, la Grecia è il mercato dove siamo più forti, ma siamo ben presenti anche in Spagna, Portogallo, Russia, Germania, Austria e Svizzera.

Mi sembra giusto, data l’importanza del mare per la Grecia, immagino ci sia un mercato importante. Anche se so che non è un paese facile… quindi complimenti!

Ho  visto che il vostro campionario è veramente ampio, tanto che vi ha dato la possibilità di creare (e riempire!) dei veri negozi ‘monomarca’. Dove si trovano?

Il nostro flagship si trova a Trani, è un modo naturale per essere presenti a casa nostra, in Puglia, e rapportarci direttamente al pubblico, mentre a Ibiza abbiamo uno shop in shop.

 

 

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Raccontaci della designer che sta dietro al brand.

La designer è Ilaria Antonucci e sin dall’inizio dirige l’ufficio stile di Cotazur. Lei è un architetto e credo che questo le abbia permesso di mixare la sua naturale inclinazione con il gusto, lo stile e i colori di Cotazur, con il rigore che una formazione  del genere richiede. Il suo punto di forza è la contaminazione… e i risultati le stanno dando ragione. I clienti apprezzano.

E dietro ogni brand di successo c’è anche un’Azienda, vero?

Certo, la Erman, con sede ad Andria, è l’azienda che dal 2018 ha creduto e investito nel brand e con il suo profondo know-how nel tessile ha reso possibile assieme a tutti noi raggiungere questi traguardi.

Qual’è il modello o lo stile che più è stato apprezzato nelle ultime stagioni del brand?

Come abbiamo detto il campionario è molto ampio, ma il nostro cavallo di battaglia sono stati i tessuti in lurex, capaci di riflettere in maniera particolare i raggi del sole e produrre degli effetti cangianti particolarmente originali e preziosi.

Come gestite la comunicazione? Vi basate sui social e gli influencer?

Abbiamo investito molto in comunicazione, che è uno dei pilastri della nostra stratega. La comunicazione spazia dal digitale al cartaceo ed è curata sia internamente, nella nostra sede pugliese, sia dal nostro ufficio stampa con sede a Milano.

Sicuramente i social sono uno degli ingredienti del nostro mix, e collaboriamo anche con influencer, ma non possiamo dire che il successo sia legato solo a determinate figure più o meno famose come può avvenire per altri brand.

Costumi bellissimi, indossati da donne bellissime…puoi farmi qualche nome delle donne più famose che hanno indossato i vostri costumi?

La lista è veramente lunga, ci sono tantissimi personaggi famosi, ma ti faccio due nomi che mi vengono subito in mente: Madalina Ghenea e Mariana Rodriguez… ma sono davvero tanti!

Grazie Francesco! In bocca al lupo e a te e a tutto il team di Cotazur!


Info e contatti

Pagina instagram di Cotazur : @cotazur_official
Sito ufficiale di Cotazur www.cotazur.it
Sito ufficiale di BigAndFLorence showroomwww.bigand.it

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SOS by SHOPenauer. Intervista con Silvia Caroline. Influencer, blogger e scrittrice https://www.waitfashion.com/sos-shopenauer-intervista-con-silivia-caroline-influencer-blogger-e-scrittrice/ https://www.waitfashion.com/sos-shopenauer-intervista-con-silivia-caroline-influencer-blogger-e-scrittrice/#respond Wed, 29 Sep 2021 14:04:37 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=116220 Con le nostre realtà: Wait Fashion e SHOPenauer ci siamo proposti di dare vita a collaborazioni sempre più articolate con Influencer e opinion leader legati al mondo della moda, dell’arte e della creatività in generale. S.O.S on SHOPenuaer significa ‘Selected […]

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Con le nostre realtà: Wait Fashion e SHOPenauer ci siamo proposti di dare vita a collaborazioni sempre più articolate con Influencer e opinion leader legati al mondo della moda, dell’arte e della creatività in generale.

S.O.S on SHOPenuaer significa ‘Selected on SHOPenauer’, persone ‘selezionate’ che a loro volta giocano a creare la loro personale selezione’ di prodotti sulla nostra App.

Quelle  che cerchiamo oggi sono personalità di spicco, fuori dagli schemi e che, al di là della bellezza e dal gusto nel vestire, sappiano colpirci con la loro personalità, la loro creatività, le lore idee e il loro essere ‘fuori dagli schemi’.

Tutto questo, lo abbiamo trovato in Silvia Caroline Schirinzi, una giovane donna dallo spessore non comune capace di passare dalla scrittura di libri, a collaborazione con magazine, a fotografie dove compare sempre in maniera tutt’altro che banale.

Per questo abbiamo voluto dare il via a una collaborazione dove il primo tassello passa dal conoscerla meglio noi di Wait, e farla conoscere a al nostro pubblico di lettori, con questa intervista per poi giocare con la fotografia sul suo profilo personale di SHOPenauer dove Silvia potrà esprimere i suoi gusti nei look e nelle wishlist.

Il profilo su SHOPenauer di Silvia Caroline

 

Ma eccoci alle domande

Ciao Silvia! E’ bellissimo conoscere una ragazza così eclettica, ambiziosa e poliedrica.
Tanto poliedrica che è difficile darti una definizione.. per cui lasciamo a te l’incombenza: come ti definisci?

Mi definisco una persona di tutto un po’, un po’ di tutto. Mi modello su ciò che mi interessa, su ciò che coglie la mia attenzione e curiosità facendo diventare mia una determinata situazione.
Sono sempre stata una bambina, una ragazza e poi una donna molto curiosa nei confronti della vita, non mi sono mai posta limiti ma predisposta sempre tanti obiettivi ed ambizioni.

Raccontaci come si è evoluto il tuo percorso…se sei partita dalla scrittura oppure dalla fotografia e dall’immagine sui social. So che hai un blog personale: www.thebluelighteyes.com . Raccontaci quando è nato, e da quanto tempo ti dedichi ad aggiornarlo e arricchirlo.

Sono partita nell’anno 2011 aprendo il mio blog www.thebluelighteyes.com, trattando principalmente argomento moda e lifestyle, pubblicando i miei looks ed i trend stagione per stagione.
Ho sempre amato stare dietro un obiettivo ma anche il contrario, come dico sempre se si potesse sdoppiarsi lo farei! Ho una visione delle immagini/fotografia unica, come per ogni essere umano, perciò penso sia prezioso poter riportare ciò che noi sentiamo e vediamo tramite la fotografia è poter così condividere con il resto del mondo le nostre emozioni.

Ho sempre amato scrivere, ho cominciato a scrivere poesie e pensieri all’età di 12 anni.

Sei originaria di Torino, ci hai raccontato di amarla e di voler tenere qui le tue basi. Cos’ha di speciale Torino e perchè pur viaggiando molto, hai deciso di mantenere li le radici?

Io viaggio su canali ben precisi come le vibrazioni che le città riescono a trasmettermi. Mi concentro su di esse insieme alle luci del sole che cadono ad ogni ora del giorno su ciò che circondano.
L’architettura, l’Arte e la vita sociale. Sono argomenti per me molto importanti ed essenziali; in poi sono una persona che si ” annoia ” facilmente perciò una città deve riuscire a trasmettermi tanto nonostante poi rimanga sempre la stessa!

Sono molto entusiasta quando i brand si propongono a me nello sviluppare progetti sulla mia città, Torino, in quanto pur essendo spesso su Milano per lavoro, amo promuoverla al meglio e farla conoscere nel mondo in quanto la reputo piena di potenziale.

Parlando di altre città, quali sono le città italiane ed europee che più ami e perchè.

Amo Londra, Parigi, la Danimarca ed il suo stile di vita e mi sento a casa quando mi trovo in Olanda, principalmente ad Amsterdam.

Talent per Vogue: un sogno per tanti, un palcoscenico speciale. Raccontaci come è nata questa congiuntura e cosa racconti sulle tue pagine.  E poi sappiamo che scrivi anche per altre riviste: raccontaci quali sono e di cosa scrivi.

Scrivo per Vogue Italia ( Vogue.it ) lato beauty raccontando, tramite il mio storytelling i brands ed i prodotti che poi colpiscono la mia attenzione.
Scrivo anche, si questo anno 2021, per Torino Magazine, lato cartaceo e digital come fashion editor unico.

Raccontaci di Silvia e i social: qual’è il tuo rapporto con loro, come ti esprimi e qual’è il social che ti da il modo di raccontarti al meglio?

Ho cominciato il mio percorso in questo ambito lavorativo come Blogger per poi ritrovarmi a lavorare principalmente su Instagram dove ho maggior confronto con la mia fanbase a cui in maniera speciale perché presente e molto affine alla mia persona, stile ed attitude.
Ho un rapporto di quasi simbiosi con i social in quanto sono il mio maggior canale lavorativo, cerco di ritagliarmi degli spazi par me in cui potermi dedicare a me, alla mia famiglia ed a ciò che di reale e non digital mi circonda in quel momento.
Non è facile ma so che è giusto farlo sopratutto per se stessi.

Quali sono i tuoi follower-tipo. Cosa pensi che cerchino in te a livello di emozioni, racconto e ispirazioni?

I miei followers-tipo sono quelle persone che girando per strada, guardano fra le vetrine dei negozi, vedono un determinato modello di cappello e mi scrivono: “Silvia, oggi ho visto questo cappello e ti ho pensata! È il modello di Silvia!” oppure che riescano a percepire tramite i miei scatti le emozioni che ho necessità di trasmettere.

Riuscire a trasmettere le mie emozioni tramite i miei scatti e le mie parole è ciò che mi porta a credere in ciò che faccio e come lo svolgo, ovvero mostrare sempre me stessa.
A volte mi viene chiesto di incontrarci per poterci conoscere personalmente, spero di poter organizzare presto piccoli eventi e/o presentazioni dei miei romanzi così da poter realizzare queste continue e piacevolissime richieste.

 Silvia e la moda. Come è nato e si è sviluppato il tuo stile? Come lo definiresti?

Mi ha sempre affascinato il mondo della moda, l’ho sempre visto e percepito come un mondo di perdizione e di magia. Sin da piccola ho da subito mostrato il mio interesse, tramite una visita ingenua infantile nell’essere portata per i riflettori, ho sempre bramato ed amato stare a centro dell’attenzione senza però essere invadente o arrogante. La mia nonna mi ha sempre confezionato abiti bellissimo, era una sarta bravissima.

Quali sono i tuoi stilisti preferiti?

Maria Grazia Chiuri per Maison Christian Dior, Fendi, Saint Laurent, Prada, Bottega Veneta e Chanel.

E ora il punto che per me è quello più unico: Silvia come scrittrice di romanzi. Questo ci appare ancora più unico e straordinario. Un romanzo è qualcosa di complesso, costruito. Non è un semplice articolo.
Raccontaci come nasce l’idea di scrivere Dall’Alto Verso Il Cielo, quanto è stata lunga la sua gestazione e quali sono le tue aspettative.

Sono sempre stata una persona abbastanza riservata sui social e nel mio lavoro. Nonostante io mi reputi una persona estroversa ed espansiva ho sempre conservato la magia del mantenere la propria privacy vivida e reale. Ad un certo punto, in queste varie fasi della vita, mi sono resa conto che le mie parole, i miei pensieri e le mie esperienze personali sarebbero potute giungere ad orecchie nascoste e più lontane; ho pensato che la scrittura sarebbe potuta essere la chiave di risposta alle mie domande. La mia maggior forma di espressione e di comunicazione; così ho fatto.
Dall’Alto Verso Il Cielo è un romanzo che non è nato da un giorno all’altro ma si è rivolto negli anni sino a trovare la sua forma l’anno scorso in piena Pandemia.
Ho pubblicato il mio primo romanzo ed il mondo ha conosciuto un pezzo in più di me imparando a capire un po’ di più anche se stesso. Questo per me è stato il regalo e la soddisfazione più grande.

Di cosa parla il romanzo?

Dall’Alto Verso Il Cielo è la storia di una giovane donna, i suoi primi 30 anni, le consapevolezze che portano a nuove prospettive di vita, al di fuori della propria comfort zone, in città sconosciute, come Londra, la scoperta di sentimenti nuovi, una storia d’amore ed un finale affatto cliché, ma risolutivo, indecifrabile ma pieno di nuove possibilità.

Vedi questo libro come un ‘unicum’ o ti piacerebbe concentrarti  in futuro sulla  scrittura dando vita ad altri, (magari molti!) libri?

La carriera da scrittrice è filone che voglio portare avanti perché mi aiuta ad essere me stessa, scrivere per me è fonte di liberazione.
Sto scrivendo un secondo romanzo.. ci vediamo nel 2022!

Silvia Caroline: come ti piace immaginarti nel futuro, diciamo tra 10 anni? Scrittrice affermata, o una figura poliedrica come oggi?

Spero di trovarmi a viaggiare, a poter conoscere continuamente persone e volti nuovi, confrontarmi e discutere nuovi progetti.
Vorrei portare avanti il mio lavoro da Influencer, da scrittrice di romanzi ma anche come editor per testate giornalistiche straniere!
Vorrei aprirmi al mondo televisivo, lo sto facendo a piccoli passi.
Penso che quando raggiungi il culmine di appagamento lavorativo sopraggiunga anche la voglia e l’interesse nel poter condividere tutto ciò con una persona al proprio fianco.
Sono pronta e predisposta anche alla famiglia e non vedo l’ora di poter vivere il QUI ed ORA di tutte queste possibili situazioni e scenari.

Grazie mille Silvia per questa lunga chiacchierata! E grazie per aver accettato di collaborare con noi su SHOPenuaer creando il tuo profilo personale… mostrando i tuoi look…e una personale wishlist!

 

CONTATTI E INFO:

Instagram: silviacaroline_official

Blogwww.thebluelighteyes.com

SHOPenauer:  @silviacaroline

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Intervista a Filippo Bisio, un giovane scrittore ci racconta come non arrendersi mai! https://www.waitfashion.com/intervista-filippo-bisio-un-giovane-scrittore-ci-racconta-non-arrendersi-mai/ https://www.waitfashion.com/intervista-filippo-bisio-un-giovane-scrittore-ci-racconta-non-arrendersi-mai/#respond Mon, 02 Aug 2021 12:39:35 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=113642 Filippo, un esempio di forza, coraggio, tenacia. La vita lo ha messo alla prova fin dalla sua nascita. Ha dovuto fare i conti con una emiparesi cerebrale sinistra e altri numerosi ostacoli: ma la “fame” di rivincita, l’amore per l’arte […]

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Filippo, un esempio di forza, coraggio, tenacia. La vita lo ha messo alla prova fin dalla sua nascita. Ha dovuto fare i conti con una emiparesi cerebrale sinistra e altri numerosi ostacoli: ma la “fame” di rivincita, l’amore per l’arte e la perseveranza lo hanno portato alla sua “redenzione“. Una storia da conoscere e da seguire, che Filippo, ha deciso di condividere con un libro: “La mia rivincita”.  Abbiamo fatto due chiacchere con lui.

Ciao Filippo grazie per aver deciso di condividere la tua storia con noi, come stai?
Bene grazie.
Abbiamo conosciuto la tua storia e ne siamo rimasti molto colpiti. Sappiamo che la tua vita non è stata sempre facile, tutt’altro. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro sulla tua vita?
La voglia di cambiare ed emergere così da poter dare una svolta alla mia vita.
Ricordi il momento esatto in cui hai preso per la prima volta in mano la penna?
Era il 27 Maggio 2018, dopo cena, continuai fino al mattino, in quel momento, decisi di dare una svolta.
Scrivere un libro, anche se si parla della propria storia, sicuramente richiede creatività e una certa affinità con l’arte. La scrittura è sempre stata una tua passione?
Si, iniziai a 9 anni, tenevo un diario, a cinque, sei anni disegnavo cose astratte, l’arte mi ha sempre affascinato, permettermi di esprimere ogni emozione senza preoccupazioni, anime sole che si guardano dentro.
Qual è il messaggio che hai voluto trasmettere attraverso le tue parole? 
Bisogna sempre lottare per ciò che si vuole.
Chi sono i tuoi lettori e cosa ti auguri che traggano dalla tua storia e dal tuo coraggio?
Credo che questo primo libro debba essere letto da tutti, accomuno bene o male tutti, spero che traggano forza e voglia di misurarsi con loro stessi ogni giorno, per me, almeno, è così, è una lotta continua contro me stesso.
Cosa ti ha permesso di continuare a lottare?
Il mio spirito combattivo.
Dove hai sempre ritrovato la forza per andare avanti e costruire un futuro migliore?
La mia stessa voglia di avere un futuro migliore mi implica di migliorarmi sempre, cercare di essere sempre meglio, sono convinto che per avere bisogna essere, chi dà tanto è tanto e perciò è, di conseguenza, grande.
L’ ho trovata dentro me stesso e la trovo ogni giorno, ormai sono grande.
Dopo il tuo vissuto, chi è Filippo oggi? 
Una persona migliore di ieri ma peggiore di domani.
Cosa ti auguri per il tuo futuro? 
Quello che merito, spero di avere tanto quanto sono capace di dare.
Hai altri progetti nei tuoi piani?
Artistici molti, sto scrivendo una seconda opera, si chiamerà:”Redenzione” finché non arriverò al mio obiettivo non mi fermerò.
Qual è il tuo consiglio ai numerosi ragazzi che hanno passato o che stanno passando un momento difficile?
Abbiate tanta fame, mangiate, allenatevi e impegnatevi per ogni vostro obiettivo, credete in voi stessi indipendente da ciò che vi verrà detto, fidatevi ne sono la prova vivente, la mia storia non è finita, credeteci che il tempo vi darà ragione e prima o poi vi ritroverete in un mondo che guardavate, intensamente, quasi con desiderio.
Nel suo libro, pubblicato in versione e-book il 9 giugno 2019 e in seguito in versione cartacea, il 27 giugno, Filippo si racconta senza filtri e mezzi termini. La sua storia, avventurosa, spesso difficile e struggente insegna a ragazzi e adulti come non arrendersi mai.
Per conoscere la storia di Filippo clicca qui!
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Intervista ad Andrea Grossi, il designer che crea “Digital Couture” https://www.waitfashion.com/intervista-ad-andrea-grossi-designer-propone-digital-couture/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-andrea-grossi-designer-propone-digital-couture/#respond Wed, 21 Jul 2021 07:40:58 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=114300 Abbiamo avuto il piacere di incontrare e intervistare una delle menti creative del momento, il giovane designer Andrea Grossi nonché founder dell’omonimo brand. Il suo background vanta nomi ed esperienze importanti da fare invidia a chiunque, e il suo marchio […]

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Abbiamo avuto il piacere di incontrare e intervistare una delle menti creative del momento, il giovane designer Andrea Grossi nonché founder dell’omonimo brand. Il suo background vanta nomi ed esperienze importanti da fare invidia a chiunque, e il suo marchio ne è una conferma.

In molti hanno definito il suo stile “Digital Couture”, ma basta osservare le sue creazioni per capire che è molto di più. Un immaginario al confine tra avanguardia e tradizione, ricercatezza e classica sartorialità, passato e futuro. Non ci resta che cedere la parola a questo straordinario talento e conoscere meglio il suo processo creativo.

Ciao Andrea, grazie di aver accettato il nostro invito. Vorremmo innanzitutto che i nostri lettori ti conoscessero meglio, pertanto, parlaci di te. Come nasce l’idea del tuo brand?
Il mio brand non è altro che la mia visione sul mondo e sulla società in cui viviamo. La visione di un ragazzo di 25 anni che crede in un mondo migliore, attraverso il mio lavoro provo a esprimere i valori che porto avanti nella mia vita quotidiana: innovazione, sostenibilità ed emozione. Credo che la visione di una persona giovane oggi possa far fare grandi progressi alla società, partendo dalla sostenibilità fino ad arrivare ai diritti sulle minoranze. Il mio lavoro racconta la mia vita, le mie esperienze e le mie passioni, di conseguenza chi è e per cosa combatte Andrea Grossi nella vita quotidiana.

 
Le tue ultime collezioni Welcome to Deusland Season 1 e Season 2, sembrano essere due capitoli della stessa saga. Da cosa hai preso ispirazione e qual è il messaggio che ruota attorno?
In effetti sono due capitoli dello stesso racconto che prende ispirazione dalla trilogia di libri di Yuval Noah Arari, storico che analizza passato, futuro e presente della nostra società. I suoi pensieri e le sue analisi hanno profondamente cambiato il mio modo di vedere la realtà e la società, mi hanno spinto ad interrogarmi su diversi temi, tra passato e futuro, così sono nate le prime due collezioni. Attualmente sto lavorando sul capitolo ultimo di questa saga, ovvero la Season 3.
Osservando le tue creazioni, è impossibile non notare la cura dei dettagli e l’alta sartorialità. Quali sono le tecniche e i materiali che prediligi?
Attualmente amo lavorare con i tessuti ad alto impatto ambientale e provare attraverso il know-how del made in Italy e l’innovazione tecnologica a renderli più sostenibili possibili senza perdere il DNA che li caratterizza. Amo lavorare con la pelle, il denim ed il jersey, per il momento ho il focus completo su questi tessuti.
 
Parlando sempre del tuo processo creativo, in molti lo ha definito “Digital Couture”. Cosa pensi a riguardo, ti rispecchi in questa definizione?
Non sono un amante delle definizioni, perchè spesso portano allo stagnare della creatività, però sì, in questo caso credo che digital couture rispecchi molto bene il mio modo di lavorare, ovvero il mixare il modello in 3D con cui creo le forme, con la progettazione digitale del tessuto. Attraverso il mio background da graphic designer ho modo di poter unire le due cose e creare un mio particolare stile che unisce passato e futuro creando capi per il presente.
Il tuo background vanta importanti nomi della moda (es. Diesel) e non solo, ma anche della musica (es. Achille Lauro). Cosa hai appreso da ogni esperienza?
Queste esperienze sono il reale motivo che mi porta ad amare questo lavoro. Persone, unioni e connessioni fanno sì che il lavoro si trasformi in passione ed amore. Credo che lavorare con tante personalità forti ti permetta di imparare, studiare e restare umile sapendo che il mondo è pieno di tanti artisti e professionisti da cui poter apprendere e crescere. Il mio lavoro mi permette di essere sempre affamato di nuove esperienze e nuove persone con le quali potermi arricchire e fare nuove esperienze.
E parlando sempre di nomi importanti, di recente il rapper americano Lil Nas X ha indossato una tua creazione ai BET Awards. Cosa hai provato quando lo hai saputo e come ti fa sentire questa crescente popolarità?
Credo che Lil Nas X sia stato la persona perfetta per trasmettere il messaggio ed i valori che sono dentro quell’outfit. Sapere di avere una visione artistica comune con un artista di quel livello dà molta soddisfazione e mi fa capire di essere sulla strada giusta. Credo che ad oggi vedere Lil Nas X con quel capo ai Bet Award sia stato uno dei momenti migliori della mia carriera. La popolarità in realtà mi dà tanta voglia di continuare a creare ed offrire la mia visione del mondo a più persone possibili che la rispecchiano e condividono. Questa idea di creare una community è uno dei principali motivi per i quali voglio portare avanti il progetto Andrea Grossi.
 
Spostiamoci per un momento su un altro argomento importante che riguarda la moda di oggi. Quale cambiamento apporteresti? E su quale tematica sposteresti maggiormente l’attenzione?
Ci sono tanti temi caldi sui quali ci si può interessare, attualmente credo che la moda debba continuare a lavorare su 2 temi e valori che sono sostenibilità ed uguaglianza sociale. La moda ha il potere di dettare tendenze e trend ed è per questo che spostare l’opinione dei consumatori sul modo di vestirsi e sul modo di vivere la propria vita, credo sia prioritaria. Trovare soluzioni sostenibili però non può riguardare solo come vengono prodotti i capi ma deve essere un ripensamento generale dell’industria su come i vestiti vengono disegnati, prodotti, pubblicizzati e venduti. Credo che nei prossimi anni nasceranno brand che potranno portare soluzioni creative su questi temi.
 
Come hai sfruttato, creativamente parlando, questo ultimo anno di pandemia? Possiamo aspettarci una Season 3?
Season 3 sarà la visione di Andrea Grossi sul guardaroba quotidiano, cioè come io penso ed immagino i capi che tutti noi ci mettiamo ogni giorno, dalla t-shirt al jeans 5 tasche. Il tutto ovviamente secondo i valori dei quali ti ho parlato prima.
 
C’è un brand con cui ti piacerebbe collaborare in futuro?
Ovviamente il brand che indosso di più e dal quale sono più affascinato….Nike. Il loro modo di trasmettere i valori e la passione per lo sport è qualcosa da cui sono molto attratto e che mi ha portato a studiare il brand dall’inizio dei suoi giorni ad oggi.
 
Ultima domanda… che cosa direbbe l’Andrea Grossi di oggi all’Andrea Grossi  di ieri, ex studente?
Credo quello che direbbe ognuno di noi al suo io passato, di credere sempre in ciò che ti fa stare bene, e di conseguenza di godersi ogni attimo del viaggio.

INFO E CONTATTI

andreagrossi.com

@andreagrossi

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Intervista a Aurora de Matteis, fashion designer emergente dalle mille anime

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Intervista a Aurora de Matteis, fashion designer emergente dalle mille anime https://www.waitfashion.com/interview-with-aurora-de-matteis-emerging-fashion-designer-with-thousand-souls/ https://www.waitfashion.com/interview-with-aurora-de-matteis-emerging-fashion-designer-with-thousand-souls/#respond Fri, 16 Jul 2021 09:10:55 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=114013 Una nuova idea di moda. Sostenibile, audace, di carattere. Stiamo parlando del brand emergente della fashion designer Aurora de Matteis. La giovane ragazza di origini torinesi, ha dato vita a una nuova idea di Urban Couture con la creazione di […]

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Una nuova idea di moda. Sostenibile, audace, di carattere.

Stiamo parlando del brand emergente della fashion designer Aurora de Matteis. La giovane ragazza di origini torinesi, ha dato vita a una nuova idea di Urban Couture con la creazione di collezioni in cui spicca il costante contrasto di elementi diversi tra loro e la qualità imprescindibile dei materiali. Siete curiosi di entrare un pò nel suo mondo? Noi abbiamo deciso di fare due chiacchiere con lei.

Aurora de Matteis

 

Ciao Aurora! Ti va di raccontarci com’è nata la passione per la moda e come ti sei avvicinata a questo mondo?

Non c’è stato un momento o un episodio specifico nella mia vita che mi ha portato ad avvicinarmi alla moda, semplicemente è una passione che è nata con me, non ho mai voluto fare altro e non ho mai neanche pensato di fare altro. Ho sempre amato la moda perché la vedo come strumento di espressione personale, un qualcosa che non ti definisce mai ma ti permette di reinventarti ogni giorno. Sin da bambina ho avuto le idee chiare su quello che volevo fare e quale fosse il mio sogno e oggi sono fortunata nel poter dire che lavoro ogni giorno per realizzarlo.

Come sei riuscita a dire vita a un brand tutto tuo?

Beh non è stato semplice, in realtà sono ancora all’inizio quindi ho ancora molta strada da fare. Sarò molto sincera ho iniziato un po’ ad occhi chiusi, un giorno ho semplicemente deciso di provarci e buttarmi in questo progetto che desideravo da sempre.  All’inizio non è stato semplice, ancora adesso non lo è, perché non avevo alcun tipo di esperienza, non sapevo quali fossero gli step giusti da fare e non avevo una figura di riferimento che avesse esperienza nel mondo moda. E’ stato un processo lungo, fatto di scelte giuste e sbagliate, di incertezze, ho dovuto rivalutare alcune cose, fare dei cambiamenti anche perché l’ultimo anno e mezzo non è stato per niente semplice soprattutto per chi come me ha appena iniziato. Credo sia anche per questo che in realtà non sento di avere ancora concretizzato a pieno il mio brand perché ho ancora tantissime cose da fare che ovviamente non mi è stato possibile fare prima quindi è un percorso che richiede ancora un po’ di tempo ma in cui credo molto.

Aurore de Matteis 2

Aurora de Matteis 3

Hai incontrato difficoltà nel passaggio del processo creativo delle collezioni a quello di produzione?

In realtà per me non è stato difficile, lo vivo come un processo normale perché è il metodo lavorativo che mi è stato impartito nei miei tre anni di studio. Io ho studiato all’Istituto Secoli di Milano e la modalità in cui è impostato il lavoro di apprendimento è proprio questo, quindi lavorare su tutto quello che concerne lo sviluppo di una collezione, il processo creativo per poi passare alla produzione vera e propria. Questo per me è stato fondamentale nel rendermi autonoma nel mio lavoro e a offrirmi le basi necessarie per poter affrontare, a livello di produzione piuttosto che di sviluppo modelli, anche situazioni in cui ero più in difficoltà perché molte cose le facevo per la prima volta, alcuni materiali non li avevo mai usati prima e ovviamente essendo solo all’inizio ho ancora molto da imparare. Sicuramente il fatto di avere da subito iniziato a lavorare seguendo il processo completo che c’è dietro la realizzazione di una collezione o anche di un solo capo mi ha aiutato tantissimo a vedere il lavoro della parte creativa e della produzione come una singola cosa, anzi a volte non vedo l’ora di finire di lavorare a una collezione per poter iniziare a realizzare i capi e vederli non più solo nella mia testa ma in “carne e ossa”.

Nelle tue collezioni si nota la ricerca di uno stile originale, che mixa l’urban streetwear con l’eleganza della sartoria. Quanto è importante per te questo aspetto?

E’ uno degli aspetti più importanti perché ho sempre ricercato uno stile originale e innovativo. L’aspetto della qualità in un capo è sempre stato di fondamentale importanza per me perché penso sia quello che fa la differenza ma dall’altro lato, come designer, il fattore estetico ha la stessa medesima importanza. Il fatto di mixare questi due mondi opposti mi ha permesso di creare capi di alta qualità, dall’immagine forte e d’impatto che ricerca uno nuova estetica del lusso, che non è più legata al concetto che c’era un tempo.

Nelle mie collezioni l’idea di lusso la si percepisce dalla preziosità dei tessuti e dall’accuratezza nella realizzazione proprio dei dettagli sartoriali in quei capi senza tempo ma dallo stile contemporaneo.

Aurora de Matteis 5

C’è qualche grande stilista che ammiri e che ti ha influenzata particolarmente?

100% Balenciaga. E’ stato uno stilista che ha rivoluzionato la moda e più di tutto l’immagine della donna liberandola dalle costrizioni degli abiti di un tempo giocando con nuove silhouette e forme d’avanguardia, molto più morbide che ancora oggi sono attuali e contemporanee. E’ sicuramente lo stilista che mi ha influenzato maggiormente proprio perché la sua è sempre stata una moda innovativa ed è questa la caratteristica che mi ha spinto a voler ricercare uno stile originale nelle mie collezioni e mi ha aiutato a plasmare la mia identità di designer.

Cercare di cambiare il punto di vista della moda, in questo caso donna, non deve essere facile. Secondo te sono stati fatti piccoli passi avanti?

Si certamente non è un processo facile, soprattutto perché per molto tempo siamo stati legati a un certo tipo di immagine di donna, spesso lontana dalla realtà e questo portava anche un sentimento di distacco nelle donne dal mondo moda perché se non avevi un certo tipo di immagine eri “sbagliata” perché non rientravi nei canoni di bellezza che per troppo tempo ci sono stati imposti. 

Oggi questo sta cambiando, si stanno facendo sicuramente passi avanti infatti anche nelle passerelle più importanti viene proposta una donna molto più reale, autentica e questo crea quel senso di inclusività che prima mancava. Penso sia un processo che però non riguarda solamente la moda, perché anche sui social, che oggi hanno un ruolo importante nella nostra società e sono diventati uno strumento fondamentale anche per chi lavora nel mondo moda, si sta parlando sempre più di questi temi, di proporre un’immagine più autentica di se stessi e penso sia perché siamo un po’ tutti stufi di far parte di una società che esalta la “finzione”.

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Il contrasto presente nell’idea di Urban Couture espresso attraverso le collezioni quanto rispecchia la personalità di Aurora de Matteis?

E’ ciò che mi rappresenta al 100%. Spesso mi sono definita una designer dalle mille anime e questo è nato dal fatto che, durante i miei anni di studio in cui ho iniziato a sviluppare le mie prime collezioni, notavo che erano sempre molto diverse tra loro in termini di forme, materiali e anche dal punto di vista stilistico.

Ho sempre amato molto l’eleganza dei tessuti raffinati ma allo stesso tempo volevo avere un’immagine forte, d’impatto che fosse ricercata e riconoscibile per questo ho cercato un modo di far convivere tra loro questi due visioni opposte creando delle collezioni che unissero la classica eleganza dei tessuti raffinati più legati al mondo couture con l’immagine più contemporanea e forte del mondo urban.

Sei molto vicina al tema della sostenibilità con le tue collezioni e so che allo stesso tempo tieni molto alla qualità dei materiali che utilizzi. Secondo te quale è il modo per essere sostenibile e avere uno stile lussuoso allo stesso tempo?

Oggi più che mai sono moltissime le aziende che offrono materiali sostenibili di altissima qualità sia per quanto riguarda il tessile che gli accessori, permettendo di creare prodotti di lusso che siano a basso impatto ambientale. La caratteristica del mio brand è il fatto di mixare uno stile classico a uno più moderno, urban quindi la mia scelta in termini di materiali è quello di utilizzare tessuti naturali come la seta o la lana abbinati a tessuti tecnici tutti riciclati e sostenibili, questo mi ha permesso di creare prodotti dallo stile lussuoso ma senza rinunciare all’aspetto della sostenibilità.

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Cosa ci puoi dire della Collezione Main? Da cosa o da dove parte l’ispirazione iniziale?

La Collezione Main è la mia collezione composta da capi Seasonless, cioè senza stagionalità. E’ stata una scelta nata dal fatto di non voler seguire i ritmi sempre più folli del mercato, in cui si propongono numerose collezioni durante l’anno soprattutto a causa della nascita di tantissimi brand fast fashion che guardano solo alla quantità e molto poco alla qualità del prodotto. Inoltre questo mi permette anche di avere un approccio più sostenibile in termini di lavoro e anche di produzione perché ogni capo è disponibile su ordinazione e questo riduce sensibilmente gli sprechi tessili e offre un approccio di alta qualità al processo di design dando anche quel senso di esclusività del capo.

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Quali sono i tuoi progetti futuri?

C’è ancora molta strada da fare, il mio obiettivo a breve termine è quello di iniziare a far conoscere il mio lavoro a più persone possibili e raccontare quello che è il mio brand e soprattutto la visione che c’è dietro. Ho sempre voluto approcciarmi al mercato estero per questo motivo sarò presente su un sito vetrina che, andrà online questo mese, promuove il Made in Italy di lusso all’estero e a Novembre, in concomitanza con Expo, parteciperò ad un evento a Dubai per brand emergenti sostenibili. 

Info e contatti:

Website: www.auroradematteis.com

Instagram: auroradematteis.adm

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Intervista a Nicoletta Lo Monaco, fondatrice del brand emergente Become One https://www.waitfashion.com/interview-at-nicoletta-lo-monaco-founder-of-become-one/ https://www.waitfashion.com/interview-at-nicoletta-lo-monaco-founder-of-become-one/#respond Thu, 08 Jul 2021 17:17:56 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=113563 Come nasce un brand di moda oggi? Noi abbiamo fatto due chiacchiere con Nicoletta Lo Monaco, giovane designer appassionata di arte e moda. Durante il lockdown, Nicoletta ha fondato Become One, il brand che sta ridisegnando lo stile leisurewear in […]

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Come nasce un brand di moda oggi? Noi abbiamo fatto due chiacchiere con Nicoletta Lo Monaco, giovane designer appassionata di arte e moda. Durante il lockdown, Nicoletta ha fondato Become One, il brand che sta ridisegnando lo stile leisurewear in modo davvero visionario, grazie ad un’identità forte e riconoscibile. Ed è già un successo, anche tra le celebrities.

 

Ciao Nicoletta! Mi piacerebbe far conoscere un pò di te ai lettori. Come ti racconteresti?

Sono un’inguaribile sognatrice ma estremamente determinata, un pendolo che oscilla tra arte e moda, le mie due più grandi passioni. Mi perdo nelle infinite sfaccettature dell’arte e mi lascio travolgere dall’eccentricità della moda. Convivono in me questi due mondi, cosi affascinanti ed inseparabili.

Hai sempre voluto fare la designer? O cosa ti ha portato a questa scelta?

A livello professionale sono sempre stata combattuta tra il mondo dell’arte e quello della moda. Ho fatto il liceo artistico, ma ho da sempre una naturale e fortissima tensione verso il mondo della moda. C’è l’hai dentro, impossibile contenerla… Per questo ho deciso di creare un brand che mi permettesse di combinare i due mondi. Disegno la mia linea incontrando e lasciandomi ispirare dai lavori di giovani artisti; insieme nascono idee meravigliose, che prendono forma nelle capsule collection.

Come nasce Become One?

Become One è nato durante il primo lockdown. Coraggiosamente, ho lasciato il mio lavoro da designer a tempo indeterminato perché sentivo forte il desiderio di creare qualcosa di mio. Da quel momento ho passato notti insonni raggiungendo il picco della mia creatività, non vedevo l’ora di far uscire tutto quello che avevo dentro. E’ partito tutto dalla mia cameretta e dal riflesso della tapparella sulla mia tenda bianca. Il bianco, con le sue sfumature, è il colore dell’inizio e della rinascita.

Il nome del marchio da dove deriva?

Become One significa “diventare uno”. Nel mio progetto arte e moda diventano una cosa sola. Mi piace il dinamismo del nome “Become One”, esso implica una tensione tra due cose, un avvicinamento, un movimento progressivo… Una crescita.

Quali sono le ispirazioni a cui ti rifai per il tuo brand?

Quando disegno mi ispiro molto al mondo dell’arte e poi adoro fare ricerca, sfogliare libri e archivi di moda, guardare le sfilate degli anni 90, così come andare in giro per i più nascosti mercatini e negozi vintage. Ma in realtà mi piace lasciarmi “folgorare” da qualsiasi cosa che attragga la mia attenzione, il mio sguardo… Anche un minuscolo dettaglio può scaturire una mia collezione.

Dai tuoi abiti si percepisce un senso di leggerezza, come se volessero liberare il corpo da linee rigide. E’ per questo che hai scelto un tipo di abbigliamento leisurewear definito da tessuti dinamici?

Apprezzo molto questa relazione tra i miei capi e la leggerezza. ‘Leggerezza’ intesa come libertà di potersi muovere e sentirsi comodi in capi che sono estremamente versatili e realizzati con tessuti morbidi come una nuvola… Il mio obiettivo è proprio quello di creare un loungewear brand sofisticato e urban; loungewear infatti significata letteralmente abbigliamento da casa. Become One è nato proprio cosi, in casa, durante il lockdown, con l’esigenza di creare un nuovo stile sporty-chic.

Possiamo definire i capi Become One gender fluid o c’è una polarità di genere che li distingue? Per esempio il body a strati effetto cut-out e la gonna come li definiresti?

Una delle key words di Become One è VERSATILITA’. Molti dei miei capi nascono come pezzi unisex, sono proprio pensati per essere indossati sia da uomini che da donne. Tuttavia, mi piace pensare alla versatilità in termini più ampi, oltre i confini del genere, versatilità come libertà di interpretazione. Ad esempio, la felpa scaldacuore con cappuccio e lacci che si legano in vita può essere indossata in infiniti modi… Come nell’arte, chi osserva come chi indossa è libero di dare un suo punto di vista.

C’è stato un ostacolo che non ti aspettavi in questo percorso?

Non voglio parlare di ostacoli, è una parola che non mi piace… Questo percorso è sicuramente tortuoso e difficile, ogni giorno mi ritrovo a dover lottare per ottenere esattamente quello che ho in testa, ci si scontra quotidianamente con fornitori, produttori, critiche… Ma bisogna sempre essere propositivi ed estremamente flessibili. Crederci con tutto il proprio cuore. La passione si mangia ogni sfida e in questo mondo o mangi o ti mangiano.

Sin dal lancio Become One ha avuto grande risonanza anche tra le celebrities. E’ vero?

Si assolutamente vero! Superando ogni buona aspettativa, tramite i social abbiamo avuto un grandissimo riscontro tra bloggers, artisti del mondo della musica, sportivi… Hanno indossato i nostri capi volti come Chiara Ferragni, Elodie, Bianca Balti, Chiara Biasi, Veronica Ferraro, il rapper Lazza, Ernia, Boateng, Pietro Aradori ecc. Molte bloggers ci hanno scritto per farci apprezzamenti e noi lusingati abbiamo omaggiato loro alcuni dei nostri capi. E’ stata davvero un’emozione ed una gioia immensa.

Quanto è importante per un brand emergente comunicare attraverso i social network?

Penso che ad oggi la comunicazione attraverso i social sia un aspetto fondamentale per un brand emergente. Il mondo della moda, e non solo, si sta orientando sempre di più verso la digitalizzazione, ormai perfino alcune sfilate vengono ricreate completamente in 3d. Viviamo in un mondo fatto di immagini che si sovrappongono in modo frenetico, per questo è fondamentale crearsi una brand image e una brand identity molto strong e definite. Devi essere riconoscibile ed insolito, incuriosire, catturare l’attenzione di sguardi distratti. Penso che sia stata questa la forza di Become One, è inconfondibile e non riconducibile ad un altro brand.

Il tuo piano per il futuro?

Ho sempre mille idee, ma sicuramente in futuro mi piacerebbe creare un nuovo format di sfilata. La mia idea è più simile ad un vero e proprio evento artistico-culturale. Mi immagino la presentazione delle mie collezioni come un incontro di arte, moda, design, architettura, danza, musica… Un vero e proprio spazio espositivo ed un momento in cui amanti della moda, giornalisti, collezionisti, critici d’arte vengono a contatto, si scambiano idee e opinioni, mentre le modelle sfilano liberamente tra gli ospiti circondate da opere d’arte. Ho sempre amato il concetto di opera d’arte totale realizzatosi nel Palazzo della Secessione Viennese di Olbrich, una fusione completa della arti. Mi ispiro ed aspiro a questo, da vera sognatrice.

Che consiglio daresti a un giovane designer che desidera intraprendere la tua strada?

Il mio consiglio è quello di lasciarsi completamente trasportare dalla voce del proprio desiderio. Seguire il proprio intuito e il proprio istinto, sempre. Impegnarsi con costanza e dedizione, non perdere mai la speranza e crederci fino alla fine cercando di ritagliarsi il proprio spazio con determinazione. What we Think we Become! –

 

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Scopri i look Become One x Shopenauer:

Look 1: Gonna a vita alta con fascia elastica Become One / Occhiali da sole aviator Bottega Veneta / Orecchini a cuore YSL / Sandali The Attico / Mini bag gioiello Paco Rabanne

Look 2: Bermuda sportivo in tessuto lucido Become One / Cappello con visiera e ricamo Become One / Tire boots Bottega Veneta / T-shirt Bottega Veneta / Occhiali da sole Rewop Milano

Website: www.becomeone.it

Instagram: becomeone_

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Intervista ad Hanna e Antonio, Founder e Direttore Creativo di Vaderetro https://www.waitfashion.com/interview-with-antonio-founder-and-creative-director-of-vaderetro/ https://www.waitfashion.com/interview-with-antonio-founder-and-creative-director-of-vaderetro/#respond Mon, 24 May 2021 07:26:32 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=109684 Vaderetro: un brand che oscilla tra moda, arte cultura e ricerca del passato Abbiamo incontrato Antonio ed Hanna, Founder e Direttori Creativi di Vaderetro che ci hanno raccontato della nascita e della veloce affermazione che il brand ha avuto in […]

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Vaderetro: un brand che oscilla tra moda, arte cultura e ricerca del passato

Abbiamo incontrato Antonio ed Hanna, Founder e Direttori Creativi di Vaderetro che ci hanno raccontato della nascita e della veloce affermazione che il brand ha avuto in meno di un anno dalla sua nascita.

Vaderetro non è solo moda, è anche arte e cultura; è uno stile di vita che seleziona, riscopre e ripensa a quello che una volta era l’essenziale del guardaroba reinventando il passato per creare un nuovo presente.

Hai voglia di raccontarci il vostro background?

Iniziamo con il dire che non abbiamo mai studiato moda. Hanna ha studiato lingue e business management a Parigi, ha lavorato presso Yves Saint Laurent e brand francesi come buyer ed assistant product manager. Io ho lavorato per 11 anni nello settore moda retail a Londra, coprendo diversi ruoli nei vari departments (dall’amministrativo, al commerciale, al logistico) per Armani, Prada, Vivienne Westwood, Louis Vuitton.

Da dove nasce il desiderio di dare vita ad un brand?

L’idea di un progetto insieme è nata a Londra, dove ci siamo conosciuti. In seguito, il seme è germogliato in totale “isolamento” in Marocco, dove ci siamo trasferiti per circa 1 anno, per concretizzarsi interamente in Italia, dove abbiamo lanciato il brand “Vaderetro” lo scorso agosto.

Dare vita a un brand è quasi stato naturale. Alla fine, siamo cresciuti nell’ambiente dell’abbigliamento e di conseguenza ci eravamo già immaginati come sarebbe potuta essere la nostra linea, il nostro mondo.
Avendo sempre lavorato a contatto con il “prodotto” in sè, vero e proprio, abbiamo sempre un rapporto abbastanza cinico e deciso quando si tratta di creare e sviluppare dei capi.

Analizzando attentamente il settore, ci siamo resi sempre più conto che spesso ci si sforza troppo nella ricerca di “creare the new trend”, la cosa “never seen before”. Con il progetto Vaderetro abbiamo semplicemente scelto di bypassare questa parte “effimera”, dove ognuno esalta se stesso per qualcosa che in realtà, spesso, non ha creato e semplicemente basarci su qualcosa di già esistente e riproporlo secondo la nostra visione.

“Vaderetro” è il nome che avete scelto per il vostro brand… Da dove deriva la scelta di questo nome?

Vaderetro, dal latino, “tornare indietro” è un nome in cui si sintetizza l’essenza del brand. Il nostro mondo riporta in vita elementi del passato, sia capi che movimenti culturali e storici. Non ci proclamiamo come brand “retro-garde” poiché il passato è fonte d’ispirazione ma è anche importante per noi tenere un occhio nel presente.

Quali sono le principali ispirazioni delle vostre collezioni? Quale target volete raggiungere?

Prima di realizzare le nostre capsule, passiamo anche mesi ad analizzare, studiare l’epoca scelta e le sue sub-culture, movimenti artistici, eventi storici rilevanti per farsi che la realizzazione finale possa far immergere, il più possibile, chi osserva nello zeitgeist dell’epoca scelta. Senza dimenticare l’arricchimento culturale personale che si acquisisce durante il processo di studio e creazione.

Ad esempio, nel secondo Capitolo delle nostre “Memorie”, ovvero nella SS21, esploriamo e approfondiamo il tema dell’immigrazione – un tema molto attuale nel panorama mondiale che non risparmia l’Italia, ed abbiamo esplorato più precisamente la storia dell’immigrazione italiana negli Stati Uniti. La capsule si focalizza sul fiorire della cultura italo-americana negli anni ’50 / ’60. Per farlo, abbiamo ripensato alla persistenza dell’identità etnica tra gli italoamericani di seconda generazione attraverso una fittizia trattoria familiare nel centro di Little Italy: Ria Rosa’s. Il messaggio che volevano soprattutto diffondere con questa mini collezione era semplicemente ricordare, e da li il titolo della campagna “Do not forget about it”, che viviamo in un contesto dove c’è la caccia all’immigrato, in lui viene riconosciuta la causa ed il problema del nostro malessere quotidiano, ma abbiamo dimenticato che anche noi, non molto tempo fa, partivamo all’avventura, a bordo di barconi alla ricerca di una vita migliore.

O come il tema affrontato nell’ultima collezione AW21, LA BONNE AVENTURE, dove abbiamo sviluppato l’intero mood sugli usi, costumi e tradizioni della cultura Roma. Un’altra etnia che purtroppo, a causa del bigottismo presente nella nostra società, ha solo connotazioni negative e pregiudizi totalmente distorti ed infondati.

Siete stati protagonisti di diversi eventi come Who is on next, Altaroma e Pitti Award… Quali benefici hanno portato? Hanno dato una svolta al vostro marchio?

Abbiamo avuto queste fantastiche opportunità durante un periodo mondiale piuttosto scuro. Ci hanno dato la possibilità di poter condividere il nostro lavoro e la nostra visione. Sicuramente ci ha permesso di affermarci come brand emergente in Italia e nel mondo. Dopo solo un anno di “vita” siamo fieri di esserci affermati in maniera piuttosto forte nel mercato asiatico, soprattutto in Giappone e Korea del Sud.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Si sogna ogni giorno di più. Ne abbiamo tanti. Un progetto short term sarebbe di essere riconosciuti ed affermarci anche sulla scena Europea, soprattutto a livello commerciale e di distribuzione. Un progetto futuro a lungo termine sarebbe non solo di limitarsi semplicemente allo sviluppo di capi d’abbigliamento, ma estendere e sviluppare il progetto anche in altri campi (arredamento, arte, gastronomia etc.)

Tre consigli per i giovani designer che vogliono affermarsi nel mondo fashion?

1. Credere in se stessi a prescindere da quello che si dice intorno. Tanti avranno opinioni, consigli da darti. Ma non c’è più giusta voce di quella che si trova dentro. Bisogna solo ascoltarla.
2. Sognare è bello però bisogna agire. Lavorare tanto, sacrificare molto. La fortuna e il talento sono l’1%.
3. Circondarsi di figure professionali e competenti.

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INFO E CONTATTI

Sito Web: www.vaderetrolab.com

Instagram: @vaderetro_

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Intervista a Tatiana Orlova e Stefano Pugliese, fondatori del brand Post Pandemic Tote https://www.waitfashion.com/intervista-tatiana-orlova-stefano-pugliese-fondatori-del-brand-post-pandemic-tote/ https://www.waitfashion.com/intervista-tatiana-orlova-stefano-pugliese-fondatori-del-brand-post-pandemic-tote/#respond Fri, 21 May 2021 17:22:22 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=110632 Post Pandemic Tote è un giovane brand artigianale che produce borse tote handmade nell’intento di condividere lo spirito green, gender-fluid e anticonformista della contemporaneità, con uno stile ricercato e dai toni accesi. Fiore all’occhiello sono i tessuti provenienti da deadstock esclusivi e […]

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Post Pandemic Tote è un giovane brand artigianale che produce borse tote handmade nell’intento di condividere lo spirito green, gender-fluid e anticonformista della contemporaneità, con uno stile ricercato e dai toni accesi. Fiore all’occhiello sono i tessuti provenienti da deadstock esclusivi e originali, come sacchi di juta del caffè e materassi vintage riportati alla luce da processi di upcycling e recycling, che rendono ogni prodotto davvero unico nel suo genere. Per ogni collezione seasonless, Post Pandemic Tote, con un piano sostenibile concreto e innovativo, si impegna a piantare tanti alberi per quante borse sono state vendute. Curiosi di conoscere meglio questo progetto, abbiamo intervistato Tatiana Orlova e Stefano Pugliese, designer e fondatori del brand.

Ciao ragazzi! Per presentarvi ai nostri lettori direi di partire dall’inizio. Raccontatemi un po’ di voi, chi siete?

Dietro al progetto di Post Pandemic Tote ci sono due persone: Tatiana Orlova, che ha iniziato nel mondo della moda lavorando come sales manager per diversi brand di un importante gruppo e Stefano Pugliese che ha un’esperienza gestionale nelle startup operanti in settori diversi del fashion.

Ma parliamo del vostro giovane brand. Cosa vi ha condotto al nome “Post Pandemic Tote” e perché avete scelto la tote bag come protagonista del progetto?

L’idea del brand è nata durante il primo lockdown, nel marzo 2020 e ci siamo ispirati ad un futuro post pandemico in cui la sostenibilità ambientale diventa un elemento cardine. Abbiamo pensato alla tote bag come prodotto distintivo per il suo utilizzo pratico e versatile, non vincolato dalle stagioni. I colori acidi e le forme astratte venute fuori dalle tecniche di colorazione in tie-dye ci permettono di trasmettere al consumatore un senso di positività verso il futuro.

Qual è l’unicità di una borsa PPT?

Le PPT possono essere definite ‘uniche’ in quanto ogni borsa è diversa dall’altra. E questo è dovuto dall’impiego di materiali molto differenti e con disponibilità ridotte. La diffusione delle borse non è legata alla semplice vendita di un prodotto, ma al coinvolgimento del consumatore in un immaginario ben preciso fatto di colori, forme astratte e rispetto per l’ambiente.

Che processo di ricerca c’è dietro a una collezione? A cosa vi ispirate per le vostre creazioni?

Si comincia con la cosa più complicata: il reperimento dei materiali dai vari deadstock che devono rispettare i criteri di resistenza per garantire al cliente un prodotto che duri nel tempo. PPT racconta un mondo in dialogo con il design, l’architettura, la musica. Ci piace definirlo come un progetto cross-settoriale. La sua estetica, ad esempio, è ispirata ai video clip del post-punk inglese.

Dalle vostre borse si percepisce una filosofia genderless. Qual è il vostro pensiero su questo punto?

Tatiana: Genderless è la libertà di scelta poiché solo la scelta genderless può essere considerata davvero pura/tua. Io considero il genderless un sinonimo di autenticità.

Stefano: E’ una versione più completa di quello che una volta veniva chiamato unisex. Il messaggio dietro alle PPT è che vestire un accessorio o un qualsiasi capo di abbigliamento non deve essere per forza legato al sesso di un individuo, ma al suo stato d’animo.

Bene, ma parliamo anche di sostenibilità. Quanto contribuisce il vostro brand a ridurre l’impatto ambientale?

La social responsibility del nostro brand si rivela anche per gli obiettivi strutturali di sostenibilità della produzione, trasparenza della filiera e valorizzazione del territorio. Le nostre collezioni sono interamente realizzate a mano mediante l’utilizzo di materiali militari (coperture per tende da campo, reti copri elmetto, rotoli di canapa a trama fitta) provenienti da giacenze di magazzino, oppure altri tipi di materiali come sacchi di juta per il caffè o le fodere dei materassi degli anni ’50, recuperati e modificati con nuovi motivi grafici.

Riteniamo, infatti, che la ‘vera’ sostenibilità si possa avere solo utilizzando quanto già esiste nell’ambiente, magari sotto forma di scarto dandogli una seconda occasione d’impiego. Il recupero dei deadstock è per noi una risorsa fondamentale che, stagione dopo stagione, porterà il brand ad ampliare la gamma dei prodotti di approvvigionamento per le nuove collezioni.

Per sottolineare la concretezza della nostre scelte green, nella home page delle-commerce di Post Pandemic Tote, abbiamo deciso di pubblicare costantemente un report relativo alla quantità di materiale inquinante che siamo riusciti a riciclare per la realizzazione delle nostre borse.

Le vostre borse sono “natural born green”. Spieghereste meglio questo concetto?

Spesso chi lancia un brand sostenibile all’inizio, per motivi legati ai costi di produzione, non riesce a garantire che ogni singola fibra del proprio prodotto sia effettivamente green. Noi ci siamo riusciti! Infatti, anche per i dettagli delle nostre borse, come le etichette e le tracolle, ci siamo rivolti ad aziende specializzate che ci forniscono questi prodotti realizzati con fibre miste realizzate per il 70% da cotone e il resto sintetico ma proveniente da fili rigenerati e/o poliesteri riciclati.

I prodotti di Post Pandemic Tote nascono in Puglia. C’è qualcosa che vi lega a questa terra rinomata per l’artigianato? Definireste il vostro brand di natura artigianale?

Le borse PPT sono un prodotto artigianale in quanto completamente handmade. Come anticipato prima, il progetto è nato durante il lockdown, che abbiamo trascorso nelle campagne Pugliesi. Stare a contatto con la natura ci ha reso più sensibili alla causa della sostenibilità e ci ha convinti a dare il nostro contributo con queso piccolo progetto che porta un forte messaggio. Le radici Pugliesi ci hanno condizionato anche nella scelta dei fornitori locali per offrire un prodotto 100% Made in Puglia.

Quante ore di lavoro ci sono dietro una vostra creazione?

Circa 4 ore se si tengono presenti i tempi strettamente operativi. Invece, se vengono considerati anche i tempi tecnici di asciugatura dal lavaggio e dalle colorazioni si superano le 24 ore.

Dal vostro website la prima cosa che salta all’occhio è la presenza di una forte visual identity. Quanto è importante una buona brand communication in quest’era digitale?

Il sito web è stato creato volutamente con un design essenziale e intuitivo in modo da far risaltare unicamente il prodotto. La reale comunicazione emerge dal canale Instagram dove è presente sia prodotto che il mood del brand. Inoltre, teniamo molto a comunicare l’artigianalità dei processi produttivi attraverso video esplicativi. E pensiamo che questo modello di comunicazione sia oggi fondamentale perché chiunque ha accesso al web e utilizza la rete per informarsi e acquistare.

Che progetti futuri avete per PPT? Cosa farete quando saremo tornati alla normalità post-Covid?

Per quanto riguarda la produzione, stiamo pensando di lanciare altri prodotti sotto forma di capsule collection. Già per l’estate, vorremmo realizzare delle t-shirt provenienti da deadstock militari che saranno customizzate con gli stessi processi delle borse. Mentre sul piano della comunicazione vorremmo implementare la cross-settorialità del brand per approfondire la connessione delle borse con i settori dell’arte, della musica e del design mediante collaborazioni con artisti.

Che consiglio dareste ai designer che hanno in mente di lanciare un brand in un periodo storico come questo? Come si sta evolvendo il settore moda dal vostro punto di vista?

Il settore della moda sta attraversando da un lato una fase di svolta ecologica, dall’altro un periodo di ‘resilienza’, termine decisamente in voga di questi tempi, così come di resistenza che vede i grandi marchi reggere al colpo inferto dal Covid e i piccoli brand, soprattutto quelli di ricerca, di ricerca perire. Noi resistiamo, nonostante le difficoltà, solo perché abbiamo un canale e-commerce tutto nostro e non siamo costretti a disporre di un magazzino con i relativi costi, poiché non produciamo in serie, ma “borsa per borsa”.

Alla luce di questa personalissima “fotografia” della situazione che stiamo vivendo, consiglieremmo a tutti i futuri designer di realizzare un progetto seguendo una direzione nuova, che implichi la riduzione delle stagionalità, perché le collezioni transeasonal sono le meno impattanti, così come di allontanarsi dal concetto di industria per avvicinarsi a quello di “made-to-measure” e realizzare le collezioni con meno pezzi puntando sulla qualità per comunicare al consumatore il concetto di riutilizzo dei capi. Quarto ed ultimo suggerimento: avere un canale e-commerce B2C è un must-have perché i grandi department store, spaventati dal contesto globale, tendono a tagliare il budget sui brand di ricerca spostando gli investimenti sui brand più blasonati e quindi “sicuri” dal punto di vista commerciale.

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Intervista a Federica Tosi, Founder e Designer dell’omonimo brand https://www.waitfashion.com/intervista-federica-tosi-founder-designer-dellomonimo-brand/ https://www.waitfashion.com/intervista-federica-tosi-founder-designer-dellomonimo-brand/#respond Mon, 03 May 2021 15:04:07 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=108992 Federica Tosi: la designer del brand ci racconta la sua storia Abbiamo incontrato Federica Tosi, Founder e Direttrice Creativa del suo omonimo brand. Nata a Roma, Federica intraprende la carriera come Designer iniziando con una linea di gioielli fino ad […]

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Federica Tosi: la designer del brand ci racconta la sua storia

Abbiamo incontrato Federica Tosi, Founder e Direttrice Creativa del suo omonimo brand. Nata a Roma, Federica intraprende la carriera come Designer iniziando con una linea di gioielli fino ad arrivare nel 2016 a realizzare una collezione completa di ready-to-wear ed accessori. Incuriosisti dalla sua storia e dalla sua vita da imprenditrice abbiamo voluto approfondire la sua conoscenza facendole alcune domande.

Spring Summer 2021 Collection

Ciao Federica, grazie di aver accettato il nostro invito! Hai voglia di raccontarci un po’ di te e del tuo background?
Da dove nasce la tua passione per la moda e la volontà di avere un brand tutto tuo?

La mia passione per la moda è qualcosa che ho da sempre, da quando ho memoria. Sono partita dalla collezione di gioielli e poi, nel 2016, è nato il brand di abbigliamento e accessori “Federica Tosi” con uno spirito profondamente innovativo, smart, glamour e chic, con accenti sporty e accenni al mix and match.

Spring Summer 2021 Collection

Da dove prendono ispirazione le tue collezioni?

Le mie collezioni si ispirano alla vita che mi circonda, alle persone e alle situazioni che incontro ogni giorno: l’estetica della contemporaneità. Può trattarsi di una donna che incontro per strada e mi colpisce, un particolare di un’opera d’arte che vedo o da uno dei miei viaggi dove vengo catturata dal fascino dei luoghi.

Spring Summer 2021 Collection

A che tipologia di donna si rivolge il tuo brand?

La donna a cui mi rivolgo è una donna contemporanea, determinata e sicura di sè. E’ una donna con molti impegni e interessi, che ama prendersi cura di sè, sentirsi bella e a proprio agio. I miei capi vogliono proprio rispondere a questo bisogno e desiderio delle donne, sono capi versatili che si possono adattare ai diversi momenti ed esigenze della giornata, dalle occasioni più formali durante le ore lavorative fino a quelle serali più eleganti.

Spring Summer 2021 Collection

Federica Tosi è un marchio che veste attori ed influencer tra cui anche Chiara Ferragni.. Come influisce il supporto e la spinta data da personaggi pubblici di questo calibro?

Collaboro con numerose celebrities e influncers ed è bellissimo interpretare le diverse personalità di ognuna con le mie creazioni, insieme alle loro stylist. Credo che sia molto importante il supporto di queste “ambassador” del marchio che si fanno a loro volta interpreti del mio stile e del mio messaggio. E’ uno scambio creativo reciproco davvero stimolante e importante.

Come credi si stiano evolvendo il gusto e lo stile in particolare nella moda femminile?

Credo che la situazione dell’ultimo anno e mezzo abbia portato tutti a riflettere, sia sulle modalità produttive che sui contenuti estetici delle collezioni. Il DNA del mio brand è da sempre concentrato su capi essenziali con dettagli ricercati e con un twist fashion e questa sarà la strada che porterò avanti con sempre maggiore focus.

Credo che questo corrisponda anche all’evoluzione del gusto e dello stile della moda femminile. C’è tanta voglia di sognare e tornare alla socialità, ma credo che gli eccessi del passato siano qualcosa di superato e che non tornerà. La riduzione degli sprechi, la sostenibilità, l’acquisto più responsabile di capi duraturi e non da utilizzare per una sola occasione e poi mai più: credo che la pandemia ci abbia insegnato anche tutto questo e che sia una lezione da non dimenticare mai.

Chiara Scelsi in Fall Winter 2021 Collection – Preview

Al giorno d’oggi moltissimi giovani aspirano a diventare fashion designers e riuscire a gestire un marchio di moda, che consigli possiamo dare a chi ci sta leggendo?

Il mio consiglio è quello di studiare molto e di capire bene il dietro le quinte del mondo della moda, ci vuole molta tenacia e determinazione, essere curiosi, mettersi in discussione, cercare nuove idee e suggestioni rimanendo però coerenti con la propria estetica di riferimento. Credo che evoluzione e coerenza debbano sempre andare di pari passo, una senza l’altra non basta, anzi diventa un limite piuttosto che una risorsa.

Chiara Scelsi in Fall Winter 2021 Collection – Preview

Qual è il tuo sogno nel cassetto e quali sono i tuoi progetti futuri?

Il mio sogno, e il mio impegno quotidiano, è quello di creare un brand riconoscibile e duraturo, fondato su valori solidi e concreti. Tra i miei progetti più significativi c’è l’accelerazione dell’internazionalizzazione del brand che, dopo essersi ben radicato e posizionato in Italia dove è distribuito nelle migliori fashion boutiques multibrand, ha iniziato un percorso di sviluppo anche all’estero.

Chiara Scelsi in Fall Winter 2021 Collection – Preview

 

MORE INFO

Website: www.federicatosi.it

Instagram: @federicatosi

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Scopri di più nella nostra sezione dedicata alle interviste!

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MeetTheBrand: Intervista a Manuela Affatato e Franco Gobbi di Fragile Cosmetics, una questione di e(ste)tica https://www.waitfashion.com/meetthebrand-intervista-manuela-affatato-franco-gobbi-fragile-cosmetics-questione-estetica/ https://www.waitfashion.com/meetthebrand-intervista-manuela-affatato-franco-gobbi-fragile-cosmetics-questione-estetica/#respond Thu, 08 Apr 2021 12:09:56 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=106888 MeetTheBrand è una finestra sul mondo dei marchi emergenti e indipendenti in Italia. Il tempo di un break dal lavoro o l’appuntamento serale che stavate aspettando per sentire le voci dei fondatori. Tutto quello che volevate sapere sui cosmetici e […]

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MeetTheBrand è una finestra sul mondo dei marchi emergenti e indipendenti in Italia. Il tempo di un break dal lavoro o l’appuntamento serale che stavate aspettando per sentire le voci dei fondatori. Tutto quello che volevate sapere sui cosmetici e il mondo dell’imprenditoria beauty. Una rubrica che ferma le lancette del tempo, nuove scoperte e approfondimenti.

Oggi il salotto di MeetTheBrand ospita Manuela Affatato e Franco Gobbi, founders di Fragile Cosmetics. Un brand di cosmetici nato ufficialmente nel 2020. Uno dei frutti del magico incontro tra Manuela e Franco. Mi hanno aperto una finestra sulla loro storia e permesso di raccontare come per loro etica ed estetica si uniscano in un legame indissolubile, che risponde al nome di Fragile Cosmetics.

 

Ciao Manuela e Franco, grazie per aver accettato il mio invito. Come e quando è nato il vostro brand di cosmetici beauty? Com’è nata la passione per questo ambito?

Manuela: Fragile Cosmetics nasce ufficialmente ad ottobre 2020 , ma è frutto di 2 anni e mezzo di lavoro . Quando ho conosciuto Franco a fine estate 2017 in Puglia, vivendoci e innamorandoci l’uno dell’altra, abbiamo provato a creare un progetto. Volevamo unire le nostre vite, in principio molto diverse. La chiave di tutto è stato amore e passione, che amalgamandosi hanno fatto nascere a progetti di vita e non, tra cui appunto Fragile Cosmetics. Racchiude l’amore per il bello e nostro rispetto per la natura, due aspetti a cui non potremmo rinunciare.

Franco: Questi concetti erano già da me esplorati precedentemente nell’ omonimo progetto FRAGILE by Franco Gobbi, nato nel 2017, la cui mostra debutto è stata a Parigi, tuttora permane itinerante. Nello specifico attraverso immagini trasferite su cristallo e illuminate, ho ottenuto la raffigurazione di contrapposizione tra luce e ombra. Una raffigurazione tangibile dell’ equilibrio tra fragilità e resistenza, vulnerabilità e resilienza, caratteristiche della bellezza femminile .
L”amore per la natura e per chi la abita, è stata la scintilla che ha messo in moto una lunga e approfondita ricerca. Formule e tipologie di ingredienti, che potessero essere efficaci e trasversali, senza compromessi sull’integrità’ concettuale del nostro brand (POWER IN NATURE). Il rispetto della natura si unisce al desiderio di regalare emozioni visive e olfattive. Le nostre profumazioni sono delicate e genderless, le nostre bottiglie sono in vetro serigrafato e le scatole di carta costituite di cotone riciclato. Sono sempre stato affascinato dall’idea che con il supporto di prodotti cosmetici, si possa migliorare e trasformare la nostra visione di bellezza. Sin dall’età di 14 anni, quando a Santarcangelo di Romagna, una piccola cittadina, ho iniziato a lavorare come apprendista acconciatore.

Pensate che la Pandemia abbia inciso in qualche modo sulla nascita del vostro marchio?

Manuela: La pandemia ha inciso nelle vite di tutti, sia dal punto di vista personale, che professionale. Per quanto ci riguarda, il carico di idee e progetti che avevamo, ci hanno permesso di non abbatterci e proseguire il nostro percorso. Il risultato è stato il lancio dei nostri primi due prodotti: Bloom e Rise. Avremmo voluto promuoverli diversamente, con eventi supportarti da una rete di contatti, quali amici e persone che hanno creduto in noi sin dall’inizio. Ma a causa della pandemia, abbiamo agito diversamente, investendo le nostre risorse sul digital, ottenendo ottimi riscontri.

Franco: L’avvento della Pandemia ci ha colto nel bel mezzo della produzione. Avremmo potuto rallentare, ma abbiamo deciso di accelerare, nonostante i tempi incerti, e sebbene ci fossero tutti i presupposti per pensare ad una catastrofe imminente. Crediamo profondamente in una rinascita consapevole, che in Post Pandemia ci porterà a cercare un’esperienza d’acquisto con i seguenti valori: qualità, rispetto ed integrità. Questa è la forza trainante che conduce me e Manuela a metterci in discussione, crescere insieme, coltivare un progetto comune, che consolida l’amore che proviamo per i dettagli che ci circondano. Il nostro sogno è poter trasmettere questo concetto, fornendo dei prodotti frutto di amore e cura.

Un aneddoto che ricordate con piacere e che volete condividere con i lettori di Wait!Fashion?

Franco: Il ricordo dell’estate 2017, immerso nella brezza di una spiaggia pugliese, incontro una donna speciale: Manuela. Mi ha aperto tanti orizzonti e ha avuto la capacità di realizzare con me un sogno come FRAGILE COSMETICS.

Manuela: La Spiaggia di Marzà in Puglia, cornice del nostro incontro e che abbiamo voluto come sfondo del nostro primo shooting 3 anni dopo.

Raccontereste come nasce un prodotto Fragile Cosmetics? Quali sono i punti forti?

M: Fragile Cosmetics nasce dal supporto di tutti i nostri fornitori e da un eccellente laboratorio italiano che ci ha dato la possibilità di creare delle formule esclusive, altamente performanti e naturali. L’ esperienza di Franco ci è stata utile per raffinare ogni volta la formula, fino ad ottenere ciò che per noi rappresentava la perfezione. La mia attenzione ai dettagli e le continue ricerche, ci hanno condotto verso un un pack alternativo, ecologico, genderless, di qualità e con una forte attrattiva commerciale. Abbiamo seguito personalmente ogni fase di questo percorso, come: formulazioni, packaging, immagini, certificazioni. Il tutto in chiave Made in Italy al 100 per cento. Siamo il cuore di Fragile Cosmetics in tutto e per tutto.

F: A noi piace pensare che in ambito cosmetico si debba parlare in primis di formulazioni, che grazie al supporto di ingredienti organici, garantiscano prestazioni elevate. Nel processo produttivo, infatti, cominciamo sempre dalle formulazioni dei prodotti, che verranno testati a lungo da me per poterne stabilire l’efficacia. Si passa poi al confezionamento, e non ci accontentiamo delle soluzioni disponibili sulla mercato. Vogliamo e ricerchiamo soluzioni alternative, che accontentino estetica ed ecologia allo stesso tempo.

Cosa vi ha spinto a intraprendere questo percorso e che cosa vi aspettate dal futuro?

M: Abbiamo girato il mondo insieme, assorbendo tutto ciò che vedevamo, e ritando momenti per focalizzarci sulla ricerca. Abbiamo testato prodotti su di noi, su tanti amici, e sulla nostra famiglia, collezionando esperienze e feedback. Inoltre, vedere Franco sul set, il modo in cui enfatizza la bellezza femminile e le sue diversità, ci ha spinto e stimolato a creare un prodotto versatile. Qualcosa che ogni donna e uomo potesse sentire suo. Ci aspettiamo e auguriamo di poter continuare a crescere e sviluppare sempre nuove idee, creando prodotti dedicati hair & skin. Vorremmo sensibilizzare sempre più persone e promuovere una bellezza consapevole.

F: Il nostro sogno è di incentivare la produzione di materiali ecologici dell’industri circolare.
Inoltre, ringraziamo la nostra Community di personaggi influenti che condividono la nostra linea nei loro canali per promuovere la nostra azienda.

 

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Un post condiviso da FRAGILE Cosmetics (@fragilecosmetics)

Avete in mente di inserire qualche nuovo prodotto? E quale? Se potete rivelarlo ai lettori.

M: A breve presenteremo due nuovi prodotti: shampoo e balsamo. La fragranza è davvero deliziosa. Si tratta di un prodotto dinamico, caratteristica che ci piace tenere in considerazione per ogni nostro prodotto, l’idea è quella di poterlo portare sempre con sé. A proposito di formulazione, invece, è concentrata e volta a riequilibrare il cuoio capelluto. Il risultato è una chioma da da Set, tutti i giorni .
F: Sì, Shampoo e Conditioner, come anticipava Manuela, sui quali abbiamo lavorato a lungo, raffinando le composizioni fino a raggiungere dei prodotti che ad oggi consideriamo nostri figli. Saremo felici di poterveli mostrare presto.

Cosa direste a chi ancora non vi conosce? Cosa contraddistingue il marchio in tre aggettivi?

M: Fragile Cosmetics è la nostra storia. L’ incontro tra due anime unite dall’ amore per il bello e la natura. No compromessi – dinamicità – versatilità- efficacia – bellezza consapevole .

F:
F -abulous
R-esponsible
A-ware
G-enuine
I-nnovative
L-uxurious
E-cological

La parola della Beauty Editor: I prodotti di Manuela e Franco, non sono solo tutto quello che ci siamo raccontati fino a questo momento, ma rappresentano la prova tangibile di un prodotto che rispetta l’ambiente, accontenta l’esteta più esigente e garantisce una performance senza compromessi.

BLOOM è un olio multiuso, al suo interno (100ml) un banchetto di principi attivi funzionali, come l’olio di semi di Cannabis Sativa, estratto di fiori di Calendula officinalis e Squalene, solo per citarne alcuni.  Ideale da massaggiare su viso e corpo, dopo la detersione, è un miracolo anche per le pelli più sensibili e con tendenza ad arrossarsi.

RISE è uno spray capelli (100 ml anch’esso) ideato per dare volume e texture. Da vaporizzare sulle radici prima della piega, vi basti sapere che l’effetto dura tutta la giornata. Non appesantisce il capello anche se ne mettete un po’ più del dovuto. Più pratico di così non si può.

Il pack in vetro serigrafato e beccuccio in alluminio completano l’esperienza. La presa è salda e il contenuto si conserva meglio nel tempo. Le fragranze sono genderless e consegnano alla mente un biglietto di sola andata verso una pelle abbronzata al tramonto di una giornata di mare.

Potete acquistare RISE e BLOOM di Fragile Cosmetics qui.

Info e Contatti

WEBSITE: fragilecosmetics.com

INSTAGRAM: fragilecosmetics

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NotOrdinaryTalks: Intervista ad Adry De Martino: le illustrazioni, i social, Tatuaggini Coraggiosi e Rocky Balboa https://www.waitfashion.com/notordinarytalks-intervista-ad-adry-de-martino-le-illustrazioni-social-tatuaggini-coraggiosi-rocky-balboa/ https://www.waitfashion.com/notordinarytalks-intervista-ad-adry-de-martino-le-illustrazioni-social-tatuaggini-coraggiosi-rocky-balboa/#respond Sat, 03 Apr 2021 11:21:48 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=106773 NotOrdinaryTalks è la chiacchierata a tu per tu, di quelle che ultimamente facciamo raramente. Gli ospiti del format sono personaggi diversissimi tra di loro, in comune hanno un fiume di opinioni e io vorrei ascoltarle insieme a voi. Adry De […]

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NotOrdinaryTalks è la chiacchierata a tu per tu, di quelle che ultimamente facciamo raramente. Gli ospiti del format sono personaggi diversissimi tra di loro, in comune hanno un fiume di opinioni e io vorrei ascoltarle insieme a voi.

Adry De Martino, è un’illustratrice e un sacco di altre cose che scopriremo nell’intervista che le ho fatto. Le sue illustrazioni hanno forme accoglienti, passa da un tratto che rimanda genuinamente all’infanzia, ma sui social mette a nudo le sue (che sono le nostre) insicurezze. Con il tono categorico, tipico della dura verità.  A noi piace così, con tutte le sfaccettature che un essere umano può contenere, e lei si mostra così com’è. 

La canzone che Adry ha scelto per N.O.T.:

Buongiorno Adry, grazie per aver accettato il mio invito. Benvenuta a Not Ordinary Talks. Una breve introduzione per chi non ti conoscesse, all’anagrafe Adriana De Martino, ma tutti ti chiamano Adry. Nella vita sei un illustratrice, per l’Agenzia delle Entrate una P.Iva. Com’è iniziata l’avventura da Illustratrice e quali sono stati gli ostacoli?

Ciao Alessia, grazie a te per avermi “scelta” come ospite del tuo format. Nella vita faccio l’illustratrice, content creator e per l’Agenzia delle Entrate sono una P.iva dal 2012, quando lavoravo ancora nel mondo della moda come designer in ufficio stile e decisi di fare questo salto, per poter frequentare fiere di settore e provare magari a fare qualche consulenza. L’illustrazione è venuta qualche anno dopo, cominciata in sordina, semplicemente per gioco, pubblicando su Instagram i disegni che facevo nel tempo libero. Gli ostacoli correlati all’inserimento nel mondo dell’illustrazione, sicuramente sono stati per lo più dovuti al farsi conoscere e a farsi prendere sul serio, far capire alla gente che il tuo è un lavoro e non solo una passione. Far capire che da questo devi ricavarci i soldi per poter vivere, investire e pagare le tasse.

Per continuare la tua presentazione ai nostri lettori, hai origini pugliesi, cosa ti ha portato a Milano?

Mi sono trasferita a Milano nel lontano 2007, avevo 19 anni e dopo aver terminato il liceo linguistico, ho scelto di studiare moda, per ovvie ragioni mi sarei dovuta spostare a Milano. Una città che non avevo mai visto in vita mia. E’ stato amore a prima svista!

Nella tua bio di Instagram si legge anche un altro aspetto del tuo lavoro, che risponde al nome di “Tatuaggini Coraggiosi”. Com’è nata la passione del tatuaggio? Arriva dopo l’illustrazione?

Sono sempre stata attratta dal mondo dei tatuaggi, sin da bambina. Mi piaceva l’idea di disegnarmi addosso (a mia madre piaceva un po’ meno) e non ho mai visto questo atto come deturpazione, anzi, mi ha sempre trasmesso l’idea di decoro. Come se la pelle ci fosse stata fornita per essere un mezzo di linguaggio e foglio bianco in grado di trasmettere il nostro modo di essere.
A 19 anni, ho chiesto al mio fidanzato dell’epoca, di regalarmi un tatuaggio, da li sono passati un po’ di anni in silenzio, poi ho cominciato a frequentare più assiduamente gli studi di tatuaggi come cliente, e mentre mi tatuavo cercavo di osservare quanto più potevo, tutti i retroscena di questo mestiere.

Quando ho cominciato a fare illustrazione, spesso mi veniva chiesto se tatuassi o se potessero tatuarsi una mia illustrazione. Davanti a questa richiesta che si faceva costante, e alla mia passione a proposito, ho deciso di frequentare un corso per prendere l’abilitazione ASL in qualità di tatuatore. I primi test li ho effettuati su pelle finta, poi sono passata a quella degli amici.
I tatuaggini coraggiosi nascono così! Da un atto di coraggio. In primis il mio. Desideravo lanciarmi in qualcosa che mi è sempre piaciuto, ma allo stesso tempo questo comportava tanta responsabilità, operare su un corpo, imprimendo qualcosa che non è immediato da rimuovere. I tatuaggini coraggiosi nascono dal desiderio di dare ai miei disegni una seconda vita oltre la carta. Non hanno la pretesa di piacere a tutti, di essere impeccabili e precisi, ma hanno la capacità di saper ascoltare e tradurre i sentimenti e le storie delle persone che vogliono regalarsene uno.

Sempre nella tua bio Instagram si legge che tua madre era fan di Rocky Balboa, vuoi dirci di più?
Mia madre era fan di Rocky Balboa. Ma ancora di più di Silvester Stallone, che nei lontani anni ‘80 era un gran pezzo di manzo.
Era cosi fan, che decise di chiamarmi Adriana, proprio in onore del suo amore tv. Che devozione eh?

Come nasce un’illustrazione di Adry De Martino? Hai delle routine particolari prima di metterti a lavoro?
Le mie illustrazioni sono principalmente istintive, parlano spesso per me e di me. Sono il mio diario di bordo, raccontano quello che vivo, sento e che vorrei urlare al mondo. Non ho riti particolari, mi piace spesso fare ricerca, argomenti che mi colpiscono, immagini e riferimenti artistici si traducono in spunto per creare l’illustrazione.

Le tue illustrazioni, sono spensierate e dalle forme accoglienti. La cosa che più mi ha colpito è il modo in cui affronti argomenti che risultano ancora scomodi, come ad esempio lo sfregamento cosce in Estate, con leggerezza, che come diceva il buon Italo Calvino, non è superficialità. È sempre stato semplice esporsi sui social con argomenti simili? Hai mai avuto modo di percepire l’arroganza di alcuni utenti?

Non è mai realmente facile esporsi sui social, e dire quello che davvero si pensa. Sarebbe bellissimo poterlo fare senza tirarsi addosso giudizi o commenti poco piacevoli di coloro che la pensano diversamente.
Devo essere sincera, la maggior parte delle persone che mi segue non è mai offensiva, neanche quando ha una visione differente, però a volte è comunque noioso doversi giustificare per ogni cosa che si vuole dire e dover sempre “mettere i puntini sulle i”.
Sono tanti gli argomenti di cui mi piacerebbe parlare, ma a volte evito di farlo, proprio perché so che andrei a scatenare diatribe.
Piuttosto, mi rifugio nell’illustrazione e faccio parlare i disegni per me, quando ho paura di sbagliare le parole. Devo dire che loro sono più convincenti di me e non può che farmi piacere.

Cos’è per te Instagram? Senti di aver creato una community con la quale esprimerti davvero a 360°?
Instagram è la mia vetrina lavorativa e non. Mi piace l’idea di poter condividere argomenti che non siano strettamente connessi al mondo dell’illustrazione. Mi piace anche l’idea di poter parlare agli altri, come farei con i miei amici che mi conoscono e conoscono le mie passioni, i miei dubbi, le mie debolezze.
Non so se ho creato una community. C’è cosi tanto traffico ormai, che è pure difficile affezionarsi a qualcuno, tanta gente va e viene, smette di seguirti, ricomincia, smette nuovamente, poi torna…a me interessa che ci sia sempre educazione e propensione all’ascolto e all’empatia, al divertimento e alla voglia di credere nell’arte, se non hai questi requisiti e stai li solo per “spiare e commentare” magari anche negativamente, per me puoi anche andare.

Se non avessi fatto l’illustratrice, i tuoi sogni d’infanzia a quale mestiere ti avrebbero portato?
Ho sempre sognato di fare questo nella vita, disegnare. Da bambina dicevo che mi sarebbe piaciuto disegnare per la Disney. Le cose sono andate un po’ diversamente, ma il fulcro del mio desiderio è rimasto invariato. Se non avessi fatto questo, mi sarebbe piaciuto fare l’attrice. Ma la vita è lunga, potrei sempre provarci.

Capelli rossi, rossetto rosso e vestiti pazzeschi. Che rapporto ha Adry con la bellezza?
Mentre rispondo a questa domanda, i capelli rossi in questo momento sono stati messi un attimo in standby, perché ogni tanto ho bisogno di cambiare. Anche se torno sempre al rosso, del resto è il mio colore naturale. Nel tempo l’ho accentuato, rendendolo più vivace e deciso.
La bellezza per me è importantissima, sono un’esteta. Mi piace curarmi, mi piace la gente curata. Allo stesso tempo, prendermi cura di me e lavorare sui miei punti forti, mi ha aiutata a gestire meglio i miei punti deboli, ad abbracciarli e a provare una convivenza equilibrata. Non è sempre tutto roseo, ci sono giorni, settimane ma anche mesi complessi. I miei tormenti, legati alla metabolizzazione e convivenza con un corpo burroso, tornano prepotenti, specialmente quando ti lasci andare e ti svegli una mattina con 5 kg in più. Sono un’ex obesa, so cosa vuol dire soffrire per un corpo che ti soffoca e ho il terrore di tornare in quella condizione. Il problema è che l’obesità, e tutti i disturbi alimentari, sono mostri che non ci lasciano mai definitivamente. Può capitare che tornino anche solo nel pensiero a darci un po’ fastidio, la forza sta nel saper gestire questi momenti di down. Si possono affrontare, pensando che la nostra mente, la nostra motivazione e la nostra forza deve essere più forte di questi meccanismi. C’è la possibilità di restare a galla, piuttosto che sprofondare. Basta volerlo. La moda e il beauty, mi hanno sempre aiutata tanto.

 

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Se dovessi scegliere un outfit, un rossetto, un accessorio, come se fosse la divisa di un personaggio di un cartone animato, o meglio di una tua illustrazione, cosa sceglieresti?
La mia mini me veste spesso outfit ispirati a Vivetta, Valentino, Dior. Mica pizza e fichi!

Fuori dai panni del lavoro, Adriana chi è? Cosa ama fare?
Fuori dal lavoro Adriana è una ragazza a cui piace: vedere gli amici, organizzare il pranzo della domenica e cucinare per tutti. Andare alle mostre, o al cinema. Faccio una vita molto semplice, mi piacciono i rapporti genuini e tutto ciò che può farmi e far sentire a casa.

Una canzone che conservi nella tua libreria e che secondo te può fare da filo conduttore alla nostra chiacchierata.

I calendari – Dimartino

Instagram: adry_de_martino

Website: adrydemartino.com

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“The Timeless Desert”: L’editoriale di Marzo di Wait! Fashion https://www.waitfashion.com/the-timeless-desert-the-march-editorial-of-wait-fashion/ https://www.waitfashion.com/the-timeless-desert-the-march-editorial-of-wait-fashion/#respond Tue, 23 Mar 2021 12:48:16 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=105381 Milano e Riyadh si incontrano dando vita a “The Timeless Desert”, il nuovo editoriale di Wait! Fashion Il deserto è senza tempo, al di là del progresso o del cambiamento culturale. È in continua evoluzione, si trasforma in infinite bellissime […]

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Milano e Riyadh si incontrano dando vita a “The Timeless Desert”, il nuovo editoriale di Wait! Fashion

Top, Blouse and Shorts set: Maison Margiela ; Boots: MM6 Maison Margiela ; Earring: Paco Rabanne

Il deserto è senza tempo, al di là del progresso o del cambiamento culturale. È in continua evoluzione, si trasforma in infinite bellissime dune, ma rimane sempre lo stesso.

Top, Blouse and Shorts set: Maison Margiela ; Boots: MM6 Maison Margiela ; Earring: Paco Rabanne

Il 2021 è senza dubbio l’anno del digital. Tramite alcuni scambi di reactions alle stories di Instagram conosco Anastasia: scienziata e ricercatrice nutrizionista appassionata di moda.

Grazie ai gusti e alle passioni in comune prende forma in modo molto naturale questo progetto: un foto editoriale volto a trasmettere la pace e la vitalità del deserto: un luogo che sta a cuore a molte persone che, come lei, vivono in Arabia Saudita.

Windbreaker, Top and Boots: Maison Margiela ; Leggings: Junya Watanabe ; Sunglasses: Emilio Pucci

Jacket: Rick Owens ; Boots: Maison Margiela ; Hat: Peinhard Plank ; Sunglasses: Saraghina Eyewear

Anastasia, cosa ti ha portato in Arabia Saudita?

Sono venuta qui per la prima volta per lavorare come scienziato e ricercatore nel campo dell’obesità e nutrizione all’Università King Saud di Riyadh molti anni fa. Non ho pregiudizi sui luoghi, quindi mi sono totalmente lasciata andare e si è rivelato un periodo molto emozionante della mia vita. Poi me ne sono andata e sono tornata in un secondo momento per insegnare in un’altra università. È stato allora che ho incontrato mio marito (che è originario di qui). Ora è la terza volta che torno indietro: questo paese continua a tirarmi verso di sè e adoro quello che l’Arabia Saudita sta diventando giorno dopo giorno.

Cape, Top and Mules: Maison Margiela ; Pants: MSGM ; Sunglasses: Retrosuperfuture

Una volta che entri nel deserto, ne diventi parte; vieni assorbito fisicamente nella sua immensità e nel suo silenzio sempre vibrante.

Cape, Top and Mules: Maison Margiela ; Pants: MSGM ; Sunglasses: Retrosuperfuture

Come si vestono le persone lì?

In Arabia Saudita, i “dressing codes” dipendono dalla regione, poiché il paese è molto vasto. L’Arabia Saudita veste più colorato, meno coperto, mentre l’Arabia centrale, dove si trova la capitale, veste più di nero e molte donne si coprono il viso in pubblico. È una cultura molto complessa in cui non è possibile definire persone o comportamenti in base a ciò che indossano, cosa che spesso si pensa come nei paesi occidentali. Inoltre, il paese sta cambiando molto velocemente in diversi aspetti, compreso il modo di vestire. La maggior parte della popolazione saudita è costituita da giovani e sono loro che daranno forma allo sguardo del futuro.

Cape and Boots: Maison Margiela ; Skirt: Y/Project ; Top: Helmut Lang

Cape and Boots: Maison Margiela ; Skirt: Y/Project ; Top: Helmut Lang

Cosa ne pensi del mondo Fashion di oggi?

Penso che ci siano molti designer di talento e creativi, ma l’industria della moda deve rallentare. Vorrei vedere approcci più sostenibili, modi di lavorare più rilassati e pieni di gioia, per abbandonare questa isteria di correre contro il tempo.

Vorrei vedere anche più persone vestirsi bene e con più elementi di moda nella vita di tutti i giorni. La moda non è solo per le foto o un modo per dimostrare ricchezza, ma anche un processo creativo e parte della qualità della vita di qualcuno. Ci sono così tante opzioni oggi: seconda mano, marchi emergenti, saldi… Molte persone vogliono solo brillare ad una festa o ad un evento ed io non riesco a capire questa cosa. Fai moda per te stesso, come fai qualsiasi cosa per te stesso, non per piacere agli altri o per impressionare. La moda può essere anche tranquilla e radicata, può andare oltre un clamore.

Jacket and Sneakers: Maison Margiela ; Pants: MSGM ; Blouse: Dries Van Noten ; Sunglasses: Givenchy

Jacket and Sneakers: Maison Margiela ; Pants: MSGM ; Blouse: Dries Van Noten ; Sunglasses: Givenchy

Essere vivi, in un’immensità di silenziosa vitalità. Nel deserto, sei libero di essere qualsiasi cosa

Coat and pants: MM6 Maison Margiela ; Boots: Maison Margiela

Coat and pants: MM6 Maison Margiela ; Boots: Maison Margiela

 

CREDITI

Creative Direction: Camilla Bianchi | Anastasia Samara

Styling: Anastasia Samara

Photographer: Mustafa Radwan

Photo Editing | Lighting Director: Nicholas Garlisi

Curated by: Camilla Bianchi

 

Scopri di più nella sezione dedicata a foto e video editorali, cliccando qui

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MeetTheBrand: Saeka Skincare, dove Giappone e Toscana si incontrano e si fondono https://www.waitfashion.com/meetthebrand-saeka-skincare-where-japan-and-tuscany-meets-and/ https://www.waitfashion.com/meetthebrand-saeka-skincare-where-japan-and-tuscany-meets-and/#respond Sat, 20 Mar 2021 11:38:08 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=105377 MeetTheBrand è una finestra sul mondo dei marchi emergenti e indipendenti in Italia. Il tempo di un break dal lavoro o l’appuntamento serale che stavate aspettando per sentire le voci dei fondatori. Tutto quello che volevate sapere sui cosmetici e […]

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MeetTheBrand è una finestra sul mondo dei marchi emergenti e indipendenti in Italia. Il tempo di un break dal lavoro o l’appuntamento serale che stavate aspettando per sentire le voci dei fondatori. Tutto quello che volevate sapere sui cosmetici e il mondo dell’imprenditoria beauty. Una rubrica che ferma le lancette del tempo, nuove scoperte e approfondimenti.

Oggi il salotto di MeetTheBrand ospita Saeka Bardelli, le sue origini collegano il Giappone alla Toscana e i suoi sieri fanno da ponte a due culture molto diverse, accumunate dall’attenzione al territorio.

 

Ciao Saeka, grazie per aver accettato il nostro invito. Com’è nato il tuo brand di cosmetici dedicati alla skincare viso? Com’è nata la passione per la cosmesi? Il tuo lavoro precedente è ricollegabile a questo settore?

Per spiegare com’è nato il brand bisogna raccontare brevemente la mia storia. Ho sempre avuto la passione per la cosmesi, sin da piccola, quando andavo a rubare i rossetti nel beauty case di mia mamma con dei risultati disastrosi. Dopo le superiori ho deciso di intraprendere un percorso di studi universitari incentrato sulla cosmesi. Ho frequentato un corso di Laurea Triennale, presso l’Università di Siena, nello specifico Scienze e Tecnologia dei Prodotti Cosmetici ed Erboristici con curriculum tossicologico. Durante il quale ho seguito degli stage presso una piccola azienda di Firenze e  ho anche presentato dei prodotti lanciati da una casa farmaceutica. Poi ho intrapreso il mio vero e proprio lavoro, durato 6 anni, per un azienda cosmetica di mass market. Quindi si può dire che prima lavoravo nello stesso ambito, però con un ruolo diverso. Prima ero una formulatrice in laboratorio, oggi sono un’imprenditrice.

Cosa ti ha spinto a scegliere di essere indipendente?

La svolta verso l’indipendenza è arrivata quando ho cambiato vita. Sono diventata mamma e per riunirmi alla mia famiglia, sono venuta ad abitare a Campiglia d’Orcia, un piccolissimo paese che si affaccia sulla Val D’Orcia.
Ma vorrei porre l’attenzione soprattutto su “Cosa significa essere indipendente” . Per me è la possibilità di portare avanti le proprie idee, poter spaziare, creare qualcosa che ti somigli e che rispecchi i tuoi valori. Penso sia bellissimo.

Probabilmente in questo settore in particolare, far parte di un gruppo del quale non condividi in toto i valori potrebbe dar vita a una situazione complessa da portare avanti. Correggimi se sbaglio. 

Certamente, Anche se devo ringraziare il mio lavoro precedente, mi ha formata, mi ha trasmesso molto, non potrei parlare male. In quella circostanza si partiva da una richiesta, spesso legata ad un’esigenza di mercato, ora ho l’occasione di realizzare quello che ho in mente.

Un aneddoto di quel periodo di transizione che ricordi con piacere e che vuoi condividere con i lettori di Wait!Fashion?

Mi piacerebbe poter condividere com’è nata l’idea del rituale. Stavo vivendo un momento particolare della mia vita. Ero diventata mamma, avevo cambiato il mio corpo che non era più solo mio, mi ero trasferita, avevo di fronte una rinnovata realtà. Nonostante lo avessi scelto, la gravidanza resta di per sé una rivoluzione. Ho deciso che dovevo fare qualcosa per me, e quel cenno d’amor proprio io l’ho trovato nella beauty routine, anche se preferisco chiamarla beauty ritual.

Uno spazio temporale della mattina e dalla sera, dove mi dedicavo a fare la doccia, lavavo i denti.  Cose semplici che facevo per me stessa, caricavo quel frangente perché mi serviva per affrontare tutta la giornata. Tutt’ora lo mantengo con costanza.

Secondo me è un bellissimo messaggio, perché presto o tardi ci arriviamo, capiamo che dobbiamo ritagliare a noi stesse un momento esclusivo. Magari all’inizio un po’ impacciate, non troppo convinte, però sperimentando capiamo che è effettivamente qualcosa che ti cambia. Cosa pensi della correlazione tra mente e pelle?

Io personalmente ho una visione olistica della cosmesi, pelle e mente sono strettamente collegati. Le cellule dell’epidermide e le cellule celebrali hanno la stessa origine.

Quale filosofia credi ti contraddistingua?

Io ho coniato il nome della mia filosofia e l’ho nominata slow beauty care, richiama lo slow food, e ha un significato simile. Nel concreto è la necessità di rallentare i tempi, avere una visione più umana del beauty. Si articola in 3 punti:

  • cultura cosmetica: l’attenzione agli ingredienti, la loro storia, e tutta una serie di aspetti che ruotano attorno al cosmetico finito
  • ascolto della propria pelle: andiamo sempre di fretta, non ci accorgiamo di cosa stia effettivamente succedendo, e non troviamo il tempo di ascoltare cosa la pelle abbia da dire. L’ascolto è la chiave per la personalizzazione di un rituale.
  • rituale: costituito dal respiro per iniziare con la giusta tranquillità, si passa poi  all’applicazione dei prodotti (in sequenza), e si conclude con un sorriso allo specchio, per coronare il momento con un mood diverso. Non risolverà i problemi, ma un umore più sereno non è male.

Racconteresti come nasce un siero di SaekaSkincare?
Nasce da un’idea, che dev’essere analizzata e sviscerata per capire prima di tutto la fattibilità. Cerco le materie prime nel territorio, passo alla formulazione e i successivi test per comprendere quali sono le formulazioni da portare avanti. Si fa uno studio per quanto riguarda la microbiologia del prodotto, e un’infinità di rigorosi test, come ad esempio: dermocompatibilità e stabilità del prodotto, per mimare il comportamento del cosmetico nel tempo. Se va tutto come sperato si passa alla produzione e il pack.

Vogliamo parlare della base in legno che accompagna i tuoi sieri?

Volevo qualcosa che tenesse insieme i sieri e allo stesso tempo facilitasse la visualizzazione della sequenza di applicazione. La base in legno mi ricorda tokonoma, uno scalino che si trova nelle case giapponesi, sul quale a nessuno è consentito salire. Viene considerato sacro, solitamente  viene poggiato sopra un quadro o una pianta.
Mi piace pensare sia simile per questa tavoletta. Inoltre,  non avendo aggiunto fragranze ai miei sieri, il legno compensa con la sua naturale profumazione.

 

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Ricollegandoci alle tue origini giapponesi, cosa rappresentano per te in questo percorso?

Mia mamma è giapponese, è arrivata in Italia, si è sposata e ha avuto tre figli, di cui io sono la seconda. La cultura giapponese è sempre stata molto sentita in casa, vengo da una famiglia tradizionalista, quindi io stessa ho sempre sentito il suo influsso. Mi ricordo quando ero piccola, i 3 mesi di vacanza dalla scuola li passavo in Giappone. Gli studenti del posto ne avevano solo uno. Ho avuto modo di immergermi nella filosofia e il modo di vivere, in maniera concreta, non in qualità di turista, nella splendida casa di mia nonna. Metto insieme la Toscana, per quanto riguarda le materie prime e il Giappone per la filosofia.

Hai in mente di implementare qualche nuovo prodotto? Anche se è presto, perché ricordiamo ai nostri lettori che a breve aprirai il tuo shop, dove si potranno acquistare i tre sieri. Se sì quale? Ovviamente solo se puoi rivelarlo ai lettori.

Sicuramente ho intenzione di implementare dei prodotti. Nuovi sieri, esplorare il campo della detergenza che mi piace molto e le creme. Dipenderà anche dalle aspettative della community.

Colgo l’occasione per farti una domanda a tal proposito. Credi sia semplice per un brand appena nato creare una community? Cosa hai avuto modo di sperimentare su te stessa?

Ho studiato molto su come poter utilizzare Instagram al meglio. Ho dedotto che l’unica strategia possibile per un piccolo brand è metterci del proprio, far capire alle persone chi sei e i tuoi valori, l’esposizione del prodotto verrà di seguito.

Qualche progetto per il futuro?

Ne ho tantissimi, stanotte mi sono svegliata nel bel mezzo della notte per un’idea. Per questa ragione ho sempre il mio taccuino con me. Se vado a camminare, in particolare, mi devo appuntare tutto, perché è facile che piovano idee su post e dettagli del mio business. A breve uscirà il sito e invito i lettori a visitarlo, troveranno i sieri da acquistare e la newsletter al quale iscriversi dove potranno usufruire della personalizzazione del loro rituale beauty e altre sorprese.

Parlando di progetti più in grande, sogno di far avvicinare i clienti al territorio. Per me è tutto, se non fosse stato per il luogo non avrei fatto quello che ho fatto.
Mi piacerebbe creare delle esperienze strutturate, ho già qualche idea, ma vedremo.
Per concludere, mi piacerebbe che il mio marchio segua un percorso sempre più sostenibile.

Cosa diresti a chi ancora non conosce Saeka Skincare? Cosa contraddistingue il marchio?

Il mio brand è costituito da una linea di cosmetici naturali, i cui ingredienti chiave provengono dalla campagna toscana e si sposano con i principi olistici della filosofia orientale. Sono prodotti lavorati a mano in piccoli lotti, costituiti da ingredienti selezionati per la loro qualità ed efficacia tradizionale. Attualmente la linea è organizzato in tre sieri viso, HYDRA, PROAGE,NUTRI, al loro interno troviamo rispettivamente: miele, vino e olio di oliva. Tre ingredienti a km0.

Il ragazzo che mi fornisce il miele si chiama Giacomo Sbrilli ed è un piccolo apicoltore amiatino, ha un piccolo negozio ad Abbadia Sand Salvatore che si chiama BeeHappy. Elena Salviucci, dell’azienda Campotondo,  produce un vino autoctono molto particolare, lo stesso che troviamo nel siero ProAge. L’olio d’oliva proviene da un’azienda immersa in un contesto meraviglioso, Agriturismo Poderino di Giada Gorelli.

Per quel che riguarda i miei valori, posso dire che mi contraddistingue in particolare:
l’amore per il territorio e l’onestà. Il mondo della cosmesi credo abbia bisogno di una dimensione più umana. Io ho fiducia nell’uomo e non potrei fare altrimenti, è quello che il luogo in cui vivo mi trasmette giorno dopo giorno. Qui ho la possibilità di vedere con i miei occhi la fusione tra essere umano e natura.

La parola della Beauty Editor:

Saeka, la founder dell’omonimo brand è una persona formata e attenta ad ogni particolare del suo marchio. Ha ideato tre sieri che convivono sopra una raffinata base in legno. Ricordano una crema destrutturata. Come il piatto di uno chef, il trittico raggiunge il risultato egregiamente, focalizzandoci sull’importanza di valorizzare ogni gesto. Il sorriso con il quale concludete il vostro rituale, è lo stesso che è stato intagliato all’interno della confezione per estrarre agilmente il contenuto. L’assenza di fragranze rende la fruizione semplice anche alle pelli più sensibili. Non manca neanche la cura alle parole, perché le parole sono importanti, e quel perentorio “anti”, si spoglia dalle imposizioni e si trasforma nella preposizione “pro” accompagnando armoniosamente “age”, così nasce il siero “Proage”.

SAEKA SKINCARE CONTATTI

Instagram: @saekaskincare

Website/e-commerce: Presto disponibile

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Intervista a Tara e Camille, founders del brand Miræ https://www.waitfashion.com/interview-with-tara-and-camille-founders-of-mirae-brand/ https://www.waitfashion.com/interview-with-tara-and-camille-founders-of-mirae-brand/#respond Wed, 17 Mar 2021 10:39:05 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=104637 Tara e Camille ci raccontano la storia del loro brand ecosostenibile: Miræ Abbiamo incontrato Tara e Camille, madre e figlia titolari del brand Miræ: un marchio francese che offre bellissimi capi a prezzi accessibili, perché l’eccesso non è nel loro stile. […]

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Tara e Camille ci raccontano la storia del loro brand ecosostenibile: Miræ

Abbiamo incontrato Tara e Camille, madre e figlia titolari del brand Miræ: un marchio francese che offre bellissimi capi a prezzi accessibili, perché l’eccesso non è nel loro stile. Non si vuole rivoluzionare la moda, ma semplicemente offrire ciò che si ama.

Ciao ragazze! Avete voglia di parlarci un po’ del vostro background?

Tara: Crescendo non volevo entrare nell’industria della moda; ad essere sincera non avevo idea che fosse nemmeno un’ industria! Volevo essere il prossimo Primo Ministro del Canada, volevo cambiare il mondo.

È stato solo quando mi sono trasferita a Parigi per continuare i miei studi in scienze politiche, che ho trovato la mia passione per la moda. Ho incontrato il padre di Camille, che aveva il suo marchio di abbigliamento maschile e mi sono innamorata del design. Abbiamo iniziato a collaborare, ho iniziato a disegnare abiti da donna e abbiamo fondato un marchio chiamato Tara Jarmon. Poi 3 anni fa Camille ed io abbiamo fondato il marchio davanti a un bicchiere di vino.

Camille: Sono cresciuta nel settore della moda, ma non pensavo di voler fare della moda il mio lavoro. Non mi sono mai sentita una persona “trendy”, quindi ho deciso di intraprendere un’altra strada.

Sono andato all’università negli Stati Uniti e poi ho ottenuto il mio primo lavoro presso un marchio di moda e-commerce… Inizialmente ero titubante, ma è stata un’esperienza che mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto capire quante dinamiche e quanto lavoro si cela dietro ad un marchio di abbigliamento.

La tua vostra è una vera e propria azienda di famiglia, come ci si sente a lavorare tra madre e figlia?

Il nostro legame è cambiato molto nel corso degli anni, ma Miræ ha trasformato la nostra relazione in un’amicizia. È stato così divertente imparare l’ una dall’altra, ma anche guardarsi l’un l’altro e vedere gli affari crescere.

Cosa significa Miræ? Da dove viene la scelta di questo nome per il tuo brand?

Il nome Miræ è il culmine del mio nome Camille e del nome di Tara: il Mi di Camille, l’AR di Tara.

Abbiamo visto che Miræ non segue il calendario classico del fashion system, da dove nasce la scelta di lanciare 7 collezioni all’anno?

Abbiamo deciso di creare 7 collezioni all’anno con 20 pezzi reinventati. Nelle nostre passate esperienze con altri marchi ci trovavamo a presentare la nostra collezione invernale in piena estate e questo non era ciò che il cliente voleva o di cui aveva bisogno!

Quindi con Mirae abbiamo deciso di creare nella stagione per la stagione. È molto stressante ma sembra più olistico.

Sappiamo che tenete molto all’ecosostenibilità: dai tessuti alla creazione degli abiti. Credete di poter avere un marchio ecosostenibile al 100%?

Pensiamo che sia possibile essere un marchio eco-friendly/sostenibile. Dobbiamo tutti fare uno sforzo consapevole per migliorare questo mondo.

Ci stiamo adeguando a tutte le norme per diventare un marchio più sostenibile, ma chiediamo anche ai nostri clienti di fare lo stesso: dipende anche dai nostri clienti, dal modo in cui acquistano, indossano e si prendono cura dei loro capi.

“Less Waste” è un’iniziativa rivolta alla moda circolare, ci potete raccontare di più su questo progetto?

Vogliamo che sempre più persone facciano meno acquisti (suona strano lo sappiamo!), ma vogliamo che i nostri clienti si costruiscano da soli armadi timeless pieni di pezzi sostenibili che li facciano stare bene ma che aiutino anche l’ambiente. Vogliamo che possiedano pezzi che dureranno una vita e non solo una stagione.

Siamo rimasti affascinati dalla vostra ultima collezione “My Dream Hotel Lobby”. Qual è stata la tua principale ispirazione? Puoi raccontarci qualche retroscena della realizzazione?

La collezione è stata creata in lockdown, quando tutto era incerto ed eravamo tutti a disagio per la situazione.

Volevamo sfidare noi stesse a resistere alle pratiche di moda dispendiose. Con uno stock limitato di alcuni dei tessuti più speciali, i nostri nuovi pezzi sono disponibili in edizioni esclusive, attingendo alla preziosa nostalgia del passato e all’emozione di ciò che verrà.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

La nostra nuova collezione, Baby Doll, uscirà la prossima settimana e abbiamo incorporato qualcosa di molto accattivante… Diciamo solo che è un altro modo in cui Mirae sta cercando di essere un marchio più sostenibile.

 

CONTATTI

IG: @miraeparis

www.miraeparis.com

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Intervista ad Alberto Scotti, Marketing & Content Manager di SUPERFLUID https://www.waitfashion.com/intervista-ad-alberto-scotti-marketing-content-manager-superfluid/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-alberto-scotti-marketing-content-manager-superfluid/#respond Tue, 09 Mar 2021 11:13:09 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=103661 L’estetica e il successo di SUPERFLUID raccontato da Alberto Scotti: Marketing & Content Manager. Benvenuti nel mondo SUPERFLUID! Abbiamo fatto due chiacchiere con Alberto Scotti (Marketing & Content Manager del brand) il quale ci ha spiegato i principali pilastri di […]

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L’estetica e il successo di SUPERFLUID raccontato da Alberto Scotti: Marketing & Content Manager.

Benvenuti nel mondo SUPERFLUID!
Abbiamo fatto due chiacchiere con Alberto Scotti (Marketing & Content Manager del brand) il quale ci ha spiegato i principali pilastri di SUPERFLUID: il brand crea basi skincare divertenti e facili da usare per tutti e per chiunque. Audace fuori, pulito dentro: seleziona formule 100% vegane di alta qualità.

Da dove nasce Superfluid? Qual è il suo significato?

Superfluid nasce dalla volontà di creare un brand che fosse in grado di fornire strumenti beauty adatti a tutti, e contemporaneamente rappresentare in maniera autentica le real skin. Nel senso vero e proprio del termine: la nostra comunicazione si basa su volti normali, completamente al naturale – soprattutto quei volti che di solito non vedi nella comunicazione beauty. E anche nel senso “figurato”, dato che ci piace raccontare le storie di chi quelle pelli le abita, e del loro percorso di accettazione di sé.

Perché lo facciamo? Perché pensiamo che sia fondamentale creare un safe space in cui chiunque possa sentirsi rappresentato e ispirato ad amare la sua pelle, e per estensione se stesso.

Superfluid nasce dall’esperienza Freeda, e dal lavoro che la media company ha fatto negli ultimi quattro anni nel dare voce a una nuova generazione di donne – inizialmente – per poi aprirsi a un pubblico ancora più vasto e rappresentare più identità possibili. Superfluid, come Freeda, si basa sull’ascolto della community: infatti, i prodotti che creiamo nascono da un lavoro di costante dialogo con il nostro pubblico social. Gli chiediamo le loro preferenze, e a questo aggiungiamo il nostro expertise e la ricerca della qualità.

Quanto è importante l’estetica della comunicazione all’interno del vostro lavoro?

Tanto! Ma ti direi che ancora più importante per noi è che l’estetica veicoli un messaggio positivo, inspiring.

Troviamo interessante ed inclusiva la serie di short video “Getting ready with”, puoi raccontarci il concept di questo format ed il suo goal?

Getting Ready With è uno dei nostri format forse più rappresentativi. È un format semplice: chiediamo a persone della nostra community, persone che sono per noi fonti di ispirazione, di filmarsi mentre fanno la loro beauty routine e intanto raccontarci qualcosa del loro rapporto con se stesse. Pensiamo che sia un format che da un lato rende bene la facilità di utilizzo dei prodotti Superfluid, e dall’altro veicola un messaggio per noi fondamentale: che ciascuno di noi segue un percorso di accettazione e amore per se stesso, che non sempre è facile, ma condividerlo e rispecchiarsi in una community come la nostra può essere d’aiuto.

Che valore ha per voi la community e perché?

Ti direi che la community è il cuore di Superfluid. Come ti anticipavo, dall’ascolto della community vengono le nostre scelte in fatto di prodotto, e c’è anche stato un caso in cui i feedback della community ci hanno spinto a togliere un prodotto dal mercato e riformularlo. Ed è per la community che abbiamo istituito il Superfluid Mental Health Fund, un fondo in cui devolviamo continuativamente l’uno per cento delle nostre revenues, e il 10% di revenues nei momenti più promozionali dell’anno, per il supporto psicologico dei più giovani.

Qual è il prodotto del quale andate più fieri?

Andiamo fieri di tutti i nostri prodotti! Sono vegani, di alta qualità e ovviamente cruelty free (fortunatamente in Europa è la legge a richiederlo). Ma sicuramente la linea care è la gamma su cui stiamo investendo di più in termini di studio e ampliamento – per il 2021 abbiamo non poche sorprese…

Credo che il lockdown abbia cambiato le priorità delle persone, anche per quanto riguarda la cura del proprio corpo. Si è iniziato a parlare sempre più di skincare; In un periodo di stress e sconforto che importanza ha la cura della propria pelle?

Sai, parlerei in generale della cura di sé in senso profondo – non tanto come beauty routine che è sempre una scelta personale. La cura della propria pelle per noi rientra nella scelta di dedicarsi del tempo, cercare di capire le nostre esigenze emotive, psicologiche e fisiche e sapere che sono valide. Ecco, questo credo che sia fondamentale.

In che modo si sta diffondendo la skin-care nell’universo maschile?

Fortunatamente credo che lo skincare stia valicando sempre più “barriere”, o almeno quelle che sono state tradizionalmente ritenute tali. E molti brand stanno andando in quella direzione: penso sia un momento importante per il mondo beauty, un momento estremamente positivo.

Sappiamo che tutti i vostri prodotti sono al 100% vegani, puoi raccontarci qualche dettaglio in più riguardo questa scelta?

È una cosa su cui non abbiamo mai avuto dubbi, fin dagli inizi. Pensiamo che i brand oggi non possano esimersi dall’avere una responsabilità sociale ed etica, e in questa direzione vanno molte delle nostre scelte, compresa questa.

“Ci piace raccontare le storie di chi quelle pelli le abita, e del loro percorso di accettazione di sé”

Credi che il fashion beauty system stia agendo bene sul fronte dell’eco sostenibilità’?

Sai, questo è un tema enorme e ognuno sta cercando di fare quello che può, chi più chi meno. La produzione di beni di consumo non è mai la scelta più sostenibile, bisogna innanzitutto essere onesti e dirci questo! Ma in questo ambito, noi cerchiamo di migliorarci sempre e continuare a porci gli interrogativi giusti.

Per quanto riguarda il tema dell’inclusività, che sappiamo essere un vostro punto di forza, credete che i grandi brand stiano dando il giusto esempio?

Penso che il giusto esempio venga dalle persone stesse, che soprattutto nelle giovani generazioni sono sempre più esigenti e non perdonano ai brand di rimanere indietro.

 

CONTATTI

Instagram: @superfluid__

Website: www.getsuperfluid.com

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Showroom 999 presenta: Via Roma 15 https://www.waitfashion.com/showroom-999-presenta-via-roma-15/ https://www.waitfashion.com/showroom-999-presenta-via-roma-15/#respond Thu, 04 Mar 2021 16:18:57 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=103750 Il successo di Via Roma 15 raccontato da Showroom 999 Dopo l’appuntamento della scorsa settimana, siamo tornati da Showroom 999 per scoprire di più riguardo a un nuovo brand: Via Roma 15. I titolari Angelo Dall’Osso e Tiziana Stancich ci […]

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Il successo di Via Roma 15 raccontato da Showroom 999

Dopo l’appuntamento della scorsa settimana, siamo tornati da Showroom 999 per scoprire di più riguardo a un nuovo brand: Via Roma 15.

I titolari Angelo Dall’Osso e Tiziana Stancich ci hanno raccontato la storia di Via Roma 15 mostrandoci i modelli più iconici e spiegandoci come sta performando il brand in questa campagna vendita Fall Winter 2021.

Qual è la storia di Via Roma 15? Dove nasce e come si è evoluta questa azienda nel tempo?

Via Roma 15 nasce più di trent’anni fa, quando nel 1979 Silvano Volpato fondò l’azienda. Grazie all’eccellente lavoro del titolare e dei figli Manuel e Viviana, il brand si è affermato sempre di più fino ad arrivare ad essere rinomato a livello globale. Via Roma 15 propone sul mercato prodotti dal look innovativo ed artigianali: l’azienda infatti cura ogni fase della filiera produttiva: dalla progettazione dei modelli alla consegna del prodotto finale al cliente.

Il made in Italy è senza dubbio una delle prerogative più importanti e proprio per questo il marchio viene considerato come la perla della riviera del Brenta.

Quali sono i punti di forza del marchio?

I punti di forza di Via Roma 15 sono sicuramente la serietà, l’eccellenza e la grande professionalità. Stiamo parlando di una delle aziende più valide per quanto concerne la produzione di stivali: l’iconica struttura sulla quale si basano la maggior parte delle calzature permette di dare slancio alla gamba andando ad accentuare la silhouette della donna.

Un altro importante pillar del brand è senza dubbio il made in Italy infatti le concerie produttrici del marchio utilizzano materiali di prima qualità a km 0.

Come sta performando il brand in questa stagione?

L’ottimo rapporto instaurato con l’azienda ci sta permettendo di performare sempre di più nel mercato e confermare un trend che è in assoluta crescita, come quello degli stivali. Siamo molto forti sul territorio italiano, ma stiamo riuscendo ad entrare ed affermarci sempre di più anche nei Department Stores esteri più influenti.

Il best-seller è senz’altro l’iconico stivale con la “V” dorata, ma con Via Roma 15 siamo riusciti ad alimentare una forte richiesta sul mercato per stivali e tronchetti oltre che ai noti sandali anche per la stagione estiva, andando ad utilizzare materiali che meglio si adattano alla stagione e alle tendenze del momento.

Come ha reagito il brand alla digitalizzazione?

Grazie alla digitalizzazione il brand è riuscito sempre più ad affermarsi: siamo riusciti ad entrare nell’online grazie alla richiesta da parte di diversi market-place leader nel settore.

La forza del prodotto unita alle abilità dell’agenzia e all’ esperienza dei clienti di coglierne il potenziale ha permesso a Via Roma 15 di adeguarsi alle regole del mercato digitale. Negli anni Via Roma 15 è diventato un must have e un punto di riferimento per una clientela molto trasversale: il brand è infatti molto apprezzato sia dalle ragazze che dalle donne più adulte.

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Scopri di più su Showroom 999 leggendo l’intervista ai titolari!

 

CONTATTI

Showroom 999: @showroom999milano

Via Roma 15: @viaroma15

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MeetTheBrand: 1981Lab di Francesca di Palma https://www.waitfashion.com/meetthebrand-1981lab-francesca-palma/ https://www.waitfashion.com/meetthebrand-1981lab-francesca-palma/#respond Mon, 01 Mar 2021 14:48:21 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=103035 Ciao Francesca, grazie per aver accettato il nostro invito. Com’è nato il tuo brand di cosmetici beauty 1981Lab? Com’è nata la passione per questo ambito? Ho un background nella moda ma ho sempre desiderato essere indipendente attraverso un’attività  che fosse […]

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Ciao Francesca, grazie per aver accettato il nostro invito.
Com’è nato il tuo brand di cosmetici beauty 1981Lab? Com’è nata la passione per questo ambito?

Ho un background nella moda ma ho sempre desiderato essere indipendente attraverso un’attività  che fosse tutta mia.
Dobbiamo tornare a ritroso, più precisamente nel 2010, quando all’età di 28 anni il lavoro che svolgevo all’epoca non mi regalava più stimoli e prospettive. Quello è stato il momento in cui ho preso la situazione in mano e ho aperto insieme ad una socia un’attività nel campo dell’estetica.
Purtroppo è arrivato un momento in cui per cause di forza maggiore ho dovuto vendere la mia attività. Per mia natura mi piace mettermi continuamente alla prova e sfidare i miei limiti, e allo stesso tempo da anni sognavo di fondare un brand di cosmetici. Così è nato 1981Lab, dal desiderio di rinnovarmi e di dare alla luce qualcosa che mi rispecchiasse.
Sono diverse le ragioni che mi portano ad amare il lavoro che faccio oggi:
la mia personale propensione alle esigenze dell’altro, il contatto umano che consente di instaurare relazioni vere e la possibilità di immergersi continuamente in progetti nuovi e coinvolgenti.

 Cosa significa fare una scelta così radicale in un periodo di Pandemia?

Il tempo che ho passato chiusa in casa, come del resto tutti, ha costituito l’occasione giusta per fermarmi, riflettere e maturare anche dal punto di vista personale. Così ho avuto modo di estrarre un desiderio dal cassetto, come si suol dire.

Un aneddoto di quel periodo che ricordi con piacere e che vuoi condividere con noi?

La prima cosa che mi viene in mente è il periodo di ricerca dell’ azienda che avrei scelto per produrre i prodotti. Arrivavano così tanti scatoloni, colmi di test. Io e il mio compagno abbiamo passato un periodo inevitabilmente cosparsi di creme e olii di ogni tipo.
Lui ovviamente ora ha il set uomo tutto per sé.

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Racconteresti come nasce un prodotto 1981Lab?

Un prodotto nasce prima di tutto dalla fase di ricerca. Un tassello fondamentale per diverse ragioni: poter osservare il mercato, qual è la domanda e quali sono le offerte. Le informazioni di cui ha bisogno un brand per creare un prodotto che soddisfi le aspettative dei consumatori.
Alla luce di questo, credo che oggi le persone ricerchino tre cose in particolare: semplicità, coerenza e chiarezza.
Ma per tornare alla tua domanda, dall’ idea si passa alla realizzazione del prodotto e i successivi test. Personalmente posso dire di aver trovato un laboratorio pazzesco a Spoleto. Ci seguono a 360°, dai test, passando per la scelta del packaging, e concludere con la comunicazione.

 

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Hai in mente di implementare qualche nuovo prodotto? E quale? Se puoi rivelarlo ai lettori.

Non voglio svelare ancora troppo, ma posso dire che per Marzo abbiamo delle sorprese in serbo. Mentre nel corso dell’anno abbiamo programmato nuove uscite. Seguiteci per saperne di più!

Qualche progetto per il futuro?

Sì, sto lavorando in particolare ad una collaborazione con un centro dedicato alle donne vittime di violenza: CADMI, a Milano, in viale Piacenza, che da 40 anni offre il proprio supporto su tutto il territorio italiano. Attraverso un numero da chiamare in caso di necessità, e per mezzo di strutture e alloggi che permettano un’alternativa sicura per sfuggire alla violenza domestica. Abbiamo instaurato questa collaborazione poiché credo sia arrivato il momento per ognuno di noi di agire nel concreto.

Per rimanere sempre in tema di collaborazioni, sto lavorando ad una capsule “1981lab for”, che permetterà ai i distributori (dalle profumerie, ai relais) di personalizzare i prodotti – del nostro marchio – che scelgono di offrire alla clientela.

Cosa diresti a chi ancora non conosce 1981Lab? Cosa contraddistingue il marchio?

Quello che il consumatore vorrei sapesse del mio brand è che dietro a tutto questo c’è una protagonista principale: la natura. Dalla quale ho tratto ispirazione per creare prodotti a base vegetale, racchiusi in packaging eco-sostenibili e altrettanto sicuri come previsto dalle rigidissime normative di Cosmetovigilanza italiane. Ma soprattutto ho investito nella creazione di un prodotto che si prenda cura della pelle, attraverso un’esperienza olfattiva che avvolge anche lo spirito.

UNA SELEZIONE DI PRODOTTI 1981Lab: 

 Tutti i prodotti 1981Lab sono acquistabili qui.
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Showroom 999 presenta: Paloma Barcelò https://www.waitfashion.com/showroom-999-presenta-paloma-barcelo/ https://www.waitfashion.com/showroom-999-presenta-paloma-barcelo/#respond Thu, 25 Feb 2021 12:19:14 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=103038 Il successo di Paloma Barcelò raccontato da Showroom 999 Ci troviamo nel pieno della campagna vendita Fall Winter 2021 e abbiamo deciso di approfondire la conoscenza di Showroom 999 e di saperne di più sui brand che propone: oggi vi […]

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Il successo di Paloma Barcelò raccontato da Showroom 999

Ci troviamo nel pieno della campagna vendita Fall Winter 2021 e abbiamo deciso di approfondire la conoscenza di Showroom 999 e di saperne di più sui brand che propone: oggi vi presentiamo Paloma Barcelò.

Fall Winter 2021 Exclusive Preview

Siamo stati accolti dai titolari Angelo Dall’Osso e Tiziana Stancich i quali ci hanno guidato all’interno dei loro spazi di Via Archimede, 10 raccontandoci la storia di questo brand made in Spain super gettonato di calzature adatto a tutti i gusti e a tutte le fasce di età.

La prima domanda nasce spontanea: Qual è lo stile e la poetica che caratterizza la storia di Paloma Barcelò?

L’identità di Paloma Barcelò si è evoluta e modificata negli anni senza però mai dimenticare le sue radici. Il suo è uno stile distintivo che, stagione dopo stagione, coniuga una forte tendenza innovativa con un radicato spirito mediterraneo. Il connubio tra la scelta di proporre colori e forme sorprendenti e la volontà di rimanere fedele alla funzionalità, ha permesso al designer – Manuel Barcelò – di creare un marchio moderno, sexy e in grado di suscitare passione e affinità attraverso i suoi modelli.

La chiave per raggiungere l’eccellenza è stato l’avere il pieno controllo del processo produttivo: per Paloma Barcelò la massima qualità è un requisito essenziale: il prodotto deve essere “nobile”, durevole e ben fatto. La qualità deve essere mantenuta lungo l’intera catena di produzione. Paloma Barceló mira alla crescita economica unita allo sviluppo sostenibile a medio e lungo termine, contribuendo al rispetto delle persone, dell’ambiente e delle comunità.

Quali sono i punti di forza del brand?

Sicuramente l’estrema flessibilità nell’aggiornare le strutture ed il continuo rinnovarsi rendono Paloma Barcelò un brand molto forte sul mercato. Il marchio infatti propone ad ogni stagione collezioni molto ampie e complete arrivando a campionare oltre 40 strutture e 200 modelli all’avanguardia che riescono ad emozionare ogni tipo di clientela.

Fall Winter 2021 Exclusive Preview

Un altro punto di forza è senza dubbio la lavorazione dei fondi: Paloma Barcelò è stato precursore dei volumi e di tutto il mondo “biker” riuscendo pur sempre a mantenere la leggerezza, l’artigianalità e l’esclusività che da sempre contraddistingue il marchio. L’essere precursori di diverse tendenze ha influito positivamente sulla Brand Awareness conquistando un ottimo posizionamento sia negli stores fisici che sul fronte dell’online.

Fall Winter 2021 Exclusive Preview

Come sta performando il marchio?

Negli ultimi due anni abbiamo riscontrato un aumento delle vendite del 300% sul mercato italiano sia per la Spring/Summer che per la Fall/Winter. Questo successo ci ha permesso di entrare nelle brandlist di moltissimi Best Shops e Department Stores 

Anche le migliori aziende del lusso hanno dimostrato parecchio interesse nella serietà, professionalità ed eccellenza di Paloma Barcelò scegliendo di affidarle la produzione delle proprie calzature.

La collezione Spring/Summer 2021 è ora disponibile in diversi Top Shops e presso i Flagship Store del brand di Madrid, Barcellona, Valencia, Puerto Banùs e Miami.

Da Showroom 999 è invece in corso la campagna vendita per la stagione Fall/Winter 2021 e vi lasciamo una piccola anticipazione: con la collezione “REVIVE” Autunno/Inverno 2021, Paloma Barcelò continua ad esplorare il mondo urbano. Nuove silhouette dai colori forti e chiari per outfit semplici o più elaborati, e infine una linea ARTIC: tutto questo per mostrare la nuova visione del Paloma Barcelò.

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Scopri di più su Showroom 999 leggendo l’intervista ai titolari!

 

CONTATTI

Showroom 999: @showroom999milano

Paloma Barcelò: @palomabarcelo

 

 

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Intervista ad Angelo Dall’Osso e Tiziana Stancich, titolari di Showroom 999 https://www.waitfashion.com/interview-with-angelo-dallosso-and-tiziana-stancich-owners-of-showroom-999/ https://www.waitfashion.com/interview-with-angelo-dallosso-and-tiziana-stancich-owners-of-showroom-999/#respond Wed, 24 Feb 2021 09:25:09 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=101443 Angelo Dall’Osso e Tiziana Stancich raccontano il successo di Showroom 999 di via Archimede 10 – Milano Dopo diversi anni di attività nel settore della moda ed in particolare nel mondo delle calzature, Angelo Dall’Osso e Tiziana Stancich aprono Showroom […]

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Angelo Dall’Osso e Tiziana Stancich raccontano il successo di Showroom 999 di via Archimede 10 – Milano

Dopo diversi anni di attività nel settore della moda ed in particolare nel mondo delle calzature, Angelo Dall’Osso e Tiziana Stancich aprono Showroom 999 a Milano: tre ampi spazi in via Archimede 10 ospitano le più contemporanee collezioni di marchi premium e leader nel settore.

In questa intervista i due titolari ci raccontano la storia della loro azienda e il loro punto di vista nei confronti del sistema moda.

Che cosa ha scaturito l’interesse ad entrare a far parte del fashion system?

Sono appassionato al mondo dell’arte ed ho sempre cercato di miscelare questo forte interesse con la moda. Entro nel mondo delle calzature in giovane età e a 19 anni ho aperto il mio primo showroom a Milano seguendo i top shop italiani di quegli anni. Dopo qualche tempo mi sono trasferito in via Borgogna dove grazie al pacchetto clienti fidelizzato, alla posizione e alla selezione dei marchi, ho sentito l’esigenza di ampliarci e con Tiziana ci siamo spostati in Via Archimede 10, con tre spazi e nuovi brand.

Qual è stato il punto di svolta della vostra azienda che vi ha permesso di affermarvi sul territorio?

Abbiamo avuto la fortuna di iniziare a collaborare con un brand molto performante che abbiamo iniziato a distribuire sin da subito in negozi di fascia alta. Successivamente grazie all’apertura degli spazi in via Archimede 10, al nostro pacchetto clienti fidelizzato da tempo e all’attenta cura nella selezione dei nuovi brand, ci siamo espressi ed affermati sempre di più nel mondo dell’accessorio e della calzatura.

Da che cosa è dettata la selezione dei brand con i quali collaborate? Quali sono i prerequisiti che ricercate in un marchio?

Adoriamo le calzature artigianali, il mondo premium. Prediligiamo brand che abbiano una storia alle spalle e che siano specializzati in un particolare segmento di prodotti. La concretezza e l’essere leader sono senz’altro prerequisiti: una collezione deve suscitare emozione e centrare l’obbiettivo, rimanendo sempre all’avanguardia e allineata con le richieste del mercato.

La fiducia è un ingrediente fondamentale in questo sistema… Qual è il segreto per mantenere un rapporto di fiducia con il cliente?

Il rapporto di fiducia si basa sicuramente sulla serietà e il fatto di dimostrare nel tempo sia ai negozi che ai brand di poter contare sul nostro know-how e sul nostro modo di lavorare. Ogni stagione ci preoccupiamo di aggiornare sempre la nostra proposta per stare al passo con le tendenze e soddisfare le esigenze dei nostri consumatori. Prestiamo molta cura alla selezione dei nostri partner sul territorio: preferiamo recarci personalmente a seguire l’andamento del mercato riuscendo così a sublimarne l’essenza. Il servizio che offriamo deve essere sempre impeccabile.

Come state affrontando il riadattamento delle vendite b2b data l’emergenza sanitaria?

Ci siamo adeguati immediatamente alle norme con i più alti standard di sicurezza.

La piattaforma del b2b è uno strumento che ha sicuramente facilitato l’espressione di identità del brand al momento della vendita. Il mondo del b2b è indispensabile; una volta passata l’emergenza sanitaria rimarrà senza dubbio un ottimo sistema di lavoro che andrà ad integrarsi con i metodi più classici.

Quanto ha inciso la digitalizzazione sui sell out delle boutique?

Moltissimo, chi aveva la piattaforma online è stato sicuramente avvantaggiato. Internamente ci siamo adeguati per fornire servizi sia digitali che di creazione di siti e-commerce, avvalendosi di aziende di fiducia.

Avete mai preso in considerazione di ampliare le categorie di prodotti proposti, aprendovi anche all’abbigliamento?

Crediamo che essendo specializzati in calzature, se dovessimo iniziare un progetto riguardante l’abbigliamento, dovrebbe essere con un’azienda già conosciuta oppure collaborare per una capsule collection particolare, come già abbiamo fatto in passato conseguendo ottimi risultati. L’ambiente ci sta pian piano identificando come lo showroom ideale che permette ai top shop di trovare l’accessorio e la calzatura giusta: siamo un riferimento soprattutto per le migliori realtà specializzate in abbigliamento.

Quanto vale per voi l’artigianalità nel mondo delle calzature?

E’ fondamentale. Siamo orientati verso il made in Italy o comunque verso aziende leader nel settore che pongono molta attenzione nella manifattura e con forte gusto estetico, contraddistinti da una grande artigianalità.

Grazie alle caratteristiche di ognuno, abbiamo creato un team vincente nel quale ognuno riesce a mettere del suo nel lavoro che facciamo.

Quali sono i prossimi step e obiettivi futuri di 999?

Crediamo sia di fondamentale importanza dare spazio ai giovani. Molte persone del nostro team sono ragazzi giovani che noi scegliamo per crescere insieme professionalmente. Siamo contenti di aver creato un team che va d’accordo e collabora nel migliore dei modi. Grazie alle caratteristiche di ognuno, abbiamo creato un team vincente nel quale ognuno riesce a mettere del suo nel lavoro che facciamo.

Sicuramente l’obbiettivo principale è quello di affermarci sempre di più in Italia e all’estero e continuare a lavorare nel migliore dei modi con i nostri clienti. Siamo soddisfatti di essere stati scelti per collaborare con alcune delle nostre aziende anche a livello di consulenza, progettazione e strategia.

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MeetTheShop: Intervista a Luisanna Mundula fondatrice di The Indie Beauty Shop https://www.waitfashion.com/interview-to-luisanna-mundula-founder-of-the-indie-beauty-shop/ https://www.waitfashion.com/interview-to-luisanna-mundula-founder-of-the-indie-beauty-shop/#respond Wed, 17 Feb 2021 16:15:14 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=100876 The Indie Beauty Shop è un e-commerce beauty, di prodotti selezionati con cura, vede la luce nel Novembre 2020, in pieno soft lockdown. Dietro alla storia imprenditoriale che vi racconterò oggi, c’è Luisanna Mundula, sarda in prestito alle campagne di […]

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The Indie Beauty Shop è un e-commerce beauty, di prodotti selezionati con cura, vede la luce nel Novembre 2020, in pieno soft lockdown. Dietro alla storia imprenditoriale che vi racconterò oggi, c’è Luisanna Mundula, sarda in prestito alle campagne di Lucca, con la passione per i cosmetici e un percorso di imprenditoria illuminante. Conosciamola insieme:

Ciao Luisanna, ti ringrazio per essere qui. Partiamo dal principio: com’è nato il tuo negozio online di beauty?
Ho sempre avuto la passione per il mondo della cosmesi, anche se nella vita mi sono occupata di tutt’altro per diverso tempo.
Nasco come graphic designer, e mi sono evoluta nel settore del marketing. Ho lavorato per le aziende più disparate, dai gioielli, all’abbigliamento, passando per la nautica e sono arrivata perfino perfino all’idraulica industriale.

A un certo punto mi sono resa conto di aver perso l’interesse per il mio lavoro e ho fatto i conti con le mie reali passioni.

Non è stata una decisione presa su due piedi, ho studiato, elaborato un paio di fattibilità e un business plan. Era tutto pronto per la fine del 2017.

Nel gennaio del 2018 purtroppo la vita mi ha posto una sfida importante, mio padre si è ammalato e a Febbraio dello stesso anno è venuto a mancare. La mia prima brusca battuta d’arresto.
Ho deciso di mettere da parte il lavoro perché le mie priorità erano cambiate e avevo bisogno di tempo, per poter fare ordine nella mia vita, mettere a fuoco tutto quello che avevo pensato fino a quel momento.
Nonostante il dolore che provavo e che mi ha profondamente segnata, ho continuato a tenermi informata. Leggevo e studiavo.

Attraverso la lettura, in particolare con le informazioni che raccoglievo dalla stampa estera, mi sono resa conto di non essere sulla strada giusta per il mio lavoro.

Quando mi sono sentita pronta ho rimesso mano al mio progetto e ho stravolto tutto quello che avevo pensato in passato. Il periodo di stop che mi sono presa, ha ribaltato la concezione di beauty che avevo fino a quel momento e con rinnovata consapevolezza il 21 febbraio del 2020 ho aperto la mia Partita Iva. Il giorno successivo sarebbe stato il secondo anniversario della scomparsa di mio padre, è una data simbolica per me, l’ho scelta per celebrare la mia rinascita!

Ti sei sempre occupata di bellezza o si tratta di un desiderio che avevi tenuto nel cassetto?

Non è mai stato il mio lavoro, ho voluto trasformare la mia passione in un’impresa. Sono sempre stata attratta dalle novità e da marchi assolutamente sconosciuti nel mercato italiano. Basti pensare che ho provato per la prima volta i cosmetici sud coreani nel lontano 2007, molto tempo prima che arrivassero in Italia, e in Europa. Me li fece conoscere una mia ex collega di Seul, cosciente della mia passione per la skincare.
Ma l’amore per i cosmetici risale alla mia infanzia.
Ricordo nitidamente il rituale di bellezza di mia mamma. Ogni mattina e ogni sera la trovavo davanti allo specchio, con latte detergente, tonico e crema idratante applicate religiosamente. Sebbene fossero gli anni ‘80 e non si possedessero tutti i prodotti che troviamo in commercio oggi, lei aveva a cuore il suo momento di bellezza. A tal proposito, ti racconto un aneddoto, da piccola era piuttosto scalmanata, mia madre per tirare il fiato un paio d’ore almeno, aveva ideato un metodo. Uno smalto rosso, ecco la soluzione all’energia irrefrenabile di sua figlia. Me lo metteva e rivolgendosi a me mi avvertiva dicendo: “Ora stai ferma fino a quando non sarà perfettamente asciutto, te lo dice mamma quando puoi muoverti”. Come vedi è una passione che mi accompagna da tutta la vita.
Lei non si truccava all’epoca e non si trucca tutt’ora, a differenza mia che quasi non esco di casa senza il rossetto.

Quando hai ufficializzato la messa online del tuo sito?

Dopo mesi di lavoro il mio sito è andato online il 22 novembre del 2020.
A fine primavera ho contattato un bravissimo sviluppatore che è riuscito a tradurre i miei pensieri e la filosofia del mio negozio. Abbiamo trascorso tantissime ore in videochiamata, per poter definire ogni singolo dettaglio: dalla scelta della palette cromatica, al carattere, al tipo di foto e quali contenuti fossero importanti da inserire a come farlo. Ho scelto di proposito un uomo che non si fosse mai occupato del settore beauty: volevo un approccio e un punto di vista differente dal mio. Soprattutto perché mi avrebbe fatto notare cose che probabilmente avrei potuto dare per scontate. Volevo che ogni persona che avrebbe scelto di visitare il mio sito potesse percepire la cura dei dettagli e che allo stesso tempo trovasse informazioni utili per poter scegliere i prodotti.

Un aneddoto di quel periodo che ricordi con piacere e che vuoi condividere con i lettori di Wait! Fashion?
Ho provato ogni singolo prodotto del mio catalogo. Credo che sia stata la decisione migliore per poter raccontare al meglio le mie scelte.
Ad esempio ho provato anche l’olio da barba di Rokua Skincare, presente nel mio e-commerce, si tratta di un brand finlandese specializzato in prodotti per la cura della pelle maschile.


In prima battuta l’ho provato sul viso, per percepirne la consistenza, il livello di assorbimento e capire se la fragranza potesse essere gradevole.
Dopodiché ho messo in pratica una prova del nove: ho depilato le gambe con la lametta e l’ho applicato in un primo momento sulla caviglia, per testarlo in una zona limitrofa. Una volta andato a buon fine il test, ho preso il coraggio a quattro mani: l’ho applicato sull’interno coscia, già provato dal rasoio. Dove avevo applicato l’olio la pelle cominciava a essere meno arrossata e sentivo una piacevole sensazione lenitiva.
Così l’ho spalmato su tutte le gambe ed è sparito il rossore da post depilazione.

Per una donna è difficile fare una scelta imprenditoriale così ardita?

Io credo sia una scelta difficile per tutti, uomini e donne.
Non mi sento di dire dire a tutti costi che per una donna sia una scelta più difficile. Vorrei porre l’attenzione sul fatto che spesso una donna che lavora incute timore. Si temono sia la sua intraprendenza, che il suo desiderio di realizzazione ed indipendenza. Mi rendo conto quanto sia difficile mantenere un giusto equilibrio, è un eterna lotta tra il senso di colpa degli impegni che tolgono tempo ed energie alla cura della casa e della famiglia, e tra il desiderio di non trascurare nessun aspetto della propria esistenza, non sentendosi giudicate.
È un cane che si morde la coda, ma credo che grazie alla collaborazione delle persone che si hanno accanto si possa trovare il famoso “giusto equilibrio”.

Qual è il principio che ti sei prefissata per la scelta dei prodotti da inserire nel tuo e-commerce?

Volevo dei prodotti diversi da quelli che si trovano solitamente nelle profumerie e negli altri e-shop.
Siamo tutti abituati a usare così tante cose che trascuriamo l’aspetto ambientale, l’impatto del nostro consumismo..
Per questa ragione, ho scelto aziende che lavorano in maniera etica e quanto più ecologica possibile. Sia per il metodo di lavorazione delle materie prime, che per il packaging.

Spesso mi sono chiesta in che modo avrei potuto smaltire i flaconi dei cosmetici che usavo ed ero sempre piuttosto in difficoltà. Questo mi ha spinta a cercare materiali come il vetro o la carta, in modo da poter semplificare la vita a chi decide di acquistare dal mio negozio. Alcuni prodotti presenti nel mio shop sono “zero waste”.

Hai in mente di implementare qualche nuovo marchio? Se così fosse qual è l’iter che segui per scegliere un marchio e quanto tempo occorre?

Certo, ho intenzione di inserire nuovi brand tra la primavera e l’estate.
In questo momento sto testando due linee molto interessanti, una italiana e l’altra no. La normativa cosmetica è molto complessa, per questo motivo ho assunto una società di consulenza esperta in cosmetovigilanza la scorsa estate: mi hanno supportata nella scelta e nel controllo di ognuno dei fornitori del mio negozio.
Per me si tratta di poter avere una maggiore serenità nelle mie scelte, proprio perché sono a diretto contatto con i fornitori e non ci sono distributori che si fanno carico di determinate responsabilità.
Di solito dopo aver preso contatto con l’azienda, che ho preventivamente analizzato, mi faccio mandare una campionatura dei prodotti che mi interessa avere e la documentazione tecnica che serve ai miei consulenti per verificare che vada tutto liscio. Dopo un periodo di tempo che va dalle 3 alle 6 settimane invio loro un feedback dettagliato su tutto quello che riguarda i prodotti provati. Nel frattempo i miei consulenti mi informano se azienda e prodotti sono adatti per essere venduti sul mercato italiano. Se tutto fila liscio inizio una collaborazione!

Qualche progetto per il futuro?

Vorrei implementare nel mio sito altre sezioni che possano essere utili ai miei clienti e potenziali clienti. Ci sono ancora tantissime cose che vorrei lanciare e che sto iniziando a sviluppare in questo periodo. Vorrei ricominciare a visitare le fiere, sia in Italia che all’estero, se le condizioni lo permetteranno!

Cosa diresti a chi ancora non ti conosce?

Amo ogni brand che ho scelto: ognuno di loro ha una storia da raccontare, un’anima da scoprire e dietro le quinte ci sono persone che si impegnano ogni giorno.

Ogni prodotto è frutto di lunga ricerca, che comprende la conoscenza di ogni singolo ingrediente: il risultato è una straordinaria sincronia di energia positiva e consapevolezza.
Perché prendersi cura di sé alla fine è quello che conta. Una cosa semplice e credo nella semplicità delle piccole cose, motivo per cui ho scelto questo lavoro.
Ogni pelle ha una sua storia ed esigenze diverse: impariamo ad ascoltare il nostro corpo e dedichiamoci del tempo di qualità.
Il mio obiettivo è quello di aiutare i miei clienti a riscoprire e ritrovare il benessere con piccoli gesti quotidiani, per tornare in equilibrio con se stessi e ricominciare ad amarsi.

UNA SELEZIONE DI PRODOTTI MUST HAVE DA “THE INDIE BEAUTY SHOP”

 

OPPIDUM Sapone solido

Un delicato sapone solido, disponibile in diverse fragranze, un’intensa fragranza al contempo delicata, ideale anche come profumatore per cassetti.

AVA Hand Cream

Avete sempre sognato una crema nutriente e rimpolpante per le mani, ma odiate l’effetto “unto” tipico delle creme ricche? Ava Hand Cream fa al caso vostro, una profumazione che ricorda quella delle matite colorate appena temperate, una consistenza confortevole che in pochi minuti viene assorbita e un risultato che non vi aspetterete: mani asciutte, nutrite e rimpolpate.

 

ELEMNTALS DISCOVERY KIT

Un kit perfetto per scoprire le 5 profumazioni del brand  Elementals, fragranze ispirate a 5 elementi fondamentali: Terra, Fuoco, Metallo, Legno, Acqua. Un’esperienza olfattiva etica, una delle colonne portanti dei prodotti Elementals, ma anche: unisex, vegani, senza ftalati e bee friendly

Disponbile anche nella taglia da 15 ml:

Hobe Pergh Acqua Viso Riequilibrante e Antiossidante

Una mist da utilizzare dopo la detersione, qualche vaporizzazione restituirà il naturale comfort alla pelle, idratante e utile in caso di rossori post detersione.

Oppidum  Bois de Rose Balsamo 

Un balsamo nutritivo per il viso, arricchito con olio essenziale di palissandro, crusca di riso e geranio rosa. Ideale da abbinare ad un massaggio, conclusa la normale detersione viso serale o dopo una bagno caldo distensivo. Nutre la pelle per tutta la notte, al risveglio la pelle è rinata.

TUTTI PRODOTTI ELENCATI SONO ACQUISTABILI QUI.

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Intervista a Cristiana Marchi: una giovane direttrice creativa e molto altro! https://www.waitfashion.com/intervista-cristiana-marchi-giovane-direttrice-creativa-altro/ https://www.waitfashion.com/intervista-cristiana-marchi-giovane-direttrice-creativa-altro/#respond Sat, 30 Jan 2021 17:10:10 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=100613 Oggi abbiamo avuto il piacere di avere una stimolante chiacchierata con una promessa della moda in Italia: Cristiana Marchi. Lei è molte cose, una direttrice creativa, la co-fondatrice di un progetto al femminile chiamato “Open Wardrobe” e una fashion influencer […]

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Oggi abbiamo avuto il piacere di avere una stimolante chiacchierata con una promessa della moda in Italia: Cristiana Marchi.

Lei è molte cose, una direttrice creativa, la co-fondatrice di un progetto al femminile chiamato “Open Wardrobe” e una fashion influencer dal gusto forte e distintivo.

Ma conosciamola ancora meglio…

Ciao Cristiana, grazie per aver accettato la nostra proposta…conosciamoci meglio, ti va di raccontarci del tuo background?

Ciao ragazzi! grazie a voi della proposta. Il mio background come direttrice creativa e come designer proviene da diversi settori del design. Ho iniziato laureandomi in Interior design e studiando fashion design, ho lavorato nella moda come creativa ma anche come commerciale maturando un’impronta definita e ben studiata. Fino all’arrivo all’agenzia di comunicazione in cui ho potuto esprimere a pieno le mie esperienze.

Del tuo profilo IG colpisce l’estetica coerente e lineare. Come definiresti il tuo stile e cos’è per te l’estetica?

Io sono spontanea, tanto da sembrare raw: posso mettere un vestito di pizzo vittoriano e una giacca sartoriale, ma non sono “costruita”, mi va così. Adoro vestirmi con abiti semplicissimi e scovare pezzi vintage, e i miei gioielli hanno mille latitudini, soprattutto quelle del Marocco. L’estetica è il filtro attraverso il quale osservo e vivo ciò che mi circonda. Il mio profilo IG, nonostante resti superficiale rispetto alla mia persona, rappresenta a pieno l’ordine e la linearità della mia estetica.

 

Una domanda personale: a cosa non potresti mai rinunciare nel tuo guardaroba? Perché?

Le mie tabi nere, sono quell’accessorio che chiude i miei look alla perfezione! Hai presente quel qualcosa che ti fa dire ‘ok, ora ci siamo!’ ecco, per me sono loro!

Lavori per Studio Latte Più, ti andrebbe di spiegarci cos’è e di cosa ti occupi?

Studio Latte più è un team di giovani creativi, designer e pensatori liberi! Un’agenzia di comunicazione focalizzata sullo studio dell’immagine coordinata dei brand. Io mi occupo, insieme al team, della direzione artistica degli shooting fotografici e principalmente dei social network. Studio insieme al cliente l’immagine migliore che li rappresenti e le strategie digitali per farli emergere.

Qual è la cosa più importante nel tuo lavoro di direttrice creativa?

La cosa determinante è riuscire a creare un’immagine su misura per i brand, declinando la mia estetica ai canoni del cliente, al suo target ed al mercato.

Quali sono i brand di alta moda che ti ispirano e quale si avvicina meglio al tuo stile?

Maison Margiela, Dries van Noten, Comme Des Garcons, Jil Sander hanno da sempre un grande ascendente su di me, mi hanno ispirata per aver svolto il loro lavoro in modo indipendente. I brand al quale mi sento più affine non solo per il loro stile ma per il lavoro sulla loro immagine sono: Lemaire, Acne Studios, Loewe, Marine Serre, Paloma Wool, Cecilie Bahnsen, Kwaidan Editions, PRISCAVera. Mi piace osservare come giovani brand intraprendono strade creative davvero interessanti.

Open Wardrobe: un progetto al femminile di cui sei cofondatrice. Com’è nata questa idea?

Open Wardrobe nasce dall’esigenza di creare, più che un evento, un’esperienza che possa racchiudere le nostre passioni e quelle di tante altre donne, una su tutte quella della moda. Abbiamo unito stiliste, designer, stylist, fotografe, artiste che insieme a noi hanno esposto il loro guardaroba creando un vintage market con pezzi davvero ricercatissimi!

Quanto è importante il tuo team? Quali sono i progetti di cui siete più fiere?

La nostra amicizia è l’anima di Open Wardrobe. Gloria, Bianca, Silvia ed Eleonora hanno portato la loro passione, il loro lavoro e la loro creatività in questo progetto comune. Il nostro lavoro parte inizialmente dalla ricerca, dalla location alle espositrice agli ospiti speciali. Ogni evento è unico, difficile scegliere… forse quelli al quale siamo più affezionate sono gli eventi che ci accompagnano da sempre, l’Ow al cinema estivo durante le proiezioni del film sotto le stelle, e le edizioni di Natale nei locali del cuore di Modena, sono atmosfere davvero magiche.

Questo è stato un anno difficile, come sono cambiate le cose e quali sono i vostri progetti per il futuro di Open Wardrobe?

Quest’anno ci lascia la consapevolezza che Ow non è semplicemente un mercatino, ma un’esperienza comune, fatta di incontri ed emozioni. Ci siamo chieste come poter evolvere di fronte a tutto questo e l’unica certezza è stata quella di voler mantenere quest’esperienza al 100%. Stiamo lavorando a nuovi progetti che porteranno Open Wardrobe in una dimensione, sempre più concreta.

Un’ultima domanda prima di salutarci: se potessi dare un consiglio a tutte le ragazze… quali sono i tre capi o accessori irrinunciabili nel 2021?

Un capo della prima collezione Prada disegnata da Miuccia Prada in collaborazione con Raf Simons, la bralette e qualcosa di rosa!

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Se ti è piaciuto questo articolo dai un’occhiata alla nostra intervista con Licia Florio.

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Creative chats con: Maela Leporati https://www.waitfashion.com/creative-chats-maela-leporati/ https://www.waitfashion.com/creative-chats-maela-leporati/#respond Sat, 30 Jan 2021 16:54:39 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=97969 Maela Leporati è Stylist e Creative Director basata a Milano e fondatrice nonché fashion editor di Aurevoir Magazine. Insegna inoltre Fashion Styling (sono stata anche sua studente) presso l’Istituto Marangoni. Posso assicurarvi in prima persona, ma lo capirete leggendo questa bellissima […]

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Maela Leporati è Stylist e Creative Director basata a Milano e fondatrice nonché fashion editor di Aurevoir Magazine.

Insegna inoltre Fashion Styling (sono stata anche sua studente) presso l’Istituto Marangoni.

Posso assicurarvi in prima persona, ma lo capirete leggendo questa bellissima intervista, che da lei si può imparare molto, dal suo profondo amore per il lavoro alla creatività senza limiti e regole.

 

 

“Ciao Maela, grazie mille per aver accettato il nostro invito! Ti va di raccontarci la tua storia e il tuo percorso?”

“Ciao e grazie a voi! Sono nata a Casale Monferrato, una cittadina di provincia, ma grazie al lavoro dei miei genitori e al fatto che mia mamma sia nata e cresciuta in  Australia, ho sempre viaggiato moltissimo ricevendo tanti stimoli creativi e intellettuali. Durante il primo anno di università a Bologna (mi ero iscritta ad Arte presso il DAMS) sono venuta a conoscenza di un corso in styling in Marangoni e l’anno dopo mi sono buttata.”

 

“Come mai tra tutte le professioni della moda hai scelto proprio lo styling?”

“La moda in qualche modo ha sempre fatto parte della mia vita, i miei nonni avevano un negozio di scarpe e da piccola passavo i weekend in negozio con loro, aiutandoli e provandomi tutte le collezioni. Durante le superiori ho iniziato ad appassionarmi alle riviste di moda ed ero veramente ossessionata, a 15 anni ho comprato il mio primo paio di scarpe Prada, tanto desiderate. Lo styling è venuto dopo, con la Marangoni appunto, e durante i 3 anni di corso ho capito che era davvero la professione per me.”

 

 

“Spesso il nostro mestiere è difficile da comprendere, specialmente in Italia, secondo te perché?”

“In realtà capisco che per chi non è del settore sia difficile capire al 100% questo lavoro, complesso e ricco di sfaccettature. Lo stylist sviluppa estetiche, visioni, aiuta a creare l’identità di un brand e ad interpretare i tanti linguaggi della moda. Non è facilmente definibile.”

 

“Come definiresti la tua estetica?”

“La domanda più difficile. Credo ci sia un mix inconsapevole di cose che mi piacciono, tendo a raccontare donne molto poco glamour, sempre un po’ sognanti  e edgy senza cadere nel romanticismo. Ma ripeto è quasi impossibile per me definire la mia estetica.”

 

 

“Com’è nato il tuo magazine, AuRevoir?”

AuRevoir è nato dalla necessità di esprimermi maggiormente a livello creativo, tentando di coinvolgere artisti interessanti con punti di vista vicini al mondo del magazine. Al momento siamo un po’ fermi, ma è molto complesso portare avanti un progetto editoriale insieme a tutto il resto.”

 

“Quali sono le tue fonti di ispirazione?”

“Tante, sono ossessionata da fotografi quali Nan Goldin, N.Araki, Corinne Day, Fumiko Imano, amo follemente l’editoria e la moda degli anni novanta, in questo momento sono grande fan di Thomas De Kluyver che trovo abbia rivoluzionato il mondo del makeup  e che mi ispira moltissimo.”

 

 

“Qual’è il lavoro che ti rappresenta maggiormente?”

“Tutti o forse nessuno, ho un rapporto di odio amore nei confronti dei miei lavori, il primo giorno li amo il secondo faccio già fatica a guardarli.”

 

“Quanto è difficile conciliare la vita privata con quella lavorativa spesso frenetica e senza orari?”

“E’ folle a momenti ma questo lavoro è tutto per me, mi fa sentire viva, mi stimola a non rimanere mai ferma e mi da la possibilità di dar vita alle mie fantasie.”

 

 

“Hai progetti futuri di cui ci puoi parlare?”

“Nel 2020 ho imparato a vivere giorno per giorno, non progetto nulla per il futuro, essendo tutto così incerto preferisco non guardare troppo in là. Ho voglia di scattare tante storie nuove…ma vedremo.”

 

“Quali sono stati i successi più soddisfacenti che hai raggiunto?”

“Collaborare con brand come The Attico, scattare per Nylon Japan, ma direi in generale riuscire a fare della mia passione un lavoro vero e proprio.”

 

 

“Essendo anche lecturer presso l’Istituto Marangoni, cosa consiglieresti alla nuova generazione di stylist?”

“Quello che dico sempre ai miei studenti è di lavorare sodo, oggi sono moltissime le persone che sognano di lavorare come stylist, la competizione è altissima ma con dedizione, passione e cercando di lavorare sulla propria identità creativa ci si può affermare.”

 

Grazie Maela, speriamo di vedere presto i tuoi nuovi lavori!

 

INFO E CONTATTI

Maela Leporati: Website; Instagram

AuRevoir Magazine: Website; Instagram

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NotOrdinaryTalks: Intervista a Valentina Leporati, la gluten-free warrior https://www.waitfashion.com/notordinarytalks-intervista-valentina-leporati-la-gluten-free-warrior/ https://www.waitfashion.com/notordinarytalks-intervista-valentina-leporati-la-gluten-free-warrior/#respond Mon, 18 Jan 2021 17:01:02 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=98828  IL BRANO CHE VALENTINA HA SCELTO PER QUESTA INTERVISTA: Poco prima di iniziare la nostra chiacchierata virtuale ricevo un messaggio: “Dammi qualche minuto, sforno l’ultima mandata di biscotti, a tra poco!”, io inizio a parlare con Valentina, fantasticando sui biscotti […]

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 IL BRANO CHE VALENTINA HA SCELTO PER QUESTA INTERVISTA:

Poco prima di iniziare la nostra chiacchierata virtuale ricevo un messaggio: “Dammi qualche minuto, sforno l’ultima mandata di biscotti, a tra poco!”, io inizio a parlare con Valentina, fantasticando sui biscotti che ha appena sfornato e il profumo che si respira in quel negozio, il suo.

VALENTINA LEPORATI AKA VALENTINA GLUTEN FREE

Ciao Valentina, grazie per aver accettato il mio invito e benvenuta a NotOrdinaryTalks di Wait!Fashion. Facciamo qualche dovuta premessa per chi ancora non sapesse di cosa ti occupi. Come sei diventata pasticcera e panificatrice in chiave gluten free e di quanti anni dobbiamo tornare indietro?

Tutto ha inizio dal fatto che ho scoperto di essere nata con un intolleranza al glutine, meglio nota come Celiachia. Mi ha accompagnata per tutto il corso della mia vita. In realtà il mio percorso scolastico è diverso dalla professione che svolgo ora, ho fatto il Liceo Classico e ho sempre sognato di scrivere. Anzi, il più grande sogno in assoluto era quello di fare la speaker radiofonica, il secondo quello di diventare Giornalista. Però poi ho iniziato a lavorare.

Sono sempre stata educata a guadagnarmi qualcosa con i miei sforzi, anche se la mia famiglia è stata sempre presente, ho imparato a darmi da fare. Così ho iniziato con una pizzeria. Poi sono passata ai locali di musica, quello dove lavoravo era un Punk Rock Club, fino al momento in cui sono arrivata in una pasticceria. Dopo tanti anni di lavoro, per un’ esigenza di organico, perdo il posto. Mi sono trovata a capire che la cosa che sapevo fare meglio era cucinare, e volevo mettermi in proprio. Dai 19 ai 29 anni ho sempre cucinato e cercato di ricreare le cose che facevo nei ristoranti o nella pasticceria, ma senza glutine. All’inizio i risultati sono stati pessimi, come puoi immaginare, ma migliorando ho iniziato a rifilare i miei esperimenti alle cene con amici, senza specificare l’assenza di glutine. Notare che mangiavano di buon gusto, è stata la prima di tante vittorie.

 

Quindi sei riuscita ad ottenere un gusto analogo ai prodotti che invece contengono il glutine, per accontentare anche il palato?

Sì, è stato un lavoro di ricerca impegnativo, c’è voluto molto tempo prima di poter dire di avercela fatta. Oggi ho ottenuto quello che cercavo, un prodotto buono e altrettanto piacevole per la vista, nonostante l’assenza del glutine.
Ho impostato il mio metodo, depennando l’utilizzo di mix già pronti, prediligendo farine che siano naturalmente prive di glutine. Mi occupo personalmente di creare il mix che più si addice alla preparazione. Riso, mais, quinoa, amaranto, lenticchie, legumi vari.

Inoltre, non dimentico l’aspetto estetico di quello che creo. Sono celiaca da 32 anni e la frase chiave della mia vita è stata “Ti devi accontentare”, di quello che trovi. Quindi ti accontenti della meringata con la scritta di cioccolato storta e brutta, che è l’unica che puoi mangiare.
Per questo motivo le mie torte sono richieste anche dai non celiaci. Oltre ad essere buone, sono anche belle da vedere.

Quando hai aperto la tua bottega? Perché proprio a a Sarzana, cosa ti lega a quel luogo?

Come ti dicevo prima, avevo capito che la sola cosa che sapessi fare era cucinare, ma mi mancavano i mezzi per farlo in proprio. Con i soldi della mia disoccupazione, ho preso il negozio dove mi vedi ora, a Sarzana, dove già lavoravo e vivevo. Ho iniziato con un bancone, un forno, un frigorifero, un lavandino e un balcone, e me la stavo facendo sotto.
Questo misto di coraggio, incoscienza e fame di riscatto, mi hanno spinto ad andare avanti. Nonostante le difficoltà: un negozio spostato dal centro e dedicato a prodotti per intolleranza al glutine, il fatto che fossi già adulta. Inoltre, per più di un anno ho fatto Sarzana-Forte dei Marmi e viceversa, fino a quando, io e il mio compagno, non abbiamo preso la decisione di ristabilirci qui. Questo è quello che mi ha resa la Valentina di oggi. Pensandoci ora mi vengono la pelle d’oca e gli occhi lucidi.

 

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Cosa vuol dire aprire un negozio?

È dura! Io lo dico a tutte le persone che mi chiedono se è il caso di mettersi in proprio. Oltre a dover aprire il tuo negozio, devi avere una storia da raccontare, perché altrimenti sei quell’uno su cento e non sei riconoscibile. Se sei appassionato, tieni molto al tuo progetto, e hai una missione particolare, come nel mio caso, traspare. Questo consente l’acquisizione dei clienti, che poi diventano clienti affezionati, e successivamente amici. Una realtà bella e duratura.

 

@valentinaleporati: a proposito di social

Sui social sei seguita per le tue rubriche di informazione sulla celiachia, per le ricette che provi con la tua community. Cosa pensi a riguardo?

Sì, è vero,  ho investito molto tempo nei social. Non per pubblicizzare i miei prodotti, ma per raccontare una storia e allo stesso tempo divulgare informazioni corrette sul tema dell’intolleranza al glutine. Posso dire di aver creato una community che si fida di me, e di conseguenza acquista nel mio negozio. Si crea l’occasione di provare i miei prodotti e così tornano. Un circolo “virtuoso” che mi ha portato a fare delle cose davvero belle. Andare in tv, a Radio Deejay, e scrivere un libro.

 

Il tuo lavoro e la tua intraprendenza, come abbiamo anticipato, ti hanno portato nei programmi radio e tv, com’è stato per te?

Per una che sognava di fare la speaker, figurati… puoi immaginare. È stato bellissimo, ho pianto per un giorno intero dall’emozione. Sono passati solo 3 anni dall’apertura del negozio e io posso dire di aver fatto di tutto per risollevarmi.

Come fai ad essere presente nel tuo negozio, gestire l’e-commerce e anche l’aspetto social? Come riesci a ritagliarti del tempo?

Rimango in negozio e cucino i miei prodotti tutti i giorni, ovviamente nelle quantità di un artigiano. Ritagliandomi un momento, riesco anche a creare contenuti informativi sui miei social. Per me le due cose vanno di pari passo. Perché è attraverso questi momenti, in cui racconto quello che faccio, che chi mi ascolta anche se non conosce l’universo della celiachia, si incuriosisce e vuole capire qualcosa in più dei miei prodotti; se effettivamente il grissino è croccante e se aprendo il pacchetto riesci a finirlo in 5 minuti. Un circolo virtuoso, come lo chiamo io,  di informazione, affetto ed empatia, dove l’acquisto non è il fine ultimo ma è un’azione spontanea. Per me è meglio vendere 10 prodotti in meno, ma in questo modo. Mi gratifica aver trasmesso un messaggio, senza aver indotto all’acquisto.

Sui social si può dire che hai creato una community, chi ti segue lo fa per le ricette che proponi, per le tue innumerevoli rubriche per cucinare insieme ritagliandosi un momento di spensieratezza, per la persona solare e travolgente quale sei, ma non solo. Perché spesso ti si vede sfoggiare un bel rossetto, e puntualmente non passa inosservato e ricevi innumerevoli richieste per svelarne il nome. Qual è il tuo rapporto con il beauty?

Le domande beauty sono quelle che mi arrivano in maggior numero. Se anche stessi parlando, non so, della tiroide, ma lo dico con un rossetto, mi chiedono “Che rossetto hai?”, tutto il resto non l’ha ascoltato nessuno. Mi confessa Valentina ridendo. Anche a questo mi sono data una spiegazione, che ho capito nel tempo, nel momento in cui una persona ha il coraggio di esporsi, non a 360° perché direi una bugia, ma poco meno, sicuramente questi dettagli entrano a far parte del personaggio. Nel mio caso persona e personaggio sono la stessa cosa, sono proprio come mi vedi nelle stories. Quindi Valentina è quella che fa la pasticcera gluten free, ha il vestito figo e il rossetto rosso così. Questo per me è un altro aspetto meraviglioso perché mi da la libertà di parlare di qualsiasi cosa.

 

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A proposito di questo, ti racconto qualcosa in più…

All’inizio per me il fatto di avere un viso piacevole rappresentava un problema, temevo che le persone si concentrassero troppo sul mio aspetto, anziché sulle cose che avevo da dire e che sentivo di voler dire. Proprio perché in passato ho fatto la fotomodella, sono apparsa in videoclip musicali, e altre cose per cui la mia immagine era il mio biglietto da visita. Non ti nascondo che all’inizio è andata proprio come temevo. Non mi esponevo troppo, dicevo quello che facevo in negozio e basta. Dal momento in cui ho aperto le porte a tutto quello che sono e mi interessa, le persone mi notano, vestito e rossetto compresi, ma fa tutto parte del cerchio più ampio di Valentina Gluten Free.

Se la tua cucina fosse un rossetto di che colore sarebbe?

Fai questa domanda ad una che indossa praticamente solo il rossetto rosso. Direi un rosso, con una punta di bordeaux, più sanguigno, proprio per il legame di sangue con la celiachia, l’aspetto della genetica, e per la passione che è tinta di rosso da sempre. Quindi rosso con una puntina di bordeaux.

 

 

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NON SOLO PASTICCERIA E INSTAGRAM

Valentina Leporati, traspare sui social, come una donna poliedrica, quando esce dal suo fragrante negozio, chi è? Cosa fa?

Quando esco sono stanca. Mi dice Valentina con il suo sorriso contagioso, ma a parte gli scherzi rivela:

Sono sempre così, iperattiva come mi vedi sui social, la sera mi spengo sul divano, mi guardo un film e crollo. Ma ad esempio ora vado a casa con mia sorella perché il mio compagno le deve prendere la misura del cappello che le farà. Poi mi metterò a cucinare, e ho già in mente che cosa preparerò, quindi sono già andata a fare la spesa. Fatto questo devo preparare i contenuti per domani, e non ho ancora finito. Devo mandare anche un messaggio alla Giulia Del Mastio l’illustratrice del mio libro perché le devo chiedere una cosa. La mia vita è così e la trovo bellissima perché io non riuscirei a stare in una vita senza stimoli, quando non li ho me li creo. Come faccio con i problemi, quando non li ho li creo.

E dei tuoi interessi cosa mi dici?

Vado pazza per la musica punk rock, ci sono cresciuta dentro. Quel tipo di musica che anche se il frontman dice di volersi suicidare quel “one, two, three, four” all’inizio mi fa impazzire, ma posso passare agilmente a Britney Spears e da lei al cantautorato italiano, anche in questo caso non trovo un filo logico. Poi mi piacciono le scarpe, pensa che i miei ultimi stivali li ho messi nella scarpiera senza passare dal via e in silenzio.

Poi leggo. Quando ho la mente libera, io mi fiondo nei libri e potrei non uscirne mai, ma amo anche i gatti e mangiare.

 

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Tutti noi abbiamo un cassetto dove teniamo qualche sogno, per lo più quelli che riteniamo più strani e difficili da realizzare. Valentina cosa tiene in quel cassettino?

Ne ho qualcuno: diventare speaker alla radio, vorrei realizzare un secondo libro di ricette, vorrei tornare in tv e avere una rubrica tutta mia in un giornale cartaceo.

 

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Intervista ad Elif Aybars: upcycling al centro del processo creativo del suo brand e l / i f . https://www.waitfashion.com/intervista-ad-elif-aybars-upcycling-al-centro-del-processo-creativo-del-suo-brand-l-f/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-elif-aybars-upcycling-al-centro-del-processo-creativo-del-suo-brand-l-f/#respond Sat, 16 Jan 2021 14:15:38 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=97997 e l / i f . : il brand che crea outfit in serie limitata, unici e realizzati sulla base di abiti destinati ad essere scartati. Upcycling e trasformazione sono i capi saldi di e l / i f. . In […]

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e l / i f . : il brand che crea outfit in serie limitata, unici e realizzati sulla base di abiti destinati ad essere scartati.

Upcycling e trasformazione sono i capi saldi di e l / i f. . In un momento in cui ecosostenibilità e moda circolare sono sempre di più hot topics, abbiamo scelto di approfondire la conoscenza di questo brand la cui Designer, estremamente attenta all’impatto che la moda ha sul nostro pianeta, ci racconta come nasce il suo brand che in pochissimo tempo è stato scelto da artisti internazionali come Patricia Manfield, Madison Beer e Yseult.

Ci racconti un po’ del tuo background?

Ho iniziato ad interessarmi alla creazione di abiti quando ero molto giovane, guardando mia madre cucire, fare ricami … Il saper fare manuale e la creazione hanno poi preso un posto sempre maggiore nel mio cuore durante la mia adolescenza. Dalla scuola media il mio sogno era scritto nella mia testa, ma ero a conoscenza di tutti gli ostacoli che dovevo superare (soprattutto economici).

Dopo il diploma di scuola superiore, il mio obiettivo era quello di frequentare un’importante scuola di moda, quindi ho iniziato a lavorare saltuariamente per risparmiare la cifra necessaria per potermi iscrivere.

Dopo essermi iscritta e aver ottenuto una borsa di studio dalla Fondazione Carla-Bruni-Sarkozy, ho potuto studiare e diplomarmi in Fashion Design alla scuola Chardon Savard di Parigi. Successivamente, ho avuto la possibilità di fare il mio stage di fine studi in una delle case artigianali di Chanel , dove sono poi rimasta a lavorare per due anni.

Poi per ragioni di cuore ho deciso di tornare a casa nel sud della Francia. In questo periodo della mia vita ho iniziato a riordinare tutte le mie cose. Facendo ciò mi interrogavo sul modello di consumo della moda e sull’impatto che ha sul pianeta.

Sistemando, ho ritrovato alcuni pezzi che mi hanno ispirato e che decisi di trasformare. Dopo averlo fatto, ho pubblicato su Instagram le mie creazioni con l’intento di incoraggiare le persone a riciclare i propri vestiti secondo i propri gusti e la propria identità, liberandosi un po’ dal fast fashion.

Non appena pubblicai la mia prima creazione realizzata con collant riciclati, sono seguite le richieste degli stilisti e una serie di collaborazioni. Da lì è nato il mio brand e l / i f . Ero semplicemente nell’ottica di ispirare, non di vendere. Quindi la creazione ha ispirato il mio marchio e non il contrario.

Qual è la tua visione riguardo alla ciclicità della moda?

Il modello economico del fast fashion ci incoraggia da anni a seguire la ciclicità sfrenata della moda. Abbandoniamo ciò che potremmo aver amato una settimana fa. A mio avviso qualsiasi collezione che viene creata oggi è collegata a un’epoca come gli anni ’20, ’70, ’80 …. Molte delle nuove tendenze portateci dall’industria del fast fashion possono essere trovate nei negozi o piattaforme dell’usato.

Fare ricerca richiede un po’ più di tempo, ma alla fine così facendo diamo una seconda vita a un capo dimenticato.

Aderire ad una moda che risponde a cicli molto brevi in ​​uno spirito di consumo di massa esaurisce le risorse naturali del nostro pianeta e giova maggiormente ad un modello economico rispetto che ad uno creativo.

Siamo ormai consapevoli dei problemi idrici, agricoli e sociali causati dall’industria tessile (la seconda industria più inquinante dopo il petrolio). Nonostante questa idea forte però, non voglio che le persone dimentichino che i vestiti e la moda sono una parte importante della nostra identità e della nostra cultura.

Consapevole di queste due idee, voglio agire, usando i miei piccoli mezzi, per inviare un messaggio che ci invita a rispettare un po ‘di più il nostro pianeta conciliando un universo che adoro e che è la moda.

Quello che offro con il mio marchio e l / i f . sono creazioni in serie limitata, uniche e realizzate sulla base di abiti dimenticati o destinati ad essere scartati. Quindi prendo questa idea di ciclicità della moda selezionando abiti di un altro periodo, andando però oltre al design di quel periodo apportando una trasformazione che mostri il capo sotto una luce diversa. Il prima e il dopo diventano molto importanti.

Sull’etichetta del capo suggeriamo alla persona che possiede questo pezzo unico, qualora non volesse più questo pezzo, di non buttarlo via ma di rivenderlo, di regalarlo, o meglio ancora di trasformarlo a suo gusto creandone uno nuovo. Questo, secondo me, aiuta ad attribuire più amore ai nostri vestiti, che non sono semplici oggetti.

 

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?

Il mio mood-board consiste in tutto ciò che mi circonda nella mia vita, come il design, l’architettura, le diverse trame, gli anni ’90, il minimalismo … La mia cultura franco-turca è anche una fonte inesauribile di ispirazione per me. Sono affascinata dal corpo, dalla pelle, amo i giochi di trasparenze, svelare senza svelare.

Altre volte, l’ispirazione viene solo dal guardare il tessuto consumato. Poi un’idea prende forma nella mia mente. Una volta che emerge una linea guida, faccio schizzi in base al mio mood-board e inizio a cercare vestiti che si abbinino al look che ho disegnato.

“BRAND UNDER CONSTRUCTION” salta subito all’occhio dalla tua biografia su Instagram, puoi dirci quali saranno i tuoi prossimi passi?

Hai notato un ottimo punto! “BRAND UNDER CONSTRUCTION” sta davvero dicendo che il mio marchio si sta costruendo gradualmente con la domanda che incontro. Come ho detto in precedenza, sono le creazioni che costruiscono il mio marchio e non il contrario. Non ho iniziato con un marchio affermato per lanciare una prima collezione. Normalmente un marchio viene creato in uno o due anni e viene annunciato quando è pronto a vendere i suoi vestiti.

Da parte mia è andato tutto diversamente, ho fatto collaborazioni con artisti e cantanti sartorialmente senza avere stock e questo mi ha dato fiducia in me stessa. Con questa forza e l / i f . è stato creato.

Il mio primo obiettivo era un personale divertimento. Volevo stimolare le persone a creare i propri vestiti aprendosi alla loro immaginazione. La forte domanda di acquisto che ne è seguita è stata inaspettata, quindi cerco di organizzarmi per rispondere ad ogni richiesta pur continuando a fare ciò che amo, ossia creare.

I prossimi passi sono l’apertura dell’e-shop e l’arrivo di altre creazioni. Non so quanto lontano porterà questo, ma sono felice di farlo. Sono sola a lavorare dietro e l / i f . , quindi mi occupo di ricerca, styling, modellistica, produzione, comunicazione, foto.. e la lista potrebbe continuare.

Mi ci vuole più tempo per creare un pezzo, ma chi indossa i miei look spero riesca a sentire tutto quello che provo io quando li creo.

Abbiamo visto che hai già ricevuto diversi apprezzamenti da parte di cantanti, stylist e influencer. Tutto questo dà una forte spinta allo sviluppo del tuo brand?

Sono veramente onorata di ricevere così tante richieste per editoriali, stylist famosi, artisti di fama mondiale, influencer … Il loro feedback ha aiutato molto il mio marchio. Cerco di collaborare il più possibile ai progetti che mi vengono proposti. È un vero onore ed è molto arricchente collaborare con artisti che provengono da universi diversi.

heir in “With Love From Quarantine” Photo by @thomaswoodphotography

La mia prima collaborazione è stata con heir (Patricia Manfield) e la sua stylist Kirsty Stewart per un servizio fotografico durante la quarantena (“From Quarantine with love”); questa collaborazione mi ha davvero dato il lancio. In seguito c’è stata la collaborazione con Madison Beer con la sua clip “Baby” e YSEULT con la sua clip “Bad Boy”, ma anche con Haze Khadra.

Madison Beer in “Baby”

Purtroppo lavorando da sola è complicato rispondere a tutte queste richieste in quanto non ho la capacità di realizzare abiti per tutte le collaborazioni che mi vengono proposte: spesso si tratta di pezzi su misura che richiedono molto tempo. Ho dovuto rinunciare a tante collaborazioni perché i tempi erano troppo brevi per una piccola impresa come la mia. Il tempo che utilizzo per fare ricerca e pulire i vestiti, a volte mi occupa una settimana.

Yseult in “Bad Boy” Photo by: @thibault_theodore

Haze Khadra

Apprezzo però vedere che una volta spiegato il mio modo di lavorare, le persone capiscono che ci vuole molto più tempo e investimenti per una piccola azienda piuttosto che per un grande marchio e di conseguenza non posso creare e inviare un look in due giorni.

Il mondo del riciclo e della trasformazione di abiti segna una nuova era che fa sì che le persone siano molto più pazienti e ottengano le cose meno rapidamente.

 

CONTATTI

Instagram: @elif.studios

 

 

 

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Intervista ad Andrea Pompilio: La collezione Spring Summer 2021 segna il ritorno della linea donna https://www.waitfashion.com/intervista-ad-andrea-pompilio-la-collezione-spring-summer-2021-segna-ritorno-della-linea-donna/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-andrea-pompilio-la-collezione-spring-summer-2021-segna-ritorno-della-linea-donna/#respond Fri, 08 Jan 2021 16:44:00 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=97791 Who The Fuck Is Andrea Pompilio?  Mancano pochi giorni all’uscita della collezione Spring Summer 2021 di Andrea Pompilio e abbiamo avuto l’occasione di fare due chiacchiere con il designer scoprendo il suo background e le sue ispirazioni. Puoi raccontarci del […]

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Who The Fuck Is Andrea Pompilio? 

Mancano pochi giorni all’uscita della collezione Spring Summer 2021 di Andrea Pompilio e abbiamo avuto l’occasione di fare due chiacchiere con il designer scoprendo il suo background e le sue ispirazioni.

Andrea Pompilio

Puoi raccontarci del tuo background?

Ho avuto un background famigliare estremamente creativo, con mio padre architetto e mia madre pittrice. A Pesaro mia nonna era proprietaria di alcune boutique dove passavo molto del mio tempo e da lei ho di sicuro ereditato il gusto e la passione per la moda. Già a 8 anni volevo fare lo stilista ed è stato proprio così!

Qual è stata la tua ispirazione principale per iniziare la carriera da Fashion Designer?

La vera ispirazione professionale arriva dai miei due nonni, ufficiali dell’esercito in impeccabile uniforme militare ed eleganti gentlemen. Sono loro ad avermi trasmesso in qualche modo il gusto e l’attenzione per determinati stili maschili e ad aver forgiato la mia identità creativa. Questi elementi sono poi entrati effettivamente all’interno delle mie collezioni, che sono sempre molto sartoriali e ricche di dettagli che fanno riferimento allo stile militare.

Abbiamo visto che dopo tanti anni, per la stagione Spring Summer 2021 hai ripresentato una collezione donna, raccontaci un po’ più nel dettaglio come è stato l’approccio con il womenswear.

A distanza di cinque anni dalla mia ultima collezione donna, ho voluto ritornare a disegnare la linea, un progetto che era stato temporaneamente “messo da parte” per dedicarmi ad altro, ma che è sempre e comunque rimasto nella mia mente e nella mia volontà. Amo creare abiti da donna che rispettino il mio ideale, e dunque riflettano le caratteristiche principali che sono proprie della linea uomo, dalle combinazioni di tessuti e textures ai tagli classici e alle linee semplici. Immagino una donna forte e di grande personalità, che sa di poter essere affascinante anche con una giacca sartoriale di taglio maschile che mixa con i suoi capi femminili per una sensualità non scontata e non convenzionale.

È qualcosa che trovo estremamente attraente.

 

Qual è l’estetica principale che guida le tue creazioni?

Sono un grande osservatore; prendo ispirazione da tutto ciò che mi circonda. Le mie collezioni sono frutto di appunti, fotografie, esperienze ed emozioni. Il made in Italy e l’eleganza italiana sono parte del mio DNA e punto di partenza per disegnare collezioni che siano però molto moderne, cosmopolite e con un’attitudine al viaggio, sia esteriore che interiore. Infine, una maniacale attenzione per forme e dettagli e grandi temi che ritornano sempre: sartorialità, volumi, lazy attitude, sport, militare, righe e check, ad esempio.

Quanto è importante per te lo studio dei volumi nelle tue collezioni?

Molto importante. Quest’anno ad esempio, i volumi ritornano più standard rispetto agli oversize degli anni passati. Sono più vicini agli anni ‘70, come si vede dai cappotti, nella gonna a linea ad A e nelle platform di caucciù. Avevo voglia di tornare al mood rigido e architettonico di quegli anni e ho utilizzato questo stile per disegnare alcuni capi della collezione.

Sappiamo che precedentemente e parallelamente alla direzione del tuo brand personale, hai lavorato con marchi importanti. Raccontaci un po’ meglio queste esperienze e in che modo hanno influito sulla tua formazione.

Dopo aver partecipato come special guest a diverse edizioni di Pitti Immagine Uomo e ad aver vinto nel 2011 il concorso Who’s On Next, dalla SS13 ho iniziato la collaborazione con Onitsuka Tiger, di cui sono Direttore Creativo dal 2017 e il cui store a Milano è stato inaugurato il 18 dicembre, interamente e creativamente pensato da me e realizzato dall’arch. Filippo Dini, che ha saputo trasformare il mio pensiero in realtà.

Nel 2012 ho collaborato con Moncler, Boglioli e Jet Set mentre nel 2013 sono stato il primo designer ad aver beneficiato del supporto di Giorgio Armani sfilando con la collezione SS14, il mio effettivo debutto alla Milano Fashion Week. Dal 2014 al 2016 sono stato Direttore Creativo di Canali e dal 2017 Direttore Creativo della divisione calzature e borse uomo e donna di Diesel. Sempre nel 2017 la capsule per Rossignol.

Nel 2018 ho fondato la mia linea menswear/childrenwear Apn73 (APN73 = A PERSONAL NOTE 73, le iniziali di Andrea Pompilio e 1973, il suo anno di nascita) che ripercorre il mio personale viaggio creativo delle mie esperienze. Nel 2019 invece la capsule con La Martina per la collezione SS20.

Qual è il tuo pezzo preferito della collezione Spring Summer 2021? Perchè?

Per la donna il trench floreale in tessuto haute couture dévoré doppiato e laserato, che crea nel tessuto sottostante fiori tagliati a vivo e sfilacciati. Per l’uomo il giubbotto anni ‘60 rigato, asciutto e con i riporti di vellutino a coste. Semplicità e rigidità architettonica tipicamente anni ‘70.

Quali sono i tuoi goal futuri?

Uno sviluppo sempre più consistente per la collezione donna. Stiamo portando poi in Europa la collezione in collaborazione con la cinese JNBY che presenteremo per la seconda volta con un video durante la Fashion Week. La collezione unica uomo e donna sarà invece presentata come la scorsa volta, nell’edizione della Fashion Week donna, saltando il calendario dedicato all’uomo.

E progetti nuovi e collaborazioni usciranno a breve!

 

CONTATTI:

Instagram: @andrea_pompilio

Website: www.andreapompilio.it

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Creative chats con: Licia Florio https://www.waitfashion.com/creative-chats-licia-florio/ https://www.waitfashion.com/creative-chats-licia-florio/#respond Tue, 05 Jan 2021 09:58:18 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=97735 Ho conosciuto Licia qualche anno fa, e sono rimasta subito colpita dalla sua personalità: gentile, solare, ma soprattutto una grande mente creativa. Licia Florio, fashion designer da molti conosciuta in passato per il brand di scarpe L’F, porta avanti un […]

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Ho conosciuto Licia qualche anno fa, e sono rimasta subito colpita dalla sua personalità: gentile, solare, ma soprattutto una grande mente creativa.

Licia Florio, fashion designer da molti conosciuta in passato per il brand di scarpe L’F, porta avanti un nuovo brand (Licia Florio) che produce abbigliamento per lo yoga e una meravigliosa linea di smalti.

Ho il piacere di condividere con voi una bellissima chiacchierata fatta di recente, reale e sincera proprio come lei!

“Ciao Licia, grazie mille per aver accettato il nostro invito! Ti va di raccontarci la tua storia e il tuo percorso?”

“Avevo voglia di fare qualcosa di mio, dove poter raccontare e mettermi in prima persona. Volevo essere responsabile delle scelte e dei rischi, ma anche della libertà che mi permette di avere.  Dopo l’accademia ho fatto alcuni stage e ho da subito capito che non fosse quello il mio percorso. Da lì a breve ho lanciato un mio marchio.”

 

“Come sei passata dal brand L’F shoes a Licia Florio?”

“Il brand Licia Florio è nato prima di L’F. Le scarpe erano un progetto secondario che però, per anni, mi hanno occupato al 100%. Licia Florio è ritornato al centro, non appena ho deciso che avrei voluto cambiare approccio e che quello che stavo facendo e che non mi rappresentava più. Non si deve aver mai paura di cambiare.”

 

“Ad oggi possiamo definirti imprenditrice, designer, e influencer: è corretto?”

“Penso che le etichette e i job title abbiano un range di visione limitata. Imprenditrice è una parola che mi piace, suona tanto di avventura, purtroppo ha, almeno in Italia, una accezione negativa di arrivista, forse per brutti esempi che abbiamo. Sarebbe il momento di rivalutarla e dargli una nuova luce, non trovi?”

 

“Su Instagram ci hai conquistati per il tuo approccio alla vita, alla tua filosofia e al tuo lifestyle! Ti va di parlarcene?”

“Provo a fare quello che mi piace e che mi fa stare bene. Ho, negli anni, provato a costruirmi uno spazio che non mi desse limiti, ma opportunità. Mi piace stare bene e far star bene le persone che mi stanno intorno.”

 

 

“Spesso organizzi delle dirette di pratiche di yoga, quanto tempo fa hai iniziato a praticarlo? Perché consiglieresti di iniziare a praticarlo?”

“Lo sport è qualcosa che mi radica e mi da equilibrio, sia esso Yoga, Pilates, Kundalini o anche solo fare una corsa. Abbiamo iniziato una serie di lezioni in diretta su Zoom con le mie insegnanti preferite che spero di riuscire a trasformare in un appuntamento fisso per tutti gli anni a venire. “

 

“Per quale tipologia di donna sono pensati i completi Licia Florio?”

“I completi sono una uniforme informale che ti aiuta a sentirti in armonia con il tuo corpo grazie al fit ed ai colori. Sono pensati per lo sport o per andare in giro.”

 

 

“Tutti i tuoi prodotti sono fatti in italia e soprattutto sostenibili. Quanto è difficile mantenere questi standard?”

“Produciamo tutto a pochi chilometri da Milano. La scelta è duplice: ci da controllo e fa si che il prodotto sia della qualità che vogliamo. Tutto è fatto nel più alto rispetto dell’ambiente. Non siamo perfetti al 100%, ma ci stiamo provando. Siamo sempre alla ricerca di uno standard più alto.”

 

“La palette di smalti è sempre meravigliosa, come vengono selezionati colori? E come mai hai scelto proprio lo smalto come beauty product?”

“La mia ispirazione arriva dalla natura: le piante, i paesaggi, il mare, i suoni. Ogni colore racconta un mood, insieme creano racconti. Mettere lo smalto è un processo meditativo: dedicarsi 5 minuti dove, aspettando che lo smalto asciughi, riflettere e prendere del fiato.”

 

 

“Hai progetti futuri di cui ci puoi parlare?”

“Nuovi colori e nuovi modelli e un progetto di lezioni online che ti accennavo prima.”

 

“Quali sono stati i successi più soddisfacenti che hai raggiunto?”

“Vedere le persone che indossano il brand, regalare un po’ di felicità.”

 

 

“Cosa consiglieresti ad un giovane designer?”

“Sii sempre curios* , empatic* e attent* agli agli altri.”

 

Grazie Licia!

 

 

 

Dai un’occhiata anche all’intervista al fotografo Mattia Guolo!

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Intervista! Feste in solitudine, una conversazione aperta con Chiara Maiuri https://www.waitfashion.com/intervista-feste-solitudine-conversazione-aperta-chiara-maiuri/ https://www.waitfashion.com/intervista-feste-solitudine-conversazione-aperta-chiara-maiuri/#respond Thu, 31 Dec 2020 18:22:49 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=97583 “E a Capodanno che fai?” Quanto avete odiato questa annosa e stucchevole domanda? Quest’anno ve ne siete liberati! Ma non proprio tutti saranno contenti di non poter rispondere. Per salutare il vecchio anno, e inaugurare quello nuovo con un pizzico […]

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“E a Capodanno che fai?” Quanto avete odiato questa annosa e stucchevole domanda?

Quest’anno ve ne siete liberati!

Ma non proprio tutti saranno contenti di non poter rispondere. Per salutare il vecchio anno, e inaugurare quello nuovo con un pizzico di rinnovata consapevolezza, abbiamo approfondito l’argomento della solitudine targata 2020, e in declinazione festiva, in compagnia di Chiara Maiuri, Psicologa Clinica, impegnatissima in progetti di rilevo, come ad esempio “La forza e il sorriso”.
Incontro virtualmente, come di consuetudine in questo periodo, Chiara, che mi permette di darle del tu e facciamo una lunga chiacchierata, riassunta così:

 

Buongiorno Chiara, grazie per avermi dedicato il tuo tempo oggi. Quello che vorrei affrontare insieme a te è un argomento che probabilmente toccherà molti in particolare quest’anno, a causa dell’emergenza sanitaria in corso, ovvero la SOLITUDINE. Fino allo scorso anno, il Natale e le feste ritirate erano inconsciamente ricollegate agli anziani, ora senza dubbio sarà maggiore il numero di giovani e adulti distanti dai propri affetti.
Come pensi che questa condizione particolare possa influire nell’interiorità di ognuno?

Lo stato attuale ha un duplice effetto. Io ho sentito molte persone, e quando parlo di persone mi riferisco ai pazienti, che non definirei tali perché sarebbe riduttivo, che hanno trovato sollevante l’idea di dover passare le feste in maniera differente. Poiché non costrette a forzare le proprie emozioni.

La classica tristezza legata all’idea che non sei felice quanto dovresti essere. Se prima era da tenere a bada, ora può anche essere sentita lecita. Questa condizione ha permesso di liberarci di una costrizione e poter ammettere anche che disprezziamo queste ricorrenze. Non ci sentiamo forzati a costruire una felicità che non sentiamo, ritrovando un equilibrio individuale.

Per chi invece considera le feste come unico momento di comunità e socialità, rappresenta un ostacolo, esattamente come il periodo di quarantena stesso.

Attualmente stiamo fronteggiando il problema e in quanto tale la ferita è ancora aperta, una volta rimarginata, rimarrà una cicatrice, ma non sappiamo ancora in che termini.

 

Come gestire la situazione in maniera pratica giorno dopo giorno?

Creare delle routine è il segreto. Sin dal principio ne ho parlato anche tramite video in cui consigliavo:

“Alzatevi, lavatevi e vestitevi, non è importante che non dobbiate uscire, non importa se non avete call, lo fate per voi”.

Io stessa nella mia esperienza personale, ai tempi dell’università, rimanevo dei periodi in casa per studiare a causa degli esami imminenti, benché non dovessi incontrare nessuno, mi alzavo e mi truccavo, perché mi trasmetteva l’idea di essermi ritagliata un momento strettamente personale.

Nelle festività è altrettanto importante mantenere queste routine, però bisogna riconoscere e sfruttare il potere di applicare un filo di trucco e indossare un vestito carino.

Mettere in pratica questi piccoli gesti equivale a far sentire la propria mente al sicuro, la mente ha bisogno di conservare una sua normalità, e questo chiaramente passa dal fare le cose che noi faremmo tranquillamente, nel limite del possibile. C’è chi collauda nuove ricette, chi fa yoga, chi legge, ma ricopre un ruolo fondamentale anche la cura di se stessi.
Per non imbruttirsi, non dal punto di vista estetico, ma interiore.

Inoltre, è saliente combattere l’idea che se siamo da soli non ha senso fare qualcosa, poiché non ci vede nessuno.

 

 

 

A casa da sole, o con il proprio compagno/a o fidanzato/a. I cosmetici hanno un potere sul tono del nostro umore?

Come accennato prima sì. Per quanto effettivamente la solitudine sia un grosso problema, è vero anche che la convivenza forzata lo è altrettanto. Quindi per chi ha al proprio fianco qualcuno: marito, fidanzato, figli, la cura di se stessi è un momento ritagliato all’interno di una situazione i cui spazi sono ristretti,  con una sorta di scusa, se la vogliamo definire così: “Mamma va in bagno a prendersi cura di sé”. Un atto di gentilezza indirizzato a noi stessi.

Oppure può diventare anche un gioco, con i bambini e con il fidanzato che si presta e tramutarsi in un momento di spensierata socialità.

Cosa emerge dalla seguente analisi?

Non siamo abituati a fare le cose esclusivamente per noi. Agiamo per dimostrare a qualcun altro, per compiacere, e in parte va benissimo perchè è parte di una dinamica della mente umana. Ma fa emergere anche una questione più profonda, l’idea che la solitudine sia qualcosa da combattere, un nemico non ben identificato. Qualcosa non va. Nella solitudine si possono fare tante cose, che ci fanno sentire bene e che si inseriscono mano mano nella nostra routine a seconda del tempo a disposizione. Possono essere 10 minuti, mezz’ora, un’ ora. Il tempo che investiamo ci consente di accrescere la nostra autostima. Se teniamo presente che allo specchio non vediamo mai ciò che siamo, ma è il riflesso dell’ idea che visualizziamo nella nostra mente e in quel momento è rappresentato l’atto di esserci prese cura di noi, allora un riscontro positivo è praticamente assicurato.

 

 

In che modo questo si ricollega al discorso dell’ultimo dell’anno e Capodanno?

L’ultimo dell’anno è il momento perfetto per costruire una routine e inserire in questa nuove abitudini dedicate a noi stesse e quale miglior occasione per inizare a sperimentarle?

 

 

Forse il fatto di essere così spiazzati da una solitudine forzata, ci porta a riflettere sulla capacità di fermarci a riflettere su una vita dai ritmi serrati. Cosa portiamo nel bagaglio del 2021 oltre alla cura per noi stessi?

Nelle prime fasi del lockdown scorso, io ricordo di aver dovuto affrontare con i miei pazienti proprio il tema del trovarsi a riflettere su cose alle quali prima non avevano mai riflettuto, perché sono cose alle quali non ci si fa caso, o vieni a farlo in terapia oppure è difficile cimentarsi. Per alcuni è stato così doloroso confrontarsi con se stessi, che per quanto non sia possibile dedicare giornate intere a questa pratica, forse dovremmo ritagliarci dei brevi momenti ma più frequenti del solito. Perché quando torneremo alla vita frenetica di prima sarebbe importante aver acquisito questa abitudine, per non rimanere nuovamente scioccati dal confronto con noi stessi.

 

 

Molti hanno avuto difficoltà ad accettare la nuova dimensione e si sono proiettati nel futuro come risposta ad una solitudine forzata. Cosa pensi a riguardo? 

Non siamo nel qui ed ora, non siamo mai dove stiamo.
Tragedie a parte, chi ha vita più semplice sono coloro che vivono giorno per giorno, senza proiettarsi nel futuro carico di ansie e con il pensiero costante: “Quando uscirò?”. Al contrario è importante trovare nel proprio ambiente una dimensione familiare.

Nella pratica, può essere interessante scriversi, come propositi per il nuovo anno, ciò che abbiamo imparato. Poiché i propositi di per sé sono troppo evanescenti. Siamo molto bravi ad imparare nuove cose, e altrettanto a dimentarcele domani una volta che non le abbiamo più sottomano. Allora, forse, l’atto di scrivere, e tenere il risultato come monito, da un senso più profondo a ciò che abbiamo imparato.

Dove il primo proposito è trovare il tempo per noi stessi, dove l’uso del verbo “trovare” non è un caso, ma ha intresicamente ha il significato di non crearsi dei comodi sotterfugi per eludere la paura di conoscersi. Un percorso lungo, che dobbiamo fare un passo per volta. Una rivoluzione che si mette in atto piano piano, che non ti sconvolge la vita, ma che gradualmente la cambia in meglio.
Io del resto, non conosco nessuno che effettivamente se ne freghi del proprio aspetto e non voglia curarsene, chi lo dice lo fa per difesa.

 

Un consiglio, o una riflessione che ti senti di dare per il prossimo anno, alla luce di quello che abbiamo detto in questa lunga e piacevole discussione.

Io credo che sia importante fare tesoro di almeno una cosa che abbiamo appreso in questo periodo, sceglierne una tra tutte e impadronircene portandola con noi per tutto l’anno, e mettendola in pratica.

Inoltre, spero che la cura di se stessi, possa essere tra quelle, sfidando le resistenze alle quale ci ancoriamo ostacolando la nostra femminilità. Abbattiamo I limiti che ci siamo o ci hanno imposto, giocando e affrontando cose che diversamente non faremmo. Una cosa ormai la sappiamo, abbiamo capito di essere capaci a fronteggiare anche quello che credevamo di non essere in grado di sopportare.

Allora teniamo a mente una domanda, come un mantra, ogni volta che si palesa un’esperienza sconosciuta, ripetiamo a noi stessi: “Perché no?”.

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Intervista a Guillaume Philibert, Founder e Direttore Creativo di Filling Pieces https://www.waitfashion.com/interview-with-guillaume-philibert-founder-and-creative-director-of-filling-pieces/ https://www.waitfashion.com/interview-with-guillaume-philibert-founder-and-creative-director-of-filling-pieces/#respond Tue, 29 Dec 2020 14:15:12 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=96691 Guillaume Philibert ci racconta l’evoluzione del suo brand: Filling Pieces Guillaume Philibert è il fondatore e designer di Filling Pieces: brand di Amsterdam che colma un gap tra diverse culture, persone e desideri. Muove i suoi primi passi nel mondo […]

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Guillaume Philibert ci racconta l’evoluzione del suo brand: Filling Pieces

Guillaume Philibert è il fondatore e designer di Filling Pieces: brand di Amsterdam che colma un gap tra diverse culture, persone e desideri. Muove i suoi primi passi nel mondo del fashion attraverso il footwear, per poi crescere arrivando ad introdurre anche una linea ready to wear. Grande è l’attenzione ai materiali e alla mano d’opera che si combina ad un’estetica originale, poliedrica, ma allo stesso tempo organica.

Filling Pieces First Iconic Sneakers Model – E’ iniziato tutto da qui.

In quale modo il tuo background ha plasmato il tuo DNA come designer?

Ho studiato architettura e ciò mi ha ispirato molto e spronato a guardare il design, le forme e l’estetica in modo più tecnico ed emozionale.

Il mio background etnico (Surinamese, cresciuto in Olanda) mi ha portato ad avere la volontà di colmare il divario tra persone, culture e credenze diverse. Tutto questo si è trasformato in “Filling Pieces”.

Da dove nasce la tua passione per il fashion?

Mia madre mi ha sempre invogliato a vestirmi bene e di occuparmi del mio aspetto e di come mi presentavo agli occhi delle persone. È proprio dalla mia giovane età che nasce la passione per la moda.

Qual è stato un notevole momento di svolta nella tua carriera?

Sicuramente il processo creativo e la realizzazione della nostra prima collezione di abbigliamento utile per poter diventare un marchio di moda globale invece che un marchio esclusivamente di calzature. Volevamo espandere la nostra visione su diversi prodotti e la scelta di entrare nel mondo del ready to wear ci è risultata molto organica.

Anche l’apertura del nostro primo negozio è stato un momento di grande rilievo.

 Filling Pieces – First RTW Collection

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?

Viaggiare, parlare con persone a me affini e voglia di continuare a innovare. Quando ho iniziato, Kanye West e Pharrell sono state le mie più grandi ispirazioni poiché hanno aperto la strada alla nicchia tra la moda di fascia alta e lo streetwear. Dal punto di vista del design invece , Le Corbusier e Mies van der Rohe mi ispirano molto anche nel quotidiano.

Quali sono i tuoi pezzi preferiti della collezione Fall Winter 20?

Sicuramente i Carabiner Heels (il nostro primo tacco da donna in assoluto) e i Western Boots, entrambi unici e molto spinti.

Quali sono, dal tuo punto di vista, gli aspetti più accattivanti di Filling Pieces e della sua storia?

Sicuramente il fatto di colmare un divario in tutto ciò che abbiamo sempre fatto e che stiamo facendo.

Pensi che i mocassini possano essere un nuovo must have nei prossimi anni nello streetwear?

Il mondo dei mocassini si sta espandendo sempre di più e vengono sempre più compresi e accettati dai consumatori più giovani. Ciò credo sia dovuto al fatto che il mercato sia mosso da un sentimento autentico e nostalgico nei confronti dei loro papà e nonni.

 

Filling Pieces era nella brand list di Colette durante gli anni d’oro del negozio. Com’è stato lavorare con uno tra i migliori e più creativi negozi multi-marca della storia?

È stato un sogno che è diventato realtà. Sarah Andelman e il suo team sono stati pionieri e leader globali… Sarò per sempre grato per il loro fondamentale supporto!

Tempo fa ero ad un party durante la Paris Fashion Week dove suonavi come DJ… Qual è il tuo rapporto con la musica e quanta influenza ha nel tuo lavoro?

La musica è tra le mie più grandi ispirazioni, poiché va di pari passo con la moda. Oltre a questo, la musica è in grado di collegare persone di mondi e credenze diverse, il che è di grande potere.

 

Sei senza dubbio uno dei pionieri del movimento fashion di Amsterdam a livello globale… Ne sei orgoglioso?

Molto orgoglioso! Siamo una seconda generazione dopo Patta che ha aperto la strada. I miei amici stretti di Daily Paper, Olaf Hussein e TNO stanno andando alla grande e ci sosteniamo calorosamente a vicenda.

Quanto tieni all’artigiano? Sbaglio o c’è molta attenzione alla qualità?

Tantissimo! La qualità è una delle risorse più importanti del nostro marchio.

Congratulazioni per l’apertura del flagship store ad Amsterdam, soprattutto perché è difficile credere nel successo di un negozio fisico in un momento così complicato dettato dalla pandemia Covid-19… Quali sono le tue previsioni riguardo all’esperienza di vendita al dettaglio?

Grazie! La vendita al dettaglio fisica va di pari passo con quella digitale e sono una combinazione importante. È stato difficile in un momento come questo celebrare appieno e trasmettere il nostro concept di vendita ai consumatori, ma speriamo presto di poter aprire e lanciare correttamente il concetto!

E’ stato comunque fantastico costruire finalmente uno spazio che respira il nostro DNA e la nostra estetica.

Come vedi il ruolo dei social media nel futuro dell’industria della moda e in particolare per quello dei marchi?

Di grande importanza, poiché i social media sono una delle principali estensioni della brand experience.

Il contenuto deve rimanere pertinente e attraente per i tuoi consumatori, quindi la sfida è rimanere al passo con i tuoi clienti.

Cosa deve avere un designer o un nuovo marchio per riuscire ad attirare l’attenzione su di sè?

Voglio fare un appello: siate originali e portate sul mercato qualcosa che non è ancora stato fatto.

Come vedi l’evoluzione della tua carriera in relazione a dove ti trovi attualmente?

Ogni giorno è una nuova avventura e un nuovo passo, ma sono molto grato per dove siamo e per cosa siamo diventati. Ad essere onesti però, abbiamo grandi ambizioni ed a volte ci sembra di aver appena iniziato!

Dove speri di vedere Filling Pieces nei prossimi cinque anni?

Il goal è quello di crescere, migliorare e farci conoscere sempre di più a livello globale. La visione e l’obiettivo del marchio saranno gli stessi di sempre ossia continuare ad ispirare e rinnovare nel nostro modo “Filling Pieces”, prendendo elementi di diversi domini nell’arte e trasformarli in capi d’abbigliamento.

 

 

CONTATTI

Instagram: @fillingpieces | @gsrnn

Sito Web: www.fillingpieces.com

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Intervista a Hillary Taymour, Founder e Direttrice Creativa di Collina Strada https://www.waitfashion.com/intervista-hillary-taymour-founder-direttrice-creativa-collina-strada/ https://www.waitfashion.com/intervista-hillary-taymour-founder-direttrice-creativa-collina-strada/#respond Mon, 21 Dec 2020 11:02:16 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=96211 Collina Strada: la designer Hillary Taymour ci racconta il successo del brand Fondato nel 2009 da Hillary Taymour, Collina Strada è un brand ed una piattaforma per la consapevolezza ambientale, la consapevolezza sociale, il cambiamento e l’espressione di sé stessi. […]

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Collina Strada: la designer Hillary Taymour ci racconta il successo del brand

Fondato nel 2009 da Hillary Taymour, Collina Strada è un brand ed una piattaforma per la consapevolezza ambientale, la consapevolezza sociale, il cambiamento e l’espressione di sé stessi. La designer propone abiti facili da indossare, intrisi di un’attitudine fluida senza paura. Collina Strada incarna l’umorismo e la giovinezza.

Founder Hillary Taymour

Ciao Hillary, grazie per aver accettato il nostro invito! Hai voglia di raccontarci il tuo background?

Sono cresciuta a Los Angeles con la passione per l’equitazione; una volta cresciuta ho frequentato una scuola di design per poi trasferirmi a New York nel 2010.

Qual è il tuo approccio creativo al design? 

Inizio a lavorare con tessuti che ritengo essere sostenibili e ricerca di grafiche che poi stampo su seta… In poche parole posso dire che sono ossessionata dalla stampa su stampa.

Poi penso solo a cosa vorrei che indossassero i miei amici in certe occasioni; ad esempio: “cosa indossa lei in spiaggia?” oppure “cosa indossa lui a cena?”

A quale designer o artista ti ispiri maggiormente? 

Amo la maggior parte dell’arte, tuttavia sono principalmente ispirata dalle strade di Chinatown a New York.

Abbiamo visto alcuni dei tuoi custom realizzati sulle sneakers Hoka One One, puoi dirci di più a riguardo?

Lavoro con Hokas per usare le loro scarpe in passerella. Per questo motivo mi limito ad abbellire queste sneakers ed abbinarle ai look. Non sono in vendita e difficili da replicare, ma penso che funzionino bene con l’intero concept.

È lodevole che tu sia veramente inclusiva nel comunicare la tua estetica. La diversità è un “hot topic”, pensi che il mondo della moda sia inclusivo?

Sì, credo che il mondo della moda si stia decisamente orientando verso queste direzioni, non c’è altro modo per avvicinarsi alla moda adesso. Dobbiamo tutti pensare in maniera consapevole se vogliamo continuare a consumare come siamo sempre stati abituati.

Spero anche di vedere un approccio sempre più inclusivo della moda con il passare degli anni.

Mai come in questo periodo la moda ha dovuto fare affidamento sul digitale. Come ti interfacci con il mondo della tecnologia?

Ho adorato la sfida di fare affidamento sui contenuti digitali quest’anno, è stato divertente poter pensare fuori dagli schemi e creare contenuti che mi facessero sentire veramente felice.

In occasione del “Guccifest”, Collina Strada è stato selezionato come artista ed avete creato “Collina Land”, puoi spiegarci meglio come ha funzionato?

Abbiamo lavorato nel mondo del digitale per un paio di mesi e quando Gucci ci ha selezionato ero veramente entusiasta di poter realizzare un progetto del genere con un partner di questo calibro. Si tratta di un videogioco composto da cinque mondi nei quali si può giocare. Il video di “Collina Land” era essenzialmente il trailer del videogioco. Abbiamo scansionato in 3D tutti i modelli della collezione. Con l’aiuto di riprese su “green screen” abbiamo raffigurato il loro aspetto, compresi i loro sguardi per poi traslarli nel videogioco donandogli movimenti unici che rispecchiassero le loro personalità e gli abiti che indossavano.

Nel gioco virtuale di Collina Strada c’è il focus su diverse attività sostenibili, puoi raccontarci un po’ di più del tuo impegno nel campo dell’ecosostenibilità?

Penso sia estremamente importante continuare una “narrazione ecologica” durante questo periodo. Dobbiamo essere consapevoli dell’impatto che il cambiamento climatico sta avendo sul nostro pianeta. Dunque se posso trasformare questo tema in un gioco divertente con incentivi… perché no?

“Stagione dopo stagione, il nostro obiettivo rimane lo stesso: incoraggiare la riflessione su se stessi attraverso l’abbigliamento”

Credi che questo approccio possa essere utile e possa stimolare i giovani creativi che entrano in questo settore?

Sì, lo spero. Spero di poter mostrare ai giovani creativi di poter avere la loro voce unica che li contraddistingue. Si può avere successo senza seguire il branco.

Puoi svelarci qualche progetto futuro? Dove vedi Collina Strada tra cinque anni?

Ci sono molte novità in programma che purtroppo non posso ancora svelare. Preparatevi però a nuove scarpe e divertenti collaborazioni! Personalmente, spero di continuare ad essere in grado di creare e introdurre sul mercato abbigliamento consapevole; un altro goal è sicuramente quello tra cinque anni, di continuare ad avere stimoli e divertirmi nel mio lavoro.

 

CONTATTI

Sito Web: www.collinastrada.com

Instagram: @collinastrada

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Intervista a Naomi Gunther, fondatrice del brand Gunther Paris https://www.waitfashion.com/interview-with-naomi-gunther-founder-of-the-brand-gunther-paris/ https://www.waitfashion.com/interview-with-naomi-gunther-founder-of-the-brand-gunther-paris/#respond Sun, 20 Dec 2020 09:10:34 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=96778 Abbiamo avuto la fortuna di intervistare Naomi Gunther, una giovane talentuosa designer, fondatrice del brand Gunther Paris! GUNTHER è un marchio di abbigliamento di lusso contemporaneo parigino. La loro visione: vestire l’uomo moderno, chic e rilassato, con tagli comodi e […]

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Abbiamo avuto la fortuna di intervistare Naomi Gunther, una giovane talentuosa designer, fondatrice del brand Gunther Paris!

GUNTHER è un marchio di abbigliamento di lusso contemporaneo parigino. La loro visione: vestire l’uomo moderno, chic e rilassato, con tagli comodi e materiali responsabili. Made in France, realizzato in laboratori parigini, il marchio lavora per una moda impegnata ed etica e mette l’ambiente al centro delle sue preoccupazioni.

 

Ciao Naomi. Grazie per aver  accettato di rispondere ad alcune domande su di te e sul tuo brand. 

Ti andrebbe di parlarci dei tuoi studi e della tua formazione professionale? Quando hai capito di voler diventare una stilista di moda? 

Ho sempre avuto una passione per la moda e l’arte in generale. Dopo 4 anni di Fashion Design alla Parsons The New School for Design di New York, sono tornata a Parigi e ho deciso di dare vita ad una mia azienda. Ho incontrato Gabin Ducourant, la persona che oggi è mio business partner: le sue competenze in marketing e management combinate alla mia creatività hanno reso Gunther possibile. 

Sappiamo che Gunther è un brand giovanissimo, nato appena due anni fa con la fine del tuo percorso di studi. Cosa ti ha spinto a creare qualcosa di unicamente tuo? 

Con Gunther, voglio creare una nuova visione del lusso. I capi di Gunther rappresentano l’incontrarsi di know-how tradizionale ed estetica moderna. L’uomo Gunther, inoltre, ha interesse in una moda slow, consapevole ed unica. 

Cosa rappresenta Gunther per te? Qual è la filosofia che si nasconde dietro al brand?

Se potessi riassumere Gunther in 3 parole, sarebbero: qualità,  effortless-chic e artigianalità. Aspiro ad uno stile che combini il “savoir faire”  della couture francese  (sartoria su misura, capi cuciti a mano…) con un’estetica più urban e moderna. La qualità è molto importante per noi, cerco di lavorare non solo con materiali soffici, pregiati e confortevoli, ma anche naturali il più possibile.  

Chi sono i fashion designers a cui ti ispiri? Quale, secondo te, si avvicina di più al tuo modo di fare moda?

La mia ispirazione di sempre è Martin Margiela, perché i suoi design sono lo specchio di un’enorme creatività, ed è capace di “dire qualcosa” partendo da nulla. La sua creatività va oltre l’abbigliamento. Raf Simons anche, ha un’estetica moderna e giovanile, pur padroneggiando i classici. 

Ci piace molto la tua estetica, ti andrebbe di parlarcene in modo più approfondito? Qual è il “tratto distintivo” di Naomi in quanto stilista? 

Mi lascio ispirare da tutto quello che mi circonda. I viaggi sono la mia più grande fonte d’ispirazione. In tutti i posti che visito cerco di catturare l’atmosfera, i rumori, le luci… Faccio sempre delle foto quando cammino per strada e cerco di utilizzarle per le stampe e i motivi dei capi. Mi piace molto scrivere delle parole chiave in un quaderno per ricordare una sensazione e l’energia di un momento. La musica rappresenta un’altra grande fonte d’ispirazione e mi aiuta a creare un certo “mood” quando disegno.

In quanto artista di nuova generazione, hai molto a cuore il tema “sostenibilità”. Cosa vuol dire per te “moda sostenibile”? In che modo Gunther si impegna a danneggiare l’ambiente il meno possibile?

Ci sono diverse cose che facciamo per danneggiare di meno l’ambiente: usiamo materiali riciclati, o materiali naturali (cashemere, tessuti non tinti, bottoni fatti di noce di cocco, bamboo…). Per quanto riguarda la produzione, facciamo tutto in pre-order cosi da evitare che si accumulino le scorte o una sovrapproduzione; in questo modo sprechiamo il meno possibile. Cerchiamo anche di riutilizzare i materiali di scarto in modo creativo. Lavoriamo con un’azienda chiamata REPACK, che realizza packaging riutilizzabili per spedire i nostri ordini. 

Parliamo di oggi..il Covid-19, ha rallentato l’industria della moda: come vi siete adattati al contesto contemporaneo? 

Il periodo che stiamo attraversando non è semplice, ma ci sta forzando ad adattarci. Abbiamo sempre lavorato in piccoli team, con piccole scale di produzione e quindi per noi non è cambiato niente da quel punto di vista. Ci siamo presi del tempo per riflettere su come potremmo produrre in un modo ancora migliore e abbiamo iniziato ad ideare dei modi creativi per presentare le nostre collezioni (digitale anziché fisico ad esempio). Abbiamo anche provato a focalizzarci sulla nostra comunità online, come creare un miglior legame con loro e stimolarli con sfide creative e comunicazione. 

Parlaci della collezione autunno/inverno 2020 “Jour Blanc”, cosa ti ha ispirato?

Jour Blanc vuol dire “tormenta”. É un fenomeno che avviene in montagna quando c’è un brutto clima e il suolo e il cielo sembrano una cosa sola. L’ispirazione per la collezione è “dopo sci”, una collezione chic e avvolgente per trascorrere il tempo nel tuo chalet. Colori caldi che ricordano il fuoco del camino, capi cozy con texture forti e tagli oversize. 

Se dovessi scegliere tra i tuoi capi quello che maggiormente ti rappresenta e che potrebbe diventare un prodotto “iconico”, quale sceglieresti?

In tutte le nostre collezioni, ripetiamo diversi design. Abbiamo una giacca “iconica” con una fodera con stampa digitale che cambia ogni collezione. Inoltre, siamo diventati famosi grazie ad un pantalone indossato da Offset nella settimana della moda di Parigi, così lo riproponiamo in diverse collezioni. 

Infine, dove vedi te e il tuo brand Gunther tra 5 anni? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Speriamo di rendere il brand più popolare nel mondo, magari avere dei retailers internazionali. Il nostro obiettivo è quello di supportare gli artigiani francesi e contemporaneamente far crescere il brand. Stiamo preparando un digital film che sarà trasmesso durante la Paris fashion Week di Gennaio! Supportateci con un like sulla nostra pagina IG @guntherparis.

 

I prodotti di Gunther Paris sono acquistabili sul loro sito ufficiale.

Se ti è piaciuto questo articolo, dai un’occhiata anche alla nostra intervista ad Alessandro Vigilante.

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Intervista ad Alessandro Vigilante: “I miei abiti? Finestre aperte sul corpo.” https://www.waitfashion.com/intervista-ad-alessandro-vigilante-miei-abiti-finestre-aperte-sul-corpo/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-alessandro-vigilante-miei-abiti-finestre-aperte-sul-corpo/#respond Tue, 08 Dec 2020 18:29:57 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=95348   Oggi vorremmo presentarvi Alessandro Vigilante, stilista e fondatore del suo omonimo brand emergente. Alessandro si sta affermando per i suoi abiti eleganti e ricercati, dai tessuti sostenibili che regalano libertà, movimento ed erotismo al corpo… “Ciao Alessandro, vorrei farti […]

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Oggi vorremmo presentarvi Alessandro Vigilante, stilista e fondatore del suo omonimo brand emergente. Alessandro si sta affermando per i suoi abiti eleganti e ricercati, dai tessuti sostenibili che regalano libertà, movimento ed erotismo al corpo…

“Ciao Alessandro, vorrei farti conoscere meglio ai lettori di Wait. Tu come ti racconteresti?”

“Sono uno stilista, appassionato del mio lavoro e con il sogno di un brand tutto mio che è diventato realtà a settembre, quando ho presentato la mia prima collezione donna, “ATTO I”, dopo 14 anni di esperienza presso l’ufficio stile di brand conosciuti tra i quali Dolce&Gabbana, Gucci e Philosophy di Lorenzo Serafini.”

“Dopo un passato nella danza, perché hai deciso di fare della moda il tuo nuovo mondo?”

“Ho sempre voluto fare lo stilista, disegno abiti da donna da quando avevo cinque anni. La danza contemporanea è una grande passione, oggi ispirazione primaria del mio lavoro di stilista.”

 

“So che hai studiato allo IED di Milano. È vero che i tuoi primi abiti sono stati scelti da una giuria presieduta da Franca Sozzani, per sfilare nella settimana della moda a Milano? Ci vuoi raccontare quest’esperienza?”

“Ho vinto My Own Show nel 2007, all’ultimo anno di IED. Il concorso, creato da Vogue Italia con IED, aveva come presidente di giuria Franca Sozzani che mi scelse come vincitore creando apposta per me una menzione speciale. Il giorno della sfilata lo ricordo come il giorno più bello della mia vita, quello in cui mi sono sentito più appagato.” 

“Ma parliamo del tuo giovanissimo progetto. Come nasce il brand Alessandro Vigilante? Quanto influisce l’amore che hai per la danza sull’estetica del brand?”

“Il mio brand omonimo Alessandro Vigilante nasce dall’esigenza di comunicare la mia visione estetica, grazie al know how acquisito negli anni. Tutto il mio lavoro ruota intorno al concetto di erotismo, tenendo il corpo femminile sempre al centro della scena. Il mio obiettivo è di aiutare le donne a sentirsi sicure, a proprio agio, forti, consapevoli del proprio corpo, scoprendo di volta in volta alcune parti del corpo stesso, evidenziando gli aspetti più femminili piuttosto che nasconderli. Il mio è un lavoro sul corpo e sul corpo in movimento. In questo senso chiedo sempre aiuto alla danza contemporanea, mia prima fonte di ispirazione, oggi come appassionato di danza, in passato come danzatore professionista.”

“Gli abiti sono fatti per evidenziare il corpo, per avvolgerlo, abbracciarlo e per essere vissuti dal corpo stesso.”

 

 

“A che tipo di donna ti ispiri per le tue creazioni?”

“Mi ispiro a donne forti, che non hanno paura di mostrare la loro femminilità. Mi piacciono le donne che si prendono cura di loro stesse anche attraverso la cura del corpo, attraverso lo sport, la danza, lo yoga e il pilates. Mi piacciono i corpi scolpiti dall’esercizio fisico, per questo scopro di volta in volta schiene, gambe e altre parti del corpo con effetti cut-out.”

“Sono finestre aperte sul corpo che racconta la sua storia.”

 

 

“Segui un processo produttivo sostenibile per i capi?”

“Tutti i miei capi sono made in Italy, realizzati in un’azienda di professionisti qualificati e appassionati, che lavorano secondo processi sostenibili. Utilizzo alcuni tessuti riciclati come il jersey di viscosa seconda pelle e la vegan natural rubber.”

“Alcuni tuoi abiti sono stati indossati da personaggi molto conosciuti. C’è un artista in particolare che vorresti vestire?”

“Mi piacerebbe molto vestire, tra le celebrities emergenti, Alice Pagani e Lousita Cash di Luos and the Yakuza. Tra le celebrities affermate: Zoe Kravitz, Saoirse Ronan, Tilda Swinton, Julianne Moore, Cate Blanchet, Rooney Mara, Margot Robbie, Dua Lipa, Rosalia. Tra le star maschili Mahmood ed Harry Styles.”

“Per il futuro che progetti hai? Come te la immagini la fase post-Covid?”

“Sto lavorando a due capsule che arricchiranno di novità la mia prima collezione ATTO I. La fase post Covid me la immagino “illuminata”. Ci sarà voglia di nuovo, di cose belle e di qualità!”

“Dove si potranno acquistare i tuoi abiti?”

“La collezione sarà venduta in showroom da gennaio!”

 

@alessandrovigilante

Leggi anche l’intervista ad Ilaria Norsa, co-founder del brand INAN STUDIO

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Intervista a Martina Socrate: ecco come TikTok è diventato il suo lavoro https://www.waitfashion.com/intervista-martina-socrate-tiktok-diventato-suo-lavoro/ https://www.waitfashion.com/intervista-martina-socrate-tiktok-diventato-suo-lavoro/#respond Tue, 01 Dec 2020 10:39:49 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=94352 Martina Socrate ci racconta come TikTok si è trasformato da puro momento di svago a lavoro. Abbiamo fatto due chiacchiere con Martina Socrate, content creator che grazie alla sua ironia travolgente e il suo essere genuina ha conquistato TikTok… E […]

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Martina Socrate ci racconta come TikTok si è trasformato da puro momento di svago a lavoro.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Martina Socrate, content creator che grazie alla sua ironia travolgente e il suo essere genuina ha conquistato TikTok… E non solo!

 

Hai voglia di raccontarci del tuo background?

Sono Martina e ho 22 anni, mi sono diplomata presso il liceo linguistico e attualmente studio mediazione linguistica e culturale a Milano. Sono da sempre attratta al mondo dei social: mi è sempre piaciuto espormi ed esprimermi su queste piattaforme, sino a farlo in maniera costante e professionale da due anni a questa parte.

 

Credi che il tuo percorso di studi possa donare un valore aggiunto al tuo lavoro sui social?

Penso sicuramente che il mio percorso universitario possa aiutarmi in questo lavoro in quanto studiando mediazione linguista e culturale, approfondiamo molto l’ambito della comunicazione. Ciò mi permette di cogliere spunti interessanti da applicare al mio lavoro. Anche il mio background liceale in lingue mi è tornato molto utile: grazie alla padronanza della lingua inglese mi vengono offerte opportunità di lavoro interessanti come ad esempio l’intervista al Cast di After con Dylan Sprouse, Josephine Langford e Hero Finnes Tiffin.

Quando hai iniziato a fare i primi video su TikTok?

Ho iniziato a creare i primi video nel 2016, quando l’app di TikTok si chiamava ancora Musically. Nel 2018 ho cominciato a creare contenuti più frequentemente e nel frattempo Musically si era trasformata in TikTok. Inizialmente pubblicavo i video d’estate in quanto non avevo impegni scolastici, era un modo per trascorrere il tempo in maniera divertente; in questa prima fase non riponevo grande attenzione alla luce e ai dettagli, ma principalmente al contenuto del video. Con il passare del tempo mi sono resa conto che la cura di ogni particolare era di fondamentale importanza per una buona riuscita del video, dunque ho iniziato a dedicarmici.

La tua estetica è basata principalmente su video lip-sync comedy… Da dove deriva questa passione? Quali sono state e sono le tue ispirazioni principali?

Quando ho iniziato ad approcciarmi a questo mondo, sull’app erano presenti diversi profili di utenti che utilizzavano la tecnica del lip-sync comedy principalmente in inglese. Sono rimasta molto affascinata e divertita da questo stile e proprio per questo i miei primi video lip-sync erano realizzati esclusivamente in lingua inglese. La persona che mi ha ispirata maggiormente è stata senza dubbio Amelia Gething e forse è anche grazie a lei che ho iniziato ad appassionarmi sempre di più a questo mondo.

Credo comunque non ci sia una motivazione ben precisa per la quale faccio video lip-sync, ma è stato semplicemente un approccio naturale basato su un tipo di ironia che mi ha sempre divertita.

 

@martinasocrateWE’RE SISTERS! #comedy #actingwars #martinasocrate #commedia♬ Not Twins, Sisters – ✨Sherice Banton✨

Quando e quale è stato il momento in cui ti sei accorta che i tuoi video lip-sync sono diventati, seppur inaspettatamente, così virali da poter avere una forza di marketing importante?

Ad essere onesta, non ho iniziato questo “progetto” con l’obiettivo di farlo diventare un lavoro, fino al momento in cui non sono stata contattata dalla mia agenzia attuale che mi ha fatto capire quanto potesse effettivamente valere il mio lavoro e quanto potenziale potesse avere. I primi video ad essere diventati virali risalgono a Marzo 2019 i quali hanno creato un “effetto domino” rendendo virali tutti i video successivi. Ricordo ancora di essere stata colta alla sprovvista in quanto mai mi sarei aspettata di raggiungere un’audience così ampia.

Abbiamo visto che hai lavorato con personaggi pubblici importanti tra cui Chiara Ferragni. Hai voglia di raccontarci come è nata e si è sviluppata questa collaborazione?

La collaborazione con Chiara è nata perché stava lavorando con un cliente che aveva una richiesta particolare. Una ragazza del suo team mi ha contattata in quanto avevano bisogno di un consulente creativo, per questo hanno voluto coinvolgermi. Si è sviluppato tutto in maniera molto naturale: mi hanno fatto avere i vari brief sui quali ho costruito le mie idee e dopo aver fatto le mie proposte siamo giunte alla decisione finale sino ad arrivare a girare il video insieme.

 

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Un post condiviso da Martina Lavinia Socrate (@martina_socrate)

Quanto sono importanti per la crescita del tuo profilo, collaborazioni di questo calibro?

Sicuramente a livello generale collaborare con persone che hanno un seguito importante è di forte aiuto sia per la crescita del profilo sia per avere maggiore visibilità. Nel mio caso, per quanto riguarda la collaborazione con Chiara Ferragni, ho avuto una crescita esponenziale sul mio profilo Instagram perché nel momento in cui ci siamo viste per lavorare al progetto abbiamo scattato e pubblicato delle foto insieme… e come tutti ben sanno, lei è fortissima in questo campo!

“La mia ambizione è arrivare, tra dieci anni, a guardarmi alle spalle e sentirmi realizzata, felice e fiera del lavoro svolto.”

Parlando invece di product placement, da quanto tempo i brand fashion si sono interessati al tuo profilo e “progetto”?

Le prime collaborazioni sono arrivate a Marzo 2020; ci sono diverse tipologie di collaborazione: con alcuni brand come Aniye By, collaboro in maniera continuativa. Altri marchi invece mi mettono a disposizione degli abiti che posso scegliere di utilizzare durante eventi ed occasioni speciali. Tra i fashion brands con i quali ho lavorato ci sono Furla, Mugler, Chiara Ferragni Collection, DieselValentina Ferragni Studio. Una delle ultime collaborazioni è quella con Oceansapart, brand di sportswear.

Ad oggi si stanno sviluppando nuove collaborazioni con brand importanti, ma per scaramanzia non posso ancora rivelarvi nulla!

 

@martinasocrateOrmai anche la mia mente non sa più cosa inventarsi ?? ##aniyeby ##aniyebyhome ##martinasocrate ##comedy ##glambotchallenge♬ suono originale – Martina Socrate

Quanta importanza hanno i social nella carriera di un giovane creativo?

Per il mio tipo di creatività TikTok è fondamentale, in quanto nasce un trend nuovo ogni settimana e di conseguenza gli stimoli sono continui e cadere nella monotonia è praticamente impossibile.

Credo comunque che i social in generale, ognuno a proprio modo, siano importanti: ad esempio io utilizzo Instagram per mostrare al mio pubblico la mia persona che esula dal mio “personaggio” interpretato su TikTok, proprio per questo quest’ultimo è essenziale per creare un rapporto diretto con ognuno dei miei followers.

 

@martinasocratela sfiga mi accompagna 24/7 ##greenscreen ##martinasocrate ##comedy ##masterchef

♬ original sound – EnricoSoffiantini

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Non ho un preciso sogno nel cassetto, ma non nascondo il fatto che mi piacerebbe moltissimo eccellere nel lavoro e nella carriera e magari addentrarmi nel mondo della recitazione che da sempre mi affascina. Avendo però ad oggi molteplici porte aperte, non saprei delineare un sogno in particolare. La mia ambizione però è senza dubbio, tra dieci anni, guardarmi alle spalle e sentirmi realizzata, felice e fiera del lavoro svolto. Ho varie aspirazioni: non voglio escluderne nessuna né focalizzarmi esclusivamente su una.

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Intervista ad Ilaria Norsa, co-founder del brand INAN STUDIO https://www.waitfashion.com/intervista-ad-ilaria-norsa-co-founder-del-brand-inan-studio/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-ilaria-norsa-co-founder-del-brand-inan-studio/#respond Mon, 23 Nov 2020 08:49:00 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=93612 Abbiamo fatto una chiacchierata con Ilaria Norsa, co-founder del brand INAN STUDIO, un marchio di cinture attento alla sostenibilità dal design innovativo e funzionale. “Ciao Ilaria, grazie mille per aver accettato il nostro invito. Ti va di parlarci del tuo […]

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Abbiamo fatto una chiacchierata con Ilaria Norsa, co-founder del brand INAN STUDIO, un marchio di cinture attento alla sostenibilità dal design innovativo e funzionale.

“Ciao Ilaria, grazie mille per aver accettato il nostro invito. Ti va di parlarci del tuo percorso e di come sei arrivata a diventare co-founder del brand Inan Studio?”

Grazie a te. Ho cominciato la mia carriera nella moda come stylist e fashion editor nell’ambito dell’editoria indipendente nel 2006. Da allora ho portato avanti questa professione da freelance dedicandomi, oltre che all’editoria, alle consulenze per i brand. 

Grazie a questo lavoro – e ad amicizie in comune – ho conosciuto la mia socia Giulia, founder del marchio di gioielli anGostura. Dopo aver collaborato ad alcuni progetti abbiamo maturato l’idea di creare qualcosa di nuovo, insieme: Giulia desiderava ampliare il suo business all’universo degli accessori ed io da anni avevo nel cassetto il sogno di realizzare un brand di cinture “multifunzionali” ispirate al mondo della nightlife. 

A ottobre del 2019 abbiamo cominciato a sviluppare l’idea e all’inizio del 2020 è nato INAN.

“Inan è un marchio Made in Italy e attento alla sostenibilità. Dove e come vengono realizzati i vostri prodotti?”

I nostri prodotti vengono realizzati interamente in Italia, per la precisione a Firenze. Abbiamo deciso di affidarci a una produzione che avesse a cuore quanto noi la sostenibilità e l’artigianalità. Seguiamo personalmente la ricerca dei materiali e lo sviluppo della metalleria, con un approccio al prodotto tutto artigianale.

 

“Come mai avete scelto proprio la cintura come accessorio?”

La cintura è un accessorio versatile, capace di dare un valore aggiunto a un look anche semplice. Desideravamo creare dei prodotti che facessero sentire speciali le nostre clienti, anche con un jeans e una t-shirt. Inoltre il concetto di multifunzionalità intrinseco al nostro prodotto permette di sostituire la cintura alla borsa: la maggior parte dei modelli sono dotati di tasche studiate per contenere i-phone e oggetti personali. Per poter ballare con le mani libere!

 

 

“Quali sono le vostre icone di riferimento e da dove prendete ispirazione?”

La nostra ispirazione ha radici nel mondo della night life: le influenze spaziano dal mondo del clubbing techno a quello dei festival. La musica in generale e le sue icone ci offrono una costante ispirazione.

 

“Si tratta della primissima collezione per Inan studio. Come la definiresti?”

No season, Genderless, Sexy, Nocturnal, Bold.

 

“Qual’è il pezzo must have di questo inverno?”

La Multi belt è la star assoluta di INAN, best seller incontrastato e super richiesto.

 

 

“Come state affrontando le difficoltà del periodo?”

Non è sicuramente stato un momento facile per affacciarsi al mondo della moda e dell’imprenditoria, soprattutto considerando che le occasioni d’uso per un prodotto come il nostro sono abbastanza limitate. Ma il fatto di esserci concentrate sulla forte identità dei nostri prodotti ci sta permettendo di emergere facendo sentire la nostra voce.

 

“Se potessi collaborare con un qualunque brand, quale sceglieresti?”

Probabilmente più che con un brand ci piacerebbe collaborare con dei personaggi o delle realtà legate al mondo della musica, dell’arte e dell’intrattenimento. Abbiamo delle idee ma per scaramanzia preferiamo tenerle per noi.

 

“Quali credi che siano le condizioni imprescindibili, dalla produzione alla comunicazione digitale,  per un brand al giorno d’oggi?”

Sosteniblità, qualità e identità del prodotto. 

 

 

“Come vedi te e il tuo brand tra 5 anni? Hai già in mente progetti per il futuro?”

Tra 5 anni personalmente spero di poter gestire il brand tornando a vivere nel mio posto del cuore, Ibiza. E spero che ci siano talmente tante persone coinvolte nel nostro business che potrò permettermi di dedicarmi solo allo stile.

 

-“Cosa consiglieresti ad un giovane designer che si approccia al mondo della moda?”

Consiglierei di puntare sulla propria identità senza paura di essere una voce “fuori dal coro”. 

 

Info e contatti

Potete acquistare le meravigliose cinture di INAN STUDIO sul loro sito ufficiale.

Per scoprire di più date un’occhiata al profilo Instagram di Ilaria Norsa e del brand!

 

 

 

Leggi anche l’intervista a Nima Benati

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Intervista ad Isabella Franchi, aka UnghieDellaMadonna https://www.waitfashion.com/intervista-ad-isabella-franchi-aka-unghiedellamadonna/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-isabella-franchi-aka-unghiedellamadonna/#respond Fri, 20 Nov 2020 16:58:47 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=93414 Isabella Franchi ci racconta il lavoro che si cela dietro al grande successo di UnghieDellaMadonna Isabella Franchi, dopo il suo soggiorno a Londra, porta a Milano un’ondata di freschezza e novità nel mondo della nail art dietro al nome di […]

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Isabella Franchi ci racconta il lavoro che si cela dietro al grande successo di UnghieDellaMadonna

Isabella Franchi, dopo il suo soggiorno a Londra, porta a Milano un’ondata di freschezza e novità nel mondo della nail art dietro al nome di UnghieDellaMadonna. I suoi design hanno introdotto un’estetica gender fluid che spazia tra ispirazioni derivanti dal mondo della moda, dell’arte e dei tatuaggi.

 

Hai voglia di raccontarci un po’ del tuo background?

Mi chiamo Isabella Franchi aka UnghieDellaMadonna. Ho 33 anni e sono originaria di Imola, in provincia di Bologna. Una volta finito il liceo, mi sono laureata in culture e tecniche del costume della moda; subito dopo la laurea triennale ho deciso di spostarmi a Milano per specializzarmi e cercare lavoro, in quanto nella mia città c’erano e ci sono poche possibilità di lavorare nel mondo della moda.

Arrivata a Milano, mentre frequentavo un corso serale di Visual Merchandising allo Ied, ho iniziato a lavorare per Banana Republic come Visual Merchandiser. Trascorsi un paio di anni, ho deciso di trasferirmi a Londra per crescere lavorativamente, dove sono rimasta per tre anni e mezzo.

Dopo una carriera di quasi dieci anni in Visual Merchandising, una volta rientrata a Milano, sentivo la necessità di cercare qualcosa che mi stimolasse un pochino di più, un lavoro più creativo. Ho provato a tatuare per qualche mese, ma non si è rivelata essere la mia strada in quanto era un lavoro che mi stressava troppo. Quindi, mentre stavo ancora lavorando in negozio, ho deciso di iscrivermi a dei corsi di specializzazione, per imparare a decorare le unghie.

“Nel mio piccolo ho sempre cercato di proporre design che fossero assolutamente gender fluid e che si potessero adattare a qualsiasi genere”

Cosa ti ha spinto ad intraprendere una carriera come nail artist?

Quando ero a Londra ho iniziato ad approcciarmi al mondo della nail art come cliente in quanto stavano nascendo i primi nail shop specializzati in nail art super particolari e affascinanti; rientrata a Milano non avevo trovato nulla di simile, al momento non c’era nessuno che avesse creato un connubio tra il mio gusto, moda ed estetica. Cosi ho iniziato a farmi le unghie da sola… Tramite amiche e passaparola, si è iniziata a spargere la voce ed ho deciso di fare della nail art una carriera. Mi sono formata e ho deciso di buttarmi in questo nuovo percorso a giugno dell’anno scorso.

Da dove deriva il tuo aka “UnghieDellaMadonna”?

Nasce in realtà da un gioco di battute che ho avuto con i miei colleghi quando lavoravo ancora da Vans: avevo iniziato da poco a farmi le unghie da sola e avevo comprato degli stickers con le madonnine, i santini e gli angioletti che andavano di moda in quel periodo. Da li è nata la battuta “sono proprio unghie della madonna!”; oltre al gioco di parole, sulle mie unghie erano effettivamente presenti delle madonnine.

Questa frase ha continuato a balenarmi in testa, fino a quando non decisi di fare di “UnghieDellaMadonna” il nome di Instagram, in quanto questo alias mi sembrava molto catchy.

Abbiamo visto che in poco tempo dal tuo inizio, il tuo progetto è letteralmente esploso. Puoi spiegarci meglio qual è stato il percorso che hai seguito?

Avevo la necessità di capire in che modo sviluppare l’estetica di ciò che sarebbe diventato il mio lavoro, proprio per questo, dopo aver concluso i corsi di formazione, ho sperimentato le tecniche imparate sulle mie mani, su quelle delle mie amiche e su quelle di mio marito.

Credo che il successo del mio lavoro derivi da diversi fattori che potremmo definire una “serie di fortunati eventi”: uno fra tutti la velocità dei social, come Instagram, accelerato dal tipo di nail art che proponevo e anche grazie alla cerchia stretta di addetti ai lavori in ambito fashion, che si sono interessati da subito al progetto.

Entrando più nel dettaglio, potremmo dire che fino a quel momento a Milano il mondo della nail art si concentrava sulla ricostruzione di unghie molto lunghe con disegni articolati, c’erano poche figure che si occupavano di decorazione su unghie corte. La mia offerta era interessante e la città ha dimostrato molto interesse sin da subito.

Come riesci ad unire il tuo gusto personale con le richieste dei vari clienti?

All’inizio cercavo di assecondare di più il gusto dei clienti, ora fondamentalmente tendono tutti ad affidarsi alla mia estetica: c’è maggiore fiducia in quanto l’idea delle proposte che faccio si è consolidata nel tempo.

Solitamente l’approccio del cliente è quello di propormi un’idea generale basata su colori o reference, io poi cerco di tradurre la sua idea in un modo più personale; mi piace conoscere la persona che ho davanti andando a creare qualcosa di unico e customizzato in base alle sue esigenze, motivo per cui i miei appuntamenti sono molto lunghi.

Realizzando nail art particolari ed eccentriche, la mia clientela si seleziona talvolta anche da sola: è raro mi contattino per la stesura di uno smalto classico. I clienti che decidono di venire da me, vogliono comunque qualcosa di un po’ più particolare.

Con il passare del tempo, le tue creazioni sono sempre più presenti su mani maschili. Come vedi l’evoluzione di questo trend?

Non so se ci sarà una vera e propria evoluzione del trend, in quanto il fashion è un sistema ciclico.  Quando io ero ragazzina, era in voga tra i cantanti Rock, Metal e Grunge dipingersi le unghie con lo smalto nero. Oggi questo trend è tornato ad essere di moda sotto un’altra forma di espressione.

Sono molto contenta che con il tempo si stia sdoganando il concetto di nail art sugli uomini; anche io nel mio piccolo ho sempre cercato di proporre design che fossero assolutamente gender fluid e che si potessero adattare a qualsiasi genere. Detto ciò sono sicura che sotto questo aspetto ci sarà sicuramente una continua evoluzione sull’accettazione di questo trend da parte di un pubblico sempre più ampio.

 

Qual è la nail art per cui hai avuto maggiore richiesta? E quali sono invece le tue preferite?

Senza alcun dubbio la nail art per cui ho avuto in assoluto maggiore richiesta sono le fiamme stilizzate.

Sono sempre state tra le più gettonate, ma non nascondo il fatto che dopo averle realizzate sulle mani di Chiara Ferragni e Fedez, ho avuto un boom di richieste; quello delle fiamme è un trend che adesso si sta lentamente attenuando, però diciamo che per ora è il design più richiesto.

Le mie preferite invece sono queste due:

 

Quali sono le tue ispirazioni principali?

 Le mie ispirazioni principali derivano soprattutto dal mondo della moda, dell’arte e dei tatuaggi. Il fatto di aver studiato moda influisce nel mio processo creativo, traendo dunque ispirazioni da stilisti del passato oppure da stampe di archivio.

Credo però che si possa prendere ispirazione da tutto quello che ci circonda: se vado da Ikea e trovo un cuscino che mi piace, lo fotografo e lo tengo come ispirazione per le mie nail art.

“Credo fortemente nel vero e proprio customer service, quindi spero sempre che i clienti tornino da me perché si sono trovati bene con il mio tipo di servizio”

Tra i tuoi clienti puoi vantare nomi importanti appartenenti a diversi ambiti creativi. Raccontaci come si approcciano al tuo mondo e quanto è stato importante per te il loro supporto.

 In realtà mi hanno contattato tutti come clienti regolari per fissare un normalissimo appuntamento e decidere insieme che tipo di lavoro fare. Per i personaggi di questo calibro la parte relativa all’immagine è di fondamentale importanza, quindi il fatto di avere unghie uniche nel proprio genere dona un valore aggiunto al look totale. Vengo molto rispettata per quello che faccio e i miei consigli sono sempre ben accetti. Come con il resto dei miei clienti, anche con loro cerco sempre di creare nail art personalizzate ogni volta.

Non nego ovviamente che avere nomi così influenti tra i miei clienti sia stato fondamentale soprattutto per la parte dei social, in quanto mi ha permesso di avere maggiore visibilità; detto ciò credo fortemente nel vero e proprio customer service, quindi spero sempre che i clienti tornino da me perché si sono trovati bene con il mio tipo di servizio e non solo perchè ho molto seguito su instagram.

 

Abbiamo visto che il tuo lavoro spazia dalla customizzazione per i clienti privati, sino alla realizzazione di nail art per brand, riviste e video musicali… Hai voglia di raccontarci più nello specifico quest’altra sezione del tuo lavoro?

Credo che la nail art sia sempre più richiesta sui set, infatti oltre che a lavorare con clienti privati, lavoro anche con aziende. La nail art è diventata un modo per completare il make up.

Questa parte del mio lavoro consiste, come per i make up artist e gli stylist, nel collaborare con art director che inviano solitamente un moodboard di referenza per l’editoriale o per gli scatti; da li parte la mia proposta con dei bozzetti di idee per passare poi alla creazione di tips che sono delle press on (unghie finte) che poi si applicano direttamente sul set, per velocizzare il lavoro.

 

Se potessi scegliere due personaggi, uno del presente e uno del passato, ai quali realizzare una tua nail art, chi sarebbero?

Per quanto riguarda un personaggio del passato direi assolutamente David Bowie, perché credo che si sarebbe sicuramente prestato a farsi realizzare un design veramente originale ed unico, mentre per quanto riguarda un artista del presente direi Asap Rocky, senza dubbio un precursore di questo trend nell’universo maschile. Dobbiamo sicuramente a lui il ritorno di questo trend grazie alle nail art che sfoggiava durante le varie fashion week. Mi piacerebbe dunque, prima o poi, realizzare qualcosa per lui.

 

Lavorativamente parlando, qual è la tua ambizione più grande?

Penso di far parte di una delle generazioni che deve reinventarsi costantemente; mi ritengo già fortunata ad aver intrapreso una carriera come libera professionista e penso che l’ambizione principale sia quella di riuscire a trovare un equilibrio tra lavoro e vita privata riuscendo ad avere la libertà di poter decidere del mio tempo. Ciò mi darebbe la possibilità di dedicarmi anche ad altre mie passioni come viaggiare, continuare ad informarmi, fare ricerca e trarre ispirazione da più fonti. Il mio obbiettivo principale è quello di non fermarmi mai, e di non “adagiarmi sugli allori”  – come direbbe mia mamma – .

L’ambizione più grande è dunque quella di continuare a reinventarsi e stare bene, riuscendo a raggiungere una stabilità economica tale da poter non avere preoccupazioni.

 

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Intervista a Eleonora Carisi: una delle personalità italiane più influenti nel panorama del fashion https://www.waitfashion.com/intervista-eleonora-carisi-delle-personalita-italiane-piu-influenti-nel-panorama-del-fashion/ https://www.waitfashion.com/intervista-eleonora-carisi-delle-personalita-italiane-piu-influenti-nel-panorama-del-fashion/#respond Tue, 17 Nov 2020 10:55:15 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=93077 Eleonora Carisi è uno dei nomi più interessanti del fashion system. Il suo successo inizia nel 2010, quando cavalca l’onda del blogging creando Jou Jou Villeroy: da subito, diventa un’icona di stile, una figura di riferimento, che l’ha resa in breve […]

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Eleonora Carisi è uno dei nomi più interessanti del fashion system.

Il suo successo inizia nel 2010, quando cavalca l’onda del blogging creando Jou Jou Villeroy: da subito, diventa un’icona di stile, una figura di riferimento, che l’ha resa in breve tempo una delle fashion blogger più influenti d’Italia. La sua notorietà, entusiasmo, e spiccato senso della moda, l’hanno portata a collaborare con importanti brand di moda e magazine di lifestyle, fino ad arrivare a oggi: imprenditrice di successo che crea contenuti online per brand e aziende attraverso la sua agenzia, Grumble.

Eleonora è una donna che si è costruita da sola la sua carriera, con tanta determinazione ed uno spiccato intuito che l’ha sempre portata ad essere un passo avanti rispetto alle tendenze, sia nel campo della moda che della comunicazione.
Ciò che ci continua ad affascinare, e ci tiene incollati al suo profilo Instagram, è il suo impeccabile gusto e la sua estetica lineare e pulita, che si riflettono in ogni scatto e progetto che vedono il suo nome. Eleonora ci parla della suo lavoro e del futuro della comunicazione di moda, in un’esclusiva intervista con Wait! Fashion.

Ciao Eleonora, grazie per la disponibilità. Parlaci dei tuoi inizi, cosa ti ha portata a creare il tuo blog Jou Jou Villeroy? 

JouJouVilleroy nasce come una personale esigenza quando ho aperto la realtà di YouYouShop, concept store nel centro di Torino nel 2006. L’ esigenza di avere una piattaforma oltre a MySpace dove potevo raccontare le novità del negozio, i designer emergenti e i loro nuovi progetti. Erano gli albori dei blog in Italia e pensai fosse la piattaforma più idonea alla sponsorizzazione dei prodotti e che incontrava la mia necessità di mettere insieme testi lunghi e più fotografie. 

 

Il tuo blog ti ha dato un’incredibile visibilità, in che modo la tua prospettiva lavorativa è cambiata negli anni?

Il blog mi diede molta visibilità ai tempi anche se già arrivavo da un buon numero di follower su Myspace dove ero la ragazza con la parrucca rosa. Strutturandomi – anche se nel mio piccolo – con il blog sono riuscita ad aprire un ponte tra la mia piccola realtà Torinese di negoziante e tra una realtà più internazionale come quella di Milano. La prospettiva è cambiata solo nel momento in cui mi chiamarono da Grazia Magazine per scrivere articoli di moda come freelance. Da quel momento si sono aperte molte prospettive principalmente per la mia persona e meno per il mio concept store, che poi ho chiuso 6 anni fa circa. 

 

È corretto definirti influencer? Come ti definiresti?

E’ corretto, perchè sono una persona influente nel mercato della moda e del lifestyle, che attraverso consigli, stile di vita e progetti visivi contribuisce alla crescita di un dato mercato d’ interesse. E’ corretto anche dire che oggi sono una Creative Director, nel vero senso della parola e non buttata a caso (ci tengo molto a non essere fuori luogo). Ho un’ agenzia da 4 anni che si occupa di comunicazione, strategie digitali e nello specifico sono la direttrice creativa dei progetti in cui sono coinvolta: dai set fotografici alle campagne stampa, fino ai progetti di creazione brand. 

Da qualche anno hai fondato Grumble Creative, di cosa vi occupate?

Ups, ti avevo un pò già risposto prima. Grumble Creative, che ha appunto 4 anni, è un’ agenzia di comunicazione che è nata con il desiderio di mettere conoscenza nei progetti digitali che stavano prendendo sempre più piede all’ interno delle aziende, ma con un approccio troppo famigliare e superficiale. Oggi Grumble oltre alla gestione totale di realtà come Il Mandarin Oriental a Milano (di cui curiamo immagine, produzioni, campagne, idee varie) si occupa di altre realtà o si è occupata di altre realtà sia per produzioni foto/video a breve termine come Chanel per il progetto lancio Gabrielle Bag, YSL Beauty con Benedetta Porcaroli, Fay Brand, Blumarine fino a realtà più a lungo termine come appunto MO_Milan passando per Ontherapy (prodotti oncologici che aiutano le persone in terapia a superare la difficile quotidianeità) per finire a gestire una nuova fetta di mercato che abbiamo già sviluppato nella creazione di 3 brand beauty per alcuni nuovi clienti.  

 

Parlaci del tuo secondo profilo Instagram, @specchi_amoci. A cosa è dovuta la scelta di aprire un nuovo profilo?

Specchiamoci che in realtà sarà il mio decimo profilo haha perchè ne ho uno prettamente privatissimo nascostissimo di cui vado molto fiera, poi ho @emotivamentescossa mia progetto editoriale futuro ma che ha già visto luce per alcuni con l‘ #emotivamentescossa, poi la gestione di Grumblecreative e Grumblemanagement, è perciò il mio sesto profilo! Non mi basta un telefono mi sa. 

Specchiamoci è nato perchè come tutti faccio molte foto davanti allo specchio, ma le posto di rado perchè sul mio profilo ho un’ estetica che non lascia molto spazio a foto più easy-to-go. Allora mi sono detta perchè non accontentare un pochino i miei followers, a cui piacciono le mie foto appena sveglia, i miei look meno impostati e non apro un Instagram con tutte queste foto? L’ ho chiamato @specchi_amoci pensando poi al concetto di amarsi anche davanti allo specchio, dell’ amor proprio insieme all’ # sentirsi belle è un obbligo. 

In alcune interviste hai affermato che “il blogging è finito”. Qual’è secondo te il lavoro del futuro? 

Il concetto primordiale di blogging è finito perchè la gente non solo non ha (meglio aveva visto il periodo che stiamo affrontando) più tempo per leggere, ma oramai ha una forma mentis legata al primo vero e proprio social network che è Instagram: tutto veloce, scorri con il pollice all’ infinito e non leggi quasi mai cosa c’è nella didascalia. Ora poi con l’ avvento delle Stories, dei Reels e prossimamente delle Pin Stories anche su Pinterest chi leggerà più i blog di moda o di consigli? Il lavoro del futuro è il ritorno alle origini, il ritorno a fare lavori che possano aiutare davvero le persone in momenti di difficoltà come quello che stiamo vivendo tutti in prima persona. Penso a cosa è successo a Bali: i ragazzi giovani che oramai avevano aperto bar, locali, negozietti alla moda per occidentali sono tornati nei loro villaggi per imparare l’ arte indonesiana che era sparita a discapito del nuovo commercio del turismo occidentalizzato. 

 

Secondo te, in futuro, la moda sarà sempre più influenzata dai social? O manterrà una propria indipendenza creativa?

Indipendenza creativa non ce n’è più a mio avviso nella moda. Tutto è già visto, rivisto e ancora rivisto e  nemmeno più rivisitato. Ora si copia tutto spudoratamente tra brand, tra gli amici dello stesso giro che fanno le stesse cose. Non c’è una vera indipendenza creativa. Forse se parliamo di brand come Issey Miyake possiamo utilizzare il termine. La moda comunque è influenzata dai social, basta vedere le pubblicità in televisione che sono dei veri e propri trend di TikTok con influencer di TikTok. 

 

Come pensi si evolverà il mondo del social della moda da qui a 10 anni? Quali pensi che saranno i trend e le modalità che si affermeranno?

Se tornassimo alla normalità penso che ci sarebbe una forte accelerazione, una comunicazione sempre più immediata, una digitalizzazione all’ avanguardia e destinata ad un’ approccio video oriented che tenga l’ utente sempre più incollato al proprio telefono. 

In che modo è cambiata la tua visione lavorativa con l’attuale pandemia? 

La mia visione lavorativa  è cambiata totalmente: i clienti sono minori, i progetti scarseggiano. Si dividono le briciole tra agenzie a discapito del bellissimo e duro lavoro fatto fino a Febbraio scorso. Sono demoralizzata, a tratti triste ma vado avanti considerando che al momento sono fortunata che io e la mia famiglia stiamo bene e in salute. 

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Vorrei poter mettere insieme delle idee di progetti futuri, ma in questo momento è difficile vivere i propri obbiettivi che si sono sgretolati negli ultimi 9 mesi. Vivo più la giornata, quello che posso fare per arricchire il mio quotidiano. Quando vedrò uno spiraglio e ritornerò ai miei vecchi progetti sarò felice di potertene parlare.

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Intervista ad Andrea Coli, Founder e Direttore Creativo di Benevierre https://www.waitfashion.com/interview-with-andrea-coli-founder-and-creative-director-of-benevierre/ https://www.waitfashion.com/interview-with-andrea-coli-founder-and-creative-director-of-benevierre/#respond Thu, 12 Nov 2020 17:02:52 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=92541 Andrea Coli, Founder e Direttore creativo di Benevierre Andrea Coli è il designer di Benevierre, brand che unisce la sartorialità alle grafiche dal gusto pop. I suoi prodotti, indossati da personaggi del jet set italiano quali: Morgan, Luchè, Tommaso Zorzi […]

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Andrea Coli, Founder e Direttore creativo di Benevierre

Andrea Coli è il designer di Benevierre, brand che unisce la sartorialità alle grafiche dal gusto pop. I suoi prodotti, indossati da personaggi del jet set italiano quali: Morgan, Luchè, Tommaso Zorzi e Boss Doms, sono in grado di rappresentare personalità e stili che si trovano agli antipodi.

 

Ciao Andrea, benvenuto su Wait! Puoi raccontarmi un po’ del tuo background?

La mia passione per l’abbigliamento molto probabilmente deriva da mio padre. Ho sempre avuto le mie idee sulla moda e non riuscendo a trovare capi che soddisfacessero i miei gusti, a 16 anni circa ho iniziato con il comprare tessuti per farmi realizzare camicie, pantaloni, maglioni e tanto altro da alcune sarte. Contemporaneamente il sabato sera, all’interno di un paio di locali, pitturavo a mano con vernici acriliche t-shirts, disegnando su richiesta della “clientela”.

Ho sempre disegnato capi per poi farmeli realizzare fino a 23 anni circa, quando prossimo a laurearmi in lingue, ho chiesto ad un sarto se mi potesse aiutare ad imparare a cucire a mano ed a macchina. Ho passato circa 6 mesi nel suo atelier a ricamare asole a mano, puntare la fodera interna di cappotti e cucire bottoni.

Una volta laureato, ho deciso di proseguire con la mia passione ed ho creato Benevierre, la mia linea di abbigliamento.

 

Hai detto che la passione per l’abbigliamento deriva da tuo padre. Credi che la sua influenza si rifletta ancora nelle tue creazioni?

No, abbiamo gusti abbastanza diversi. La sua è sempre stata un’ “influenza” passiva, ma positiva. Nell’abbigliamento come nella vita in generale.

 

Qual è l’ispirazione principale nel tuo processo creativo?

Sinceramente credo di non avere una fonte di ispirazione principale, mi baso sulla mia vita. Mi appunto a mano pensieri e riflessioni su un quaderno che porto sempre con me. Scatto circa dieci fotografie al giorno a qualsiasi cosa possa farmi pensare ad un capo, una qualsiasi fonte di ispirazione, che poi salvo in un album sul telefono. Mi piace tanto l’arte e la storia, soprattutto il ‘900. L’unione di tutto questo crea le mie collezioni.

“Mi piace pensare e dire che la collezione più bella sarà sempre quella della stagione che verrà. Ad ogni modo tutte mi hanno fatto piangere e gioire”

 

Concentriamoci su Benevierre, hai voglia di parlare dell’origine del nome e di come il brand ha mosso i primi passi nel mercato?

 Il nome Benevierre è frutto di un viaggio di ritorno in autostrada, Milano-Pesaro. Volevo trovare un nome che potesse essere elegante e allo stesso tempo sofisticato nella pronuncia. Sono partito da Milano ed all’altezza di Forlì circa, mi segnai il nome “Benevierre” su di un post-it.

Durante il lancio della prima collezione arrivai in ritardo con i tempi. Sbagliarono a stamparmi una delle trame della prototipia, sbagliarono un leopardato che invece di essere stampato all over era discontinuo. Persi un mese di campagna vendita, ma ottenni comunque un buon risultato. Le prime regioni in cui ho venduto Benevierre sono state l’Emilia-Romagna e la Campania.

 

Abbiamo visto che hai realizzato tre collezioni: zelotipia, galatia e macedonia… Sono legate da un Fil-Rouge? Quale di queste ti ha dato maggiore soddisfazione?

Spero e penso di aver trasmesso lo stesso pensiero nelle tre collezioni, per me è importante che ogni collezione sia riconducibile ed abbia un filo conduttore con la precedente e la successiva. Quindi si, tutte le collezioni sono tra loro collegate. Mi piace pensare e dire che la collezione più bella sarà sempre quella della stagione che verrà. Ad ogni modo tutte mi hanno fatto piangere e gioire per motivazioni diverse, ma tutte mi hanno regalato le soddisfazioni necessarie per andare avanti e disegnare ancora.

 

Voglio farti qualche domanda più specifica partendo da uno dei miei pezzi preferiti, la “multihearts shirt”. Sono curiosa di conoscere le caratteristiche tecniche del capo, come e dove viene realizzato!

La camicia “heart” rappresenta per me la realtà, la vita. Camicia bicolore, nera e rossa con cuori interi e cuori spezzati. Apparentemente semplice poiché caratterizzata da due elementi: due cuori. Rappresenta la ciclicità dell’amore, degli stati d’animo… La ciclicità umana. Semplice ma allo stesso tempo profonda.

Tutti i capi Benevierre vengono realizzati in Italia da laboratori artigiani. Anche sotto questo aspetto cerco sempre di dare continuità al mio percorso, continuando il procedimento di realizzazione manuale dei capi con cura ed attenzione maniacale tipica di ogni artigiano come me, dal taglio del tessuto allo stirare ed imbustare ogni camicia.

Multihearts Shirt

 

Secondo te l’artigianalità può contribuire ad un fashion system sostenibile?

Assolutamente si. Penso che artigianato sia sinonimo di cura, attenzione e conoscenza.

Dovrebbe essere alla base di ogni azienda, alla base di ogni persona. Tutti dovremmo essere artigiani, nei rapporti umani, nel lavoro e in generale nella vita. Toccare con mano, approfondire e rispettare nella più ampia accezione che la parola possa avere.

 

Per l’ultima domanda guardiamo al futuro! Quali sono i prossimi progetti in vista per Benevierre?

 A gennaio uscirà “Narciso”, la quarta collezione. Ci saranno delle novità in termini di capi, materiali e forme. Non ringrazio mai abbastanza tutte le persone che lavorano con me in questo progetto tutti i giorni, in orari folli e senza giorni di riposo.

Spesso si guarda sempre lontano, si guarda anche giustamente al futuro, quasi sottovalutando quel che si è costruito passo dopo passo. Sono il primo a fare ciò, inevitabilmente, ma ringrazio e sono ben consapevole di quello che abbiamo costruito fin ora. Stiamo valutando diverse opzioni in diversi ambiti: da collaborazioni a nuovi mercati. I prossimi mesi saranno intensi, come sempre fortunatamente, ma potrebbero portare ad ulteriori e belle novità.

 

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Sito Web: www.benevierre.it

Instagram: @benevierre

Facebook: Benevierre

 

 

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Intervista a Nima Benati: la fotografa under 30 che ci fa sognare attraverso i suoi scatti https://www.waitfashion.com/intervista-nima-benati-la-fotografa-under-30-ci-sognare-suoi-scatti/ https://www.waitfashion.com/intervista-nima-benati-la-fotografa-under-30-ci-sognare-suoi-scatti/#respond Thu, 12 Nov 2020 11:38:28 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=92538 Nima Benati si racconta a Wait! Fashion. Nima Benati, classe 1992, è una fotografa italiana che si è fatta strada nel mondo della fotografia di moda da giovanissima, fino ad arrivare a scattare le campagne pubblicitarie dei più importanti brand […]

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Nima Benati si racconta a Wait! Fashion.

Nima Benati

Nima Benati, classe 1992, è una fotografa italiana che si è fatta strada nel mondo della fotografia di moda da giovanissima, fino ad arrivare a scattare le campagne pubblicitarie dei più importanti brand nel panorama del fashion. Le sue immagini, sempre studiate nel minimo dettaglio e mai banali, l’hanno portata a vincere l’ Emerging Talent Fashion Award nel 2017, ed una nomina su Forbes 30 Under 30 nel 2019. 

La sua estetica fortemente riconoscibile è ciò che la distingue e che l’ha portata ad essere artefice di alcuni degli scatti che ogni giorno vediamo su riviste, social e cartelloni pubblicitari: quelle fotografie che ci incantano e ci fanno sognare per la loro cura e singolarità.

Fonte di ispirazione per i Millennials, Nima è ciò che si può definire un modello di successo da seguire: è la storia di una ragazza che è riuscita a trasformare la sua passione in professione, grazie alla dedizione e alla sua immancabile voglia di fare. Quando si guardano i suoi profili social, quasi non si riesce a distinguere le sue foto personali da quelle del suo lavoro; ciò delinea l’importanza che ha la personalità di Nima all’interno dei suoi scatti: la cura e l’estetica ben precisa è sicuramente ciò che ha incantato i suoi 700k followers.

Stiamo parlando di una delle personalità più influenti del panorama italiano, la cui forza è mostrare la propria fragilità, in un’epoca in cui, raccontarsi senza filtri, è la cosa più coraggiosa che si possa fare. Per questo, noi di Wait! Fashion, abbiamo intervistato questa donna forte e di successo, che non ha paura di mostrare chi è veramente.

Sara Giunti FW 19-20 by Nima Benati

Ciao Nima, innanzitutto grazie per la disponibilità. Partiamo dai tuoi inizi, cosa ti ha portata ad avvicinarti alla fotografia così giovane?

Mi sono innamorata della fotografia a 11 anni, aprendo un giornale di moda mentre aspettavo mia madre in un negozio. Su quel giornale trovai una campagna di Gucci by Tom Ford che  catturó completamente la mia attenzione: non avevo idea di cosa fosse, non capivo cosa rappresentasse. Non avevo mai visto nulla del genere, ma tornai in quel negozio ogni giorno per una settimana per poter riguardare quell’immagine.
Non saprei dire quando ho capito che sarebbe stato il mio futuro, ma considerato che ho rischiato tutto facendo un mutuo per il mio primo studio appena compiuti 18 anni, direi che ero piuttosto convinta già allora!

 

In che modo sei riuscita a far diventare la tua passione una professione? Quali ostacoli hai incontrato?

Ho iniziato fotografando la mia compagna di banco in prima superiore, sperimentavo su di lei!
Un giorno mi convinse ad iscrivermi a Facebook, appena sbarcato in Italia, e creai un album pubblico intitolato “le mie foto”.
Fin dal primo giorno iniziai a ricevere richieste per scattare foto simili a tantissime ragazze, che arrivavano anche da altre città. A 18 anni avevo già scattato più di 200 persone e messo abbastanza da parte per comprare un piccolissimo studio in periferia.

Dolce & Gabbana by Nima Benati

Pensi che i social ti abbiano aiutata a lanciare la tua carriera? Ti piace essere definita una influencer?

Sarò banale o deludente ma non ho mai scritto/postato qualcosa con lo scopo di ‘diventare famosa’ (in tanti mi scrivono chiedendo come fare ad aumentare i propri followers) ma semplicemente perché ho sempre avuto questa passione per condividere qualsiasi cosa mi succeda. Sono una persona estremamente insicura, timida e spaventata dal mondo, ma invece di rispondere a questo ‘malessere’ chiudendomi in me stessa ho questa stranissima reazione di aprirmi giocando con me stessa apparendo audace ed esibizionista!

 

Chi sono i tuoi fotografi di riferimento?

Da più piccola veneravo Mert&Marcus e Testino, crescendo mi sono appassionata di più a Roversi e Tim Walker, ma il grande amore rimane Meisel!

Dolce & Gabbana by Nima Benati

Nel tuo portfolio clienti vanti alcuni dei nomi più importanti nel panorama del fashion. C’è un brand che ancora sogni di poter scattare?

Mi piacerebbe molto lavorare con Versace, mi sento in linea con il brand sia dal punto di vista fotografico sia come donna: indipendente, forte, senza paura di esprimere la propria sensualità.
Come musa, non ne ho una in particolare ma le modelle sono sempre la mia ispirazione numero uno. Mi piace la bellezza non scontata, quando un tratto prevale sugli altri riuscendo però a non togliere equilibrio dal viso. Tra le top model che ho sempre sognato di scattare ci sono Lindsey Wixson e Daphne Groeneveld!

 

Qual’è invece la campagna pubblicitaria della quale sei più soddisfatta?

E’ troppo prematuro poterlo dire con sicurezza, ma credo che la mia campagna ‘Like in a Rubens painting’ per Dolce & Gabbana sia sicuramente stata una svolta nella mia carriera: i risultati del successo di quelle immagini molto apprezzate da un vasto pubblico, stavano arrivando. Ma a fine febbraio con l’avvento della pandemia dettata dal Codiv-19, si sono bloccate tutte le proposte artistiche e lavorative che stavo sviluppando.

“Like in a Rubens painting” by Nima Benati

Recentemente hai realizzato la cover di Vanity Fair. Preferisci scattare editoriali o campagne pubblicitarie? In quale dei due casi ti senti più libera di esprimerti?

Sicuramente il mio obiettivo primario è quello di riuscire a distaccarmi dall’ immagine commerciale, rinunciare ad alcuni money jobs per dedicare del tempo a progetti personali che esplorino ciò che davvero vorrei comunicare.
Riuscire a catturare una bellezza più misteriosa, regalare una lettura più complessa allo spettatore.

Vanity Fair cover Cristina D’Avena by Nima Benati

Alcuni ti criticano per il tuo stile “troppo patinato”. Tu come lo definiresti?

Credo che le mie foto abbiano un filo conduttore perché essendo seguite  in prima persona dallo scatto alla postproduzione, inevitabilmente hanno la stessa anima e una sorta di ripetizione.
È una cosa che in realtà vorrei superare, mi piacerebbe stupire con qualcosa di davvero diverso, ma trovo molto difficile ‘uscire da me stessa’ , ho delle barriere e dei limiti che cerco di abbattere ma mi ritrovo spesso a tornare sempre dove mi sento al sicuro.
Sono cresciuta studiando con grande passione storia dell’arte e mi ritrovavo sempre a soffermarmi con più intensità sulle opere neoclassiche, romantiche e decadenti: non cerco di riportare nulla di ciò che ho studiato nei miei scatti, è semplicemente parte di me, il mio gusto estetico, il mio carattere.

 

Che consiglio daresti ai ragazzi che al giorno d’oggi vogliono approcciarsi alla fotografia?

Di non aspettarti di ottenere al primo scatto la copertina di Vogue ma di accettare i propri limiti e cercare di migliorarsi scatto dopo scatto con grandissima pazienza e dedizione.

YSL Parfume by Nima Benati

 

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Intervista ad Angelica Oprandi, co-fondatrice del brand di maglieria Made in Italy Mirella De Mori https://www.waitfashion.com/intervista-ad-angelica-oprandi-co-fondatrice-del-brand-maglieria-made-italy-mirella-de-mori/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-angelica-oprandi-co-fondatrice-del-brand-maglieria-made-italy-mirella-de-mori/#respond Mon, 09 Nov 2020 14:42:10 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=92166 Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Angelica Oprandi, una delle due fondatrici di un brand di maglieria Made in Italy, Mirella De Mori. “Ciao Angelica, grazie per aver accettato il nostro invito. Ci racconti un po’ di te e del brand […]

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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Angelica Oprandi, una delle due fondatrici di un brand di maglieria Made in Italy, Mirella De Mori.

“Ciao Angelica, grazie per aver accettato il nostro invito. Ci racconti un po’ di te e del brand Mirella De Mori?”

“Ciao Benedetta, grazie a te per l’invito, è un piacere! Io e mia sorella, Sabrina, abbiamo fondato Mirella De Mori nel 2018. Mirella De Mori è un brand di maglieria total-look, principalmente in cashmere e filati naturali. La nostra famiglia ha un maglificio da circa sessant’anni anni gestito prima da mia nonna, Giuseppina De Mori ed ora da mia mamma, Mirella, da qui il nome del brand.”

 

“Quali sono le caratteristiche principali e i punti di forza dei vostri prodotti?”

“La produzione avviene totalmente all’interno del nostro maglificio in provincia di Bergamo; il Made in Italy, l’esperienza e la cura del dettaglio é ciò che sicuramente contraddistingue il nostro prodotto. A questo si aggiunge uno studio di un design innovativo di volumi, colori e texture.”

 

 

“Qual’è il capo iconico del brand?”

“Più che un vero e proprio capo iconico abbiamo dei look timeless e bestseller che riproponiamo ogni anno con alcune variazioni. Per esempio la gonna in plissé in lana merinos, oppure la tuta in cashmere composta da pantalone e felpa con cappuccio o in alternativa la versione della maglia con le doppie maniche in vita.”

 

“Il marchio Mirella De Mori viene portato avanti da te e da tua sorella, come gestite il vostro lavoro?”

“Sabrina è architetto, mentre io ho studiato fashion business. Abbiamo due caratteri opposti ma per questo ci completiamo abbastanza. La maggior parte del lavoro lo facciamo in team, comunque di base lei si occupa della parte di immagine, mentre io di quella commerciale.”

 

 

“Quali sono i progetti futuri? Come affronterete l’incertezza dei prossimi mesi?”

“Da marzo ad oggi il mondo é veramente cambiato. Sicuramente stiamo puntando sull’online, al momento stiamo lavorando al progetto di creare un nuovo show-room digitale, essendo che ora come ora non tutti i clienti sono disposti a venire nel nostro show-room a Milano per acquistare la collezione oppure non possono a causa della restrizioni Covid. Nonostante tutto penso che nel mondo del lavoro di oggi non é possibile temporeggiare o fare scelte a metà aspettando un cambiamento, bisogna essere flessibili e prendere le decisioni con positività e coraggio.”

 

“Se potessi scegliere un brand con il quale collaborare, quale sceglieresti?”

“Se dovessi pensare a una collaborazione per MDeM mi piacerebbe farla con un brand di sportwear.”

 

 

“Cosa consiglieresti ad un giovane imprenditore che muove i primi passi nel mondo della moda?”

“Essendo anche io una giovane imprenditrice accetto volentieri consigli! Comunque suggerisco di iniziare, perché se si crede in qualcosa bisogna farlo, senza aspettare che tutto sia perfetto. Io penso che per chi è bravo, ambizioso e mette amore e passione in quello che fa ci sia sempre una strada per fare quello in cui crede.”

 

 

Leggi anche “da maxi a mini: l’iconico baule di Louis Vuitton diventa Airpods case”

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Intervista a Pietro Migliucci, fondatore del brand sostenibile 10 05 https://www.waitfashion.com/intervista-pietro-migliucci-fondatore-del-brand-sostenibile-10-05/ https://www.waitfashion.com/intervista-pietro-migliucci-fondatore-del-brand-sostenibile-10-05/#respond Wed, 21 Oct 2020 12:08:55 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=90897 Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Pietro Migliucci, designer di origini campane che ha lanciato nel 2019 un brand sostenibile, Modus Vivendi, ad oggi ribattezzato 10 05.     “Ciao Pietro, grazie per aver accettato il nostro invito. Com’è iniziato il tuo […]

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Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Pietro Migliucci, designer di origini campane che ha lanciato nel 2019 un brand sostenibile, Modus Vivendi, ad oggi ribattezzato 10 05.

 

 

“Ciao Pietro, grazie per aver accettato il nostro invito. Com’è iniziato il tuo percorso nella moda? Da dove nasce Modus Vivendi?”

“Il mio percorso nella moda nasce per caso. Decisi di iscrivermi all’Accademia di belle arti di Napoli e poi ho ritrovato lì la mia strada, il mio percorso che mi ha portato ovunque in giro per il mondo. Ho infatti studiato, grazie al mio percorso ERASMUS, a Riga, Lettonia, presso l’Accademia di belle arti, e in Belgio, a Bruxelles. Dal 2019 ho deciso di curare ogni aspetto del brand MODUS VIVENDI, ad oggi 10 05_diecizerocinque.

Un “modo di vivere” è questo il concetto alla base della mia idea di moda. MODUS VIVENDI, che semplificato e puntato diventa MV, che in numeri rimani corrisponde all’anno 1005, dal quale DIECIZEROCINQUE.

La bellezza è nel nostro #MODUSVIVENDI, come un accordo provvisorio tra due parti: essenza e apparenza, basato su mutue concessioni in una tacita comprensione tra di loro, al fine di mantenere le prestazioni di normali relazioni quotidiane. Nel nostro #MODUSVIVENDI la bellezza non ha limiti dettati dall’estetica standardizzata. La bellezza non ha età, confini, luoghi comuni. La bellezza è l’essenza della vita. Vogliamo che tutti si sentano belli, senza pregiudizi o giudizio degli altri, la bellezza si trova nei modi di fare e di essere. La bellezza è invisibile agli occhi.

Il nostro logo 10 05 prende vita dai numeri romani M V.”

 

 

“Quali sono gli elementi caratteristici dei tuoi capi? Come definiresti il tuo stile?”

“10 05 si impegna ad essere un brand eco, green e soprattutto sostenibile. Ogni capsule collection è pensata in modo completamente ecosostenibile: vengono utilizzati materiali tessili riciclati, tessuti rinnovati, vecchi capi in disuso, abiti vintage destrutturati e rigenerati, materiali di scarto da rifiuti plastici materiali, patchwork di tessuti con abiti vintage, materiali da costruzione. Con un formula ” 0 inquinamento “, ogni tipo di rifiuto tessile e plastico viene utilizzato come imbottitura per bomber, giacche e accessori. Un modo per preservare la nostra amata terra, madre di tutte le bellezze. Lo stile di 10 05 è un ricercato street_wear in versione cargo con accenni e cura dei dettagli degno di un haute couture.”

 

“La nuova collezione è stata presentata attraverso una vera e propria performance e lancia dei messaggi molto importanti, ti va di parlarcene?”

“10 05 ha esordito a Roma, in una delle settimane della moda romana più attese di sempre, durante l’evento di AltaRoma, con la capsule collection “PLEASE FEED FAT PEOPLE”. Ho preferito far indossare la collezione a persone della quotidianità, non solo classici modelli. Infatti hanno sfilato due amiche oversize, un signore ottantenne del mio paese, due sorelle albine, un ragazzo con le protesi. Persone del tutto lontane al mondo della moda in un’unica passerella. Senza creare gruppi, cerchi o eventi dedicati. Tutti insieme, cosa che dovrebbe essere normalissima. Invece oggi si lavora su un’inclusività che tende ad escludere, come eventi dedicati ad oversizer, negozi per taglie forti, eventi di moda inclusivi che mettono alla porta ragazze affette da nanismo per immagine. Questa non è inclusione ma è prendere in giro se stessi e gli altri facendo finta di fare del bene dei confronti della società e della comunità.

La seconda tappa è stata Milano, in Piazza Duomo, il 19 febbraio 2020. Dove abbiamo presentato il nostro MANIFESTO ALLA BELLEZZA. La bellezza quotidiana, vera, semplice, è scesa finalmente in strada grazie al movimento “modus vivendi”. La manifestazione si é tenuta a Milano lo scorso 19 febbraio. La capitale della moda italiana è stata letteralmente invasa da ‘umani’ portatori di messaggi, persone normali provenienti da diverse parti del mondo, e senza distinzione di età, colore o status sociale, che muovendosi da punti diversi della città, hanno raggiunto tramite mezzi pubblici, privati o a piedi il Duomo, davanti al quale sono rimasti per 15 minuti immobili mostrando dei cartelli con dei messaggi importanti: “fashion has no size”, “fashion has no limits”, “beauty has no limits”, “in the name of freedom”, “my body is my freedom”e tantissimi altri messaggi.

 

 

Così la moda è stata fruita da tutti, abbandonando l’extra lusso e le varie gerarchie sociali.

La performance è iniziata distribuendo il ‘Manifesto alla bellezza’ per le strade della città unendoci e infiltrandoci tra la folla fino ad arrivare al Duomo, davanti all’imponente facciata gotica. Tutti i corpi, messi in fila in maniera del tutto casuale hanno atteso il LA del direttore musicale e sperimentatore Venovan il quale con un tocco di bacchetta ha diretto concettualmente il noto brano ‘Bella Ciao’.

Ogni umano ha alzato il manifesto di protesta che aveva tra le mani e come per magia ogni corpo è diventato scultura sonora per ‘15 minuti ricalcando e riproducendo, in maniera contemporanea, le guglie e la mitica facciata in marmo bianco del Duomo.

Ogni corpo emanava vibrazioni quindi suono, vibrazioni che sono frutto del contesto in cui il corpo è messo o non messo, a disagio o a proprio agio, nella città, un pò come Benjamin ha definito lo “hic et nunc”. Ogni sguardo o emozione emanata da un passante viene percepita e ritrasmessa in vibrazione dai corpi.

Dopo 15 minuti, stravolgendo i canoni dell’alta moda e del lusso della fashion week, gli “umani”sono spariti tra le viscere della città tra mezzi pubblici e stradine, per ridare aria e rigore alla storica cornice di Piazza Duomo lasciando così il fruitore incredulo dell’accaduto, con una sola testimonianza: il manifesto alla bellezza scritto appositamente per l’evento.

Come cita il manifesto: la bellezza è nel nostro modus vivendi.
E credo che questi punti siano fondamentali per il nostro Manifesto.

– La bellezza non ha limiti dettati da canoni estetici. La bellezza non ha età, nè confini, nè luoghi comuni. La bellezza è l’essenza della vita.

-Vogliamo che tutti possano sentirsi belli, senza pregiudizio o giudizio altrui, la bellezza la si trova nei modi di fare, di essere. La bellezza è invisibile agli occhi.

-Vogliamo eliminare le differenze di genere. All’unisono, senza età, razza, religione, appartenenza sociale, forma o diversità. Tutti devono essere liberi di esprimersi attraverso il proprio corpo.

-Crediamo che per sentirsi bene bisogna amarsi e non aver paura di mostrare quello che siamo, indipendentemente dal sesso, dal colore della pelle, e dalla religione che professiamo.

– Non vogliamo categorie, gruppi o appartenenza; la moda deve essere espressione della società quotidiana, specchio della vita reale non una mera distopica utopia.

– Non vogliamo caste, antiche nicchie e indistruttibili cerchie, la moda, come l’arte, deve essere fruibile a tutti e che sia tradizionalmente innovativa, all’avanguardia su aspetto tecnico e ambientale e soprattutto che sia sostenibile.”

 

 

 

“La sostenibilità è uno dei punti chiave del tuo brand. Cosa significa per un brand essere sostenibile e quanto è difficile mantenere gli standard?”

“Il processo creativo ecosostenibile è da sempre parte fondamentale. Credo che la creatività faccia parte del DNA. Per alcuni è un dono, una dote innata. Non puoi farne a meno neanche quando prepari un semplice piatto di pasta. Averla abbinata alla visione green è stato il connubio perfetto. Per il discorso eco devo dire che è da sempre che evito sprechi, limito l’uso della plastica o di sostanze chimiche nocive. Faccio di tutto per limitare errori verso l’ambiente. Ma questo già nella vita privata, e molto prima che nascesse 10 05. Quindi non avrei potuto fare altrimenti anche con il mio brand. Non è semplicissimo mettere su un brand ecosostenibile, ci sono tantissime cose da tenere in considerazione. Dalla produzione, al lavaggio, alla manutenzione, passando per i canali di distribuzione, social, pubbliche relazioni. Tutto ha un impatto sull’ambiente, anche alcune cose che diamo per scontato; però allo stesso tempo più la sfida è complicata più il risultato sarà desiderato e dovrebbe essere questo il punto chiave di ogni lavoro o progetto.”

 

“Cosa pensi del periodo che stiamo vivendo adesso dal punto di vista della moda? In che direzione si dovrebbe andare e in cosa si dovrebbe cambiare?”

“L’unica cosa che andrebbe cambiata credo sia la sovrapproduzione. “More quality less quantity”, il motto che da sempre contraddistingue 10 05. Curare il capo al dettaglio, nei minimi particolari. Il mondo ci impone quasi di essere avanzati con la tecnologia: per questo motivo stiamo lavorando insieme al sito internet ed e-commerce ad una piattaforma dalla quale accedere e personalizzare i prodotti. Inserendo taglie, misure, tessuti (naturalmente in questo caso dipenderà dalla disponibilità dei tessuti del momento ma puntiamo su manipolazioni di tessuti, patchwork, tecniche di rivisitazione), zip, tagli e ogni particolare che si vuole aggiungere. In modo da evitare la sovrapproduzione, appunto.”

 

 

“In una chiacchierata mi dicevi che il tuo “è più un lavoro concettuale che moda indossabile”. Ti va di approfondire l’argomento?”

Il concetto di moda ideale e artsistica più che di moda indossabile, riferito alla vendibilità, credo sia fondamentale. Per gli ideali si combatte, si vive. Meglio dieci vittorie per un’ideale che mille per una moda priva di storia.”

 

“Quali sono i tuoi progetti futuri?”

“Prima del futuro cerchiamo di vivere il presente. Stiamo lavorando alla terza tappa del progetto. Sicuramente per l’anno prossimo, sicuramente a Napoli e sicuramente nel modo più dettagliato possibile. L’obiettivo di 10 05 è di mantenere sempre un certo grado di sartorialità, con una decisione abbastanza particolare: fino al capo numero 1000 sarà tutto fatto rigorosamente a mano e tutto total white. Come se fosse un modo di presentare il concetto materializzato ma ancora in forma embrionale. Dal millesimo capo sarà tutto da vivere.”

 

 

“Cosa consiglieresti ad uno studente che muove i primi passi verso una moda più sostenibile?”

“Il consiglio per ogni persona che cerca di portare avanti con passione e amore una scelta come quella della sostenibilità è quello di lavorare prima sulle proprie scelte personali, quelle di vita quotidiana, per poi riportare il tutto nel mondo della moda.”

 

“Dove possiamo acquistare i tuoi capi?”

“Ogni capo di 10 05 è completamente confezionato a mano. Unico e certificato sia nel design che nella sua, appunto, unicità da un’etichetta che ne riporta la sartorialità, produzione e numero del capo. Sono acquistabili in diversi pop up store in giro per l’Italia. Da Milano, presso “5way” in via Fiori Chiari a Brera, a Roma, Torino, Napoli. A breve anche a Riga in Lettonia nel concept store “Bangbang store”. E stiamo lavorando al nostro sito internet e e-commerce personale. Speriamo nel lancio per inizio 2021.”

 

 

Per saperne di più date un’occhiata alla pagina Instagram del brand!

 

 

 

Leggi anche l’intervista ai fondatori del brand di eyewear GLASSING!

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Intervista a Kai. La fashion-designer, artista e stylist che sta portando Wait! Fashion in Cina https://www.waitfashion.com/interview-kai-fashion-designer-bringing-wait-fashion-china/ https://www.waitfashion.com/interview-kai-fashion-designer-bringing-wait-fashion-china/#respond Fri, 21 Aug 2020 14:23:51 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=87991 Per molti anni era stato un sogno nel cassetto. Riuscire a portare Wait Fashion in Cina. O meglio, creare la nuova edizione di Wait Fashion Magazine in Cina, per creare un ponte tra due culture: quella asiatica e quella occidentale […]

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Per molti anni era stato un sogno nel cassetto.
Riuscire a portare Wait Fashion in Cina. O meglio, creare la nuova edizione di Wait Fashion Magazine in Cina, per creare un ponte tra due culture: quella asiatica e quella occidentale e per collegarle in modo che il meglio della moda, dell’arte e delle sensibilità possano parlare e crescere insieme.

Per molti anni è sembrato un sogno: perché questi obiettivi avevano bisogno della persona giusta. Un uomo o una donna quasi impossibile da trovare. Qualcuno che portasse con sè tante caratteristiche: radici cinesi ma che avesse vissuto e conosciuto la cultura europea. Una persona determinata e concreta per raggiungere un obiettivo ambizioso ma che allo stesso tempo fosse prima di tutto innamorata di ciò che facciamo: arte, moda e cultura contemporanea, interessata non solo al business ma anche all’aspetto umano, artistico parte di Wait Fashion.

Una persona con una profonda conoscenza e sensibilità della moda.
Troppe caratteristiche per una sola essere umano: quello che avrebbe potuto intraprendere questo progetto.

Invece un giorno, quando non me l’aspettavo, l’abbiamo incontrata: si chiama Kai (ovviamente il suo soprannome) ed è lei quella che porterà Wait Fashion in Cina.

È giovanissima ma determinata ed è un personaggio così poliedrico e originale che abbiamo deciso di intervistarla e presentarla al pubblico italiano ed europeo.

Ciao Kai: prima di tutto benvenuto nella famiglia Wait Fashion !. Sei pronto per questa nuova avventura?
Sì, sono onorata ed entusiasta di far parte di questa avventura.

Parlaci della tua formazione. Quando è nato l’amore per la moda e quando hai deciso che sarebbe diventato il tuo lavoro?
Quando ero solo un bambino sono stato influenzato da mio nonno. Ricordo che mi sono infilata di nascosto nei vestiti di mia madre e mi sono avventurato in strada per una passerella. Quando ho compiuto 18 anni, ho ignorato l’opposizione della mia famiglia, sono andato a Pechino da solo e mi sono tuffato nella mia amata industria della moda.

Stilista, stylist, pittrice, artista. Quale di questi termini ti definisce meglio?
Penso che le etichette siano dei limiti. Li amo tutti in egual misura e mi piacerebbe essere vista come versatile in questi settori.

Raccontaci del tuo background come truccatorice: so che hai una squadra tutta tua e che lavori per spettacoli importanti anche per la TV cinese. Dicci qual è la forza della tua squadra.
Noi comunichiamo. Collaboriamo. E conquistiamo. Facciamo così bene insieme che abbiamo quella chimica magnetica come una vera famiglia.

 

Kai come stilista: abbiamo avuto modo di vedere i tuoi bellissimi moodboard, e le collaborazioni che sono nate con importantissimi artisti cinesi. Raccontaci come è nata questa tua specializzazione.
Dal lavoro, è un ponte per comunicare con i vari reparti, nonché un output per mostrare la tua estetica e le tue idee. E lo stile è il mio punto di forza personale.

Quali sono gli artisti famosi per cui hai creato i look? Dicci chi sono e cosa fanno, noi in Italia probabilmente non li conosciamo!

Leigh Bowery, è il mio artista preferito. E’ sia un perfomance-artist che uno stilista. È stato semplicemente un’ispirazione per me.

E ora la Kai-stilista. Sappiamo che hai un sogno nel cassetto: sviluppare il tuo marchio personale. Come te lo immagini? Quali saranno le sue caratteristiche?
Sono un grande fan della cultura fetish. E tengo molto al mio background cinese. Quindi immagino che sia un crossover di entrambe le parti mentre mi esprimo.

Dicci quali marchi e stilisti ami di più e quali ti danno più ispirazione.
Un nome su tutti: Alexander McQueen

Indicaci 2 o 3 brand cinesi, che presto potrebbero diventare famosi anche in Italia.
Xander Zhou e Windowsen

Hai vissuto l’ultimo anno a Firenze e Milano per diversi mesi. Cosa ti è piaciuto dell’Italia? E cosa non ti è piaciuto?
Per me che provenivo da una cultura piuttosto trattenuta e conservatrice, ero affascinata da quanto tutti si sentissero aperti e liberi nell’esprimersi. Cosa non mi è piaciuto? Sciocchezze, sono innamorato dell’Italia.

Il tuo futuro: lo vedi in Italia, in Europa, in Cina o a cavallo dei vari continenti?
I continenti non limitano le mie ambizioni. Il mio sogno è stabilire la mia attività a livello internazionale.

Come immagini Wait Fashion Cina? Quali saranno le caratteristiche che potrai portare dall’Italia e quali saranno le novità che presenterai per far innamorare il pubblico cinese?
Sicuramente non sarà facile aprire la nostra strada al mercato cinese poiché ci sono già molti giganti delle pubblicazioni di moda con intuizioni meravigliose. Ma spero ancora che porti qualcosa di nuovo ai lettori cinesi.

Quando racconterai ai nostri lettori i dettagli di Wait Fashion Cina?

Aspettate un po’. Stiamo lavorando duro. Vi dico solo che il magazine, sarà digitale ma anche cartaceo. Che lavoreremo con copertine che metteranno in primo piano artisti, attori e rock-star cinesi, che la cura fotografica e dello stile sarù molto alta e ricercata. Per il momento…è tutto!

 

 

   

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Intervista a Bogdan Kass, fondatore e direttore creativo del brand concettualista KASS https://www.waitfashion.com/intervista-bogdan-kass-fondatore-direttore-creativo-del-brand-concettualista-kass/ https://www.waitfashion.com/intervista-bogdan-kass-fondatore-direttore-creativo-del-brand-concettualista-kass/#respond Mon, 03 Aug 2020 15:07:17 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=87219 La visione del sistema moda attraverso gli occhi del giovane designer che sfida e crea le tendenze future. KASS è un brand ucraino di abbigliamento concettuale fondato nel 2013 dal designer Bogdan Kass. Basato su un’estetica unica che combina forme e […]

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La visione del sistema moda attraverso gli occhi del giovane designer che sfida e crea le tendenze future.

KASS è un brand ucraino di abbigliamento concettuale fondato nel 2013 dal designer Bogdan Kass. Basato su un’estetica unica che combina forme e strutture, gli abiti KASS sfidano le tendenze e gli standard imposti dal sistema del fashion.
Dal suo lancio, KASS ha partecipato a più di 16 fashion shows, 9 dei quali durante la settimana della moda Ucraina. Abbiamo avuto il piacere di poter fare qualche domanda proprio al designer, direttore creativo e fondatore del brand, Bogdan Kass. 

Bogdan Kass

Ciao Bogdan, grazie per la disponibilità. Partiamo dall’inizio, cosa ti ha portato a fondare il tuo brand?

La mia visione della moda è sempre stata radicalmente diversa rispetto a quella delle altre persone, ed anche rispetto alla visione degli altri brand. Pertanto, ho voluto contribuire all’industria della moda e mostrare che il design può essere diverso. L’idea principale è che, anche utilizzando materiali familiari, è possibile generare molte soluzioni creative e non banali. Il mio concetto di moda e marchio si basa sul concettualismo e credo che il background di qualsiasi marchio smart dovrebbe basarsi sul concept. Quindi, ad un certo punto del mio percorso di vita, ho sentito un gran bisogno di mostrare la mia visione delle tendenze future e condividere ciò che provo per la moda. Inoltre, è stato il desiderio di fare qualcosa di mio che mi ha portato alla creazione del brand KASS, senza dipendere o ispirarmi ai leader mondiali della moda già esistenti. 

Qual’è il concept dietro KASS?

Il brand KASS mira sempre a comunicare il posizionamento del marchio. L’aspetto principale di ogni nuovo progetto è l’impatto. Questa è la radice concettuale del brand, ed è ciò che esprime ogni nuova collezione. Con i nostri vestiti cerchiamo di trasmettere al cliente ciò che sta accadendo in tutto il mondo, senza esagerare. Ci concentriamo sull’influenza della società, su tutti gli aspetti della nostra vita. Se sei propenso a vestirti in modo audace e ti senti a tuo agio, non vergognarti. Questa è la carica e l’origine del brand KASS. L’ideologia di KASS significa – bandire ogni struttura ed avere una presa di coscienza della propria sete interiore. Il brand porta con sé il concetto di vera individualità, la consapevolezza che la posizione e l’opinione di ognuno è molto importante. E’ importante essere sé stessi, non agire come il proprio idolo. 

 

Qual è il capo più significativo della tua collezione, quello che rappresenta al meglio il tuo brand?

C’è sempre qualcosa di speciale in ogni stagione che comunica l’idea della collezione e del marchio nel suo insieme. Parlando delle ultime collezioni, mi sono ispirato molto al materiale dell’impermeabile, con un senso visivo di umidità, oltre a macchie d’orso e finta pelliccia. Ad oggi, mi sono innamorato del denim, penso che abbia una piccola connessione con l’estetica della cultura rave. Lavorando con il denim, creiamo capi luminosi e freschi che, grazie ai vari dettagli e accessori, diventano un oggetto non solo per la vita di tutti i giorni.

Chi indossa KASS?

I vestiti KASS sono indossati da persone libere e oneste con sé stesse, persone che non sono timide delle proprie preferenze di stile. Persone che comprendono che i confini, imposti dalla società, sono solo nella loro testa! I vestiti KASS sono indossati da coloro che sono pronti all’attenzione e alle reazioni dell’ambiente circostante.

 

KASS ha un’estetica molto specifica. Da dove prendi ispirazione?

Posso dire con certezza che la fonte della mia ispirazione non è mai stata la natura o qualcosa del genere. Adoro osservare l’architettura della città, adoro viaggiare, adoro contemplare qualcosa di nuovo – tutto ciò mi ispira a sviluppare e creare – ma sicuramente non i vestiti! Traggo ispirazione per creare una collezione dalla mia energia interiore, pensieri ed esperienze. Ecco perché tutte le collezioni KASS sono un riflesso del mio mondo interiore, ed ogni stagione cambia radicalmente.

Hai un designer o un marchio di riferimento?

Dall’inizio e fino ad oggi non ho avuto un designer di riferimento. Cerco di concentrarmi solo sulla mia visione e di non riempire la mia testa con le visioni degli altri designers, ma le rispetto incredibilmente. Inoltre, dal momento della fondazione del marchio fino ad oggi, rimango l’unico designer, fondatore e direttore creativo del marchio KASS. Non abbiamo mai usato i servizi di altri designer. Durante l’esistenza del marchio, ho sviluppato molte volte schizzi di abbigliamento per varie aziende, marchi e media.

 

KASS è un marchio consapevole. Dov’è collocata la produzione?

Il lavoro di KASS si basa su un atteggiamento consapevole nei confronti dell’ambiente, il che significa l’uso ragionevole e razionale delle risorse nel processo di produzione. La nostra produzione si trova a Kiev e siamo molto orgogliosi dei nostri successi e aspirazioni. Per più di due anni, la mia produzione ha collaborato con i principali brands e designers ucraini. Per i miei vestiti, mi piace molto inventare varie lavorazioni di cucito e sviluppare modelli concettuali complessi. Forse è per questo che i migliori marchi ucraini specializzati in abbigliamento specifico hanno iniziato a utilizzare i nostri servizi.

Quali sono i materiali che preferisci utilizzare nelle tue collezioni?

Nelle mie collezioni, mi piace molto usare materiali impermeabili e lana. Il criterio più importante per i tessuti è la sua trama. Preferisco i colori monocromatici, più sobri e strutturati rispetto ai colori accesi e accattivanti! Mi piace anche lavorare con eco-pelliccia, denim, ecopelle e tessuti che tendono a cambiare la loro consistenza sotto l’influenza di fattori esterni. Non mi piacciono molto i tessuti colorati, ad esempio quelli che riflettono la luce. Ovviamente sono interessanti, ma preferisco che i vestiti attirino l’attenzione non per il loro colore, ma per la loro idea e significato. Per quanto riguarda i tessuti stampati, sono molto esigente e attento. Uso solo stampe ideate e disegnate personalmente da me.

Qual è il mercato che ti ha dato la risposta migliore e qual è il mercato in cui vorresti essere presente?

Sono stato piacevolmente sorpreso dalla reazione di Berlino ai nostri vestiti. In realtà, il design di KASS non corrisponde esattamente al mercato del nostro Paese, quindi siamo costretti a spostarci in direzione occidentale. Fino al momento in cui lo spostamento delle persone ed il trasporto di merci attraverso i confini sono diventati praticamente impossibili, in tutto il mondo, abbiamo avuto un dialogo consolidato con i buyers di Berlino, oggi la situazione è leggermente cambiata. Attualmente stiamo lavorando attivamente con Not Just a Label, itch, ecc. Puntiamo seriamente a rafforzare le nostre posizioni sul mercato europeo e ci stiamo muovendo con fiducia verso questo obiettivo.

 

Dove possiamo acquistare le tue collezioni?

Se si parla a livello locale, ovviamente, i vestiti KASS possono essere acquistati nel nostro showroom di Kiev o sui canali social del brand. Per i clienti esteri, siamo disponibili anche sui canali social e sulla piattaforma Not Just a Label. Siamo lieti che il marchio KASS sia tra i 500 designer di tutto il mondo che hanno avuto l’opportunità di creare il proprio negozio su questa piattaforma. Attualmente stiamo anche lavorando alla creazione del nostro shop online per vendite internazionali più efficaci!

 

Dove vedi il tuo brand tra 5 anni?

Dato che sono molto attratto da Londra, in 5 anni ho in programma di avere vendite stabili in uno dei più grandi showroom di questa città. Ci vediamo anche in collaborazione con alcune case di alta moda la cui ideologia mi è vicina. Abbiamo anche grandi progetti per New York, Berlino e Parigi.

Dai un’occhiata anche all’intervista ai fondatori di ROD Almayate!

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Intervista a Valentina Giammarco, la fondatrice del brand “The Beatriz” https://www.waitfashion.com/intervista-valentina-giammarco-la-fondatrice-del-brand-the-beatriz/ https://www.waitfashion.com/intervista-valentina-giammarco-la-fondatrice-del-brand-the-beatriz/#respond Fri, 24 Jul 2020 10:15:38 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=86407 Abbiamo intervistato Valentina Giammarco, la fondatrice di un bellissimo brand Made in Italy di cerchietti couture, The Beatriz. Ciao Valentina, è un piacere avere la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con te. Ci racconti qualcosa di te, com’è iniziata la tua […]

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Abbiamo intervistato Valentina Giammarco, la fondatrice di un bellissimo brand Made in Italy di cerchietti couture, The Beatriz.

Ciao Valentina, è un piacere avere la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con te. Ci racconti qualcosa di te, com’è iniziata la tua carriera? Come sei arrivata a fondare The Beatriz? 

Piacere mio e grazie per questa bellissima opportunità. Ho iniziato come imprenditrice nell’azienda di famiglia ma ho sempre avuto il desiderio di dare spazio alle mie passioni coniugando fantasia e rigore artigianale. Così nel 2019 finalmente ho dato vita al mio sogno creando The Beatriz, un brand che ha fatto dell’accessorio fatto a mano una particolarità, pronto ad accompagnare chi lo sceglie sia nelle occasioni speciali che nella vita quotidiana.

Quali sono le caratteristiche dei tuoi prodotti?

I cerchietti sono confezionati a mano con particolare cura per i tessuti utilizzati. I modelli iconici del mio brand sono Miraggio Fuggevole e Vertigine, modelli che definiscono lo stile e sottolineano la femminilità. Sono accessori da indossare non solo per eventi o cerimonie ma anche nella vita di tutti i giorni.

Da dove nasce l’ispirazione per le tue collezioni? Qual’è il tema della fw 2020?

Allure sofisticata e stile bon ton sono il filo conduttore delle mie collezioni e dunque anche della
nuova invernale. L’obiettivo è quello di creare un accessorio elegante e fascinoso che possa
definire il look di una donna elegante, raffinata e contemporanea.

 

Quali sono i modelli classici The Beatriz che ogni donna dovrebbe avere nel guardaroba?

Un cerchietto bicolore in velluto e un modello in tessuto tricot per un look disinvolto.

Quali materiali vengono utilizzati per produrre i cerchietti couture?

I cerchietti vengono realizzati utilizzando un’anima flessibile ma indeformabile rivestita con diversi tessuti mentre i fiocchi possono essere in velluto, pelle o crinolina. Questo ornamento per capelli è leggerissimo e facile da indossare.

 

E’ bello vedere che ad oggi ci sono prodotti che attraverso un design moderno richiamano l’eleganza del passato. Quali sono le icone o i periodi storici della moda che hanno influenzato il tuo stile?

Mi sono ispirata alla leggerezza dello stile degli anni venti, alle atmosfere de Il Grande Gatsby.

Qual’è il target di The Beatriz?

In realtà non c’è un target nello specifico a cui mi riferisco. Le forme dinamiche e mutevoli e le
combinazione di tessuti e colori, rendono adatti i miei cerchietti a diversi stili, età e personalità.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Sicuramente mi piacerebbe ampliare la collezione con altri accessori ma è un obiettivo in grande…Per ora vediamo il futuro step by step.

Cosa consiglieresti ad un giovane designer di accessori?

Di inseguire i suoi sogni senza essere troppo condizionato dal mercato e dalla necessità di
affermarsi a tutti i costi.

 

Dove possiamo acquistare le tue creazioni?

Nello shop on line disponibile su Instagram e sul sito www.thebeatriz.com.

 

 

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Intervista con le fondatrici di Aequem: un e-commerce di moda sostenibile https://www.waitfashion.com/intervista-le-fondatrici-aequem-un-commerce-moda-sostenibile/ https://www.waitfashion.com/intervista-le-fondatrici-aequem-un-commerce-moda-sostenibile/#respond Sun, 12 Jul 2020 08:18:33 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=85355 Abbiamo avuto un’interessante conversazione con Ieva e Magda, le fondatrici di Aequem, un e-commerce di moda sostenibile. Date un’occhiata! Syros Dress   Ciao Ieva e Magda. Vi presento al nostro pubblico: siete le fondatrici di Aequem. Come è nata questa idea? […]

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Abbiamo avuto un’interessante conversazione con Ieva e Magda, le fondatrici di Aequem, un e-commerce di moda sostenibile. Date un’occhiata!

Syros Dress

 

Ciao Ieva e Magda. Vi presento al nostro pubblico: siete le fondatrici di Aequem. Come è nata questa idea? Che cos’è nello specifico e qual è l’obiettivo di Aequem?

Aequem è un progetto che ridefinisce il futuro dell’industria della moda. È un sito dove trovare abbigliamento fashion che non fa male alla Terra. Lavoriamo solo con marchi e prodotti che sono sia socialmente che ambientalmente sostenibili.

L’idea è nata perché entrambe volevamo prendere decisioni migliori: quando si tratta di moda, tuttavia, abbiamo scoperto che dal punto di vista dei consumatori non è così facile, richiede molto tempo e sforzi trovare le etichette giuste e capire se sono veramente sostenibili (soprattutto con tutto il greenwashing in giro). Quindi abbiamo pensato: non sarebbe bello avere un’unica piattaforma dove si possono fare acquisti da capo a piedi in modo sostenibile da diversi brand?

Attualmente abbiamo oltre 60 straordinari marchi disponibili sul nostro sito e la nostra offerta è in crescita ogni giorno.

 

Come vi siete incontrate? Quali sono i vostri background?

Aequem è una seconda attività per entrambe, in realtà ci siamo incontrate in una conferenza d’affari. Dato che eravamo le più giovani e tra le poche donne nella stanza, abbiamo immediatamente “fatto click” e volevamo saperne di più sulle reciproche attività. Siamo diventate amiche molto rapidamente e ci siamo rese conto che entrambe condividiamo la frustrazione su come opera attualmente l’industria della moda. Abbiamo iniziato a esplorare questa opportunità di business insieme abbastanza rapidamente e la costruzione di Aequem ha rafforzato la nostra amicizia.

In realtà Ieva ha iniziato la sua carriera e le sue prime attività nel mondo dei media e della televisione, dove ha lavorato con alcuni dei più grandi nomi del settore.

La formazione di Magda è sempre stata quella della moda, dove inizialmente lavorava nel design, ma subito dopo è passata alla consulenza di alto livello per brand di moda.

Ramona Shoulder Bag

 

Perché avete scelto Londra come base? 

Adoriamo davvero Londra: è una città così vibrante e straordinaria, piena di opportunità, creatività e leader di ogni settore. Speriamo davvero che l’attuale situazione di blocco e il clima politico non cambino la città così come la conosciamo.

Dato che entrambe vivevamo a Londra quando ci siamo incontrate, è stato naturale per noi avviare la società lì. Inoltre, il clima economico del Regno Unito è eccellente per iniziare un’attività. Tuttavia, vale la pena ricordare che, sebbene la nostra base sia attualmente nel Regno Unito, siamo davvero un’azienda internazionale e spediamo e lavoriamo in tutto il mondo.

Infine, Londra ha ottimi collegamenti di trasporto con il resto del mondo, quindi è abbastanza facile spostarsi, il che è molto importante durante la costruzione di affari internazionali.

 

Come selezionate i marchi con cui lavorate?

I marchi con cui lavoriamo devono essere sostenibili e avere un bell’aspetto estetico. Devono essere di buona qualità e alla moda.

Pensiamo che uno dei motivi per cui il movimento della moda sostenibile non sia cresciuto così velocemente come dovrebbe è perché esiste un mito secondo cui la moda sostenibile è noiosa e non esteticamente piacevole. In realtà è un’idea totalmente sbagliata e vogliamo sfatare questo mito. La moda sostenibile ha in realtà un potenziale per guidare il movimento della moda in termini di qualità ed estetica poiché, per definizione, utilizza materiali migliori e strutture di produzione che consentono di creare capi di qualità superiore.

Praticamente qualsiasi design e capo d’abbigliamento dallo streetwear all’haute-couture può essere realizzato in modo sostenibile: le aziende dovrebbero solo impegnarsi in queste pratiche.

 

White One Piece Swimsuit

 

In quali settori la sostenibilità dal punto di vista della moda è più “avanti” e dove più “indietro”?

Attualmente, l’industria della moda è ancora indietro quando si tratta di sostenibilità e principalmente a causa del fenomeno della moda veloce. È ancora il secondo più grande inquinatore su questo pianeta. Negli ultimi 20 anni, ci è stata venduta questa idea di consumismo secondo cui la moda è facilmente utilizzabile. Per questo motivo, ora stiamo affrontando grossi problemi quando si tratta di inquinamento e sfruttamento delle persone che lavorano sul campo. Tuttavia, la maggior parte dei consumatori non conosce questi fatti in quanto la moda è considerata “innocente”.

Riteniamo che il cambiamento più grande arriverà quando la maggior parte dei consumatori comprenderà che la moda veloce è economica perché qualcun altro sta pagando il prezzo e di solito sono le comunità più vulnerabili e il nostro ambiente. Come consumatori abbiamo così tanto potere di cambiare il mondo semplicemente facendo attenzione a ciò che acquistiamo.

Sul versante positivo, è sorprendente vedere che negli ultimi 4 anni molti designer – dagli emergenti ai nomi più importanti del settore, hanno iniziato a muoversi nella direzione della moda sostenibile. È davvero chiaro per tutti coloro che lavorano nel settore che non possiamo continuare a lavorare come abbiamo fatto per tutti questi anni.

Riteniamo che l’industria della moda abbia molte potenzialità per cambiare le cose e forse guidare il movimento per la sostenibilità. Dopotutto, ha alcune delle persone più creative del pianeta che lavorano sul campo.

 

Quali sono state le innovazioni sostenibili che vi hanno colpito di più nell’ultimo periodo?

Siamo sempre molto colpite dai nuovi tessuti e dai nuovi metodi di tintura che vengono adottati dal settore ogni anno. Adoriamo tutto ciò che è all’avanguardia: per fare un paio di esempi, è possibile tingere tessuti in colori fluorescenti usando questo batterio, anche sul nostro sito abbiamo una giacca in pelle Kombucha (sì, hai sentito bene – si può anche indossare il kombucha, non solo bere ☺) e molti altri.

 Kombucha Leather Jacket

 

Quali pensate che siano, per quanto riguarda gli accessori, per i quali viene ancora utilizzata molta pelle, validi materiali alternativi dal punto di vista della qualità e della durata?

Anche se siamo entrambi vegetariane, gli articoli in vera pelle possono effettivamente essere molto sostenibili dal punto di vista ambientale se sono colorati in modo sostenibile. La maggior parte della pelle utilizzata nell’industria della moda è in realtà un sottoprodotto dell’industria della carne: ciò significa che se questa pelle non venisse utilizzata finirebbe per terra. Quindi, anche se personalmente non mangiamo carne, fintanto che ci sono persone che lo fanno, questa pelle deve essere utilizzata.

Quando si tratta di cuoio, il problema più grande è il processo di morte, poiché durante questo processo molti elementi tossici vengono rilasciati nell’ambiente. Il modo sostenibile per colorare è usando la tintura vegetale che è un metodo che rispetta dell’ambiente.

Quando si tratta di pelle vegana, purtroppo molte di esse sono prodotte o contengono plastica, quindi molte pelli vegane dal punto di vista ambientale non sono grandiose. Ci sono alcune buone alternative ecologiche, ma i consumatori dovrebbero cercare articoli che usano materiali riciclati.

 

Durante una recente conversazione, Ieva e io stavamo parlando di un negozio pop-up che avete creato qui a Milano durante la settimana della moda. Perché avete scelto questa città? Quali sono stati i risultati?

Sì, abbiamo fatto il nostro primo negozio pop-up a Milano lo scorso settembre durante la settimana della moda di Milano ed è stato grandioso.

Ieva viveva a Milano, quindi conosce bene la città e ha molti collegamenti lì. L’opportunità giusta è caduta tra le nostre braccia e abbiamo deciso di provarci. Lo abbiamo essenzialmente utilizzato come primo lancio del nostro marchio ed è stato fantastico. Abbiamo attirato l’attenzione della stampa e dei consumatori ed è stato assolutamente meraviglioso farlo in una delle capitali della moda del mondo.

Abbiamo scoperto che gli italiani tengono molto alla sostenibilità e sono aperti a provare nuovi marchi con un design eccezionale.

Aurelia Dress

 

Cosa consigliereste ad un giovane imprenditore che vuole farsi strada nel mondo della moda sostenibile?

Vorremmo dire: “Fallo!” Il segmento della moda sostenibile sta crescendo e questo è il futuro. Inoltre, è molto più facile avviare il marchio in modo sostenibile rispetto al tentativo di renderlo sostenibile dopo. Farlo all’inizio ti permetterà di costruire una rete di fornitori, clienti fedeli e fan che seguiranno il tuo viaggio e continueranno a supportarti.

 

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Intervista con la designer Caterina Moro: passione, made in Italy e creatività https://www.waitfashion.com/intervista-la-designer-caterina-moro-passione-made-italy-creativita/ https://www.waitfashion.com/intervista-la-designer-caterina-moro-passione-made-italy-creativita/#respond Fri, 03 Jul 2020 13:12:06 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=84481 Ho avuto modo e fortuna di fare una splendida chiacchierata, interessante e stimolante, con Caterina Moro, una designer di Roma con una grande passione per il suo lavoro, come potrete vedere. Ciao Caterina, grazie per aver accettato il nostro invito. […]

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Ho avuto modo e fortuna di fare una splendida chiacchierata, interessante e stimolante, con Caterina Moro, una designer di Roma con una grande passione per il suo lavoro, come potrete vedere.

Ciao Caterina, grazie per aver accettato il nostro invito. Sei la designer di un bellissimo brand che porta il tuo nome, come sei arrivata fin qui? 

Ho sempre amato la moda. Ho un diploma in conservatorio e una laurea in musicologia ma, dopo anni di vita da musicista classica, ho deciso di seguire la mia vera passione. Mi sono concessa un anno sabbatico per poter seguire il master in Alta Moda e Fashion Design all’accademia di costume e moda di Roma, e di lì è cominciata l’avventura!

 

Quali sono le caratteristiche principali dei tuoi capi? Come definiresti il tuo stile?

Mi piace definire il mio stile “Daily luxury”, lusso quotidiano. Immagino di nobilitare l’abbigliamento quotidiano attraverso i miei capi, di poter aggiungere una nota di esclusività e di poesia a quello che indossiamo tutti i giorni. Immagino sempre le donne per cui disegno nelle loro attività quotidiane… Magari alla fermata della metro, o in ufficio, che si sentono speciali in un trench plissè o in una stampa esclusiva.

 

Che tema hai scelto per l’ultima collezione, la FW 2020?

La mia FW 2020 si chiama WOOD: ho scelto di partire da un elemento naturale, ed ho immaginato una collezione che desse la sensazione di una passeggiata in un bosco d’autunno.

Ho disegnato una stampa foliage, che ricorda il sole che filtra tra le foglie degli alberi in un bosco, e l’ho riportata sul twill di seta, sul popeline di seta, ed anche sulla maglieria jacquard. Ho creato frange e ricami con legni riciclati e certificati. Ho trovato un plissè che ricordava la corteccia degli alberi, ed ho scelto colori caldi, avvolgenti ed autunnali.

Da dove prendi l’ispirazione per i tuoi capi?

Da tutto quello che mi circonda, dalle cose che amo, dalla musica, da sensazioni e stati d’animo.

 

Cosa significa per te essere designer nel 2020? Cosa ti piace di più del tuo lavoro? Cosa, invece, trovi più difficile?

Adoro il processo creativo. Quello che amo di più in assoluto è vedere le collezioni che ho immaginato che pian piano prendono forma grazie ai bravissimi artigiani che abbiamo in italia e che si materializzano in un luogo reale, diverso dalla mia fantasia e dai miei disegni: quando vedo le prime prove di stampa, di maglieria, dei plissè, quando vedo i primi capi realizzati è una sensazione bellissima.

Quello che forse amo di meno, è la frenesia e l’essere sempre sopra le righe che a volte ci contraddistingue. Io non mi sento un’artista… Non penso di creare opere d’arte, voglio creare semplicemente vestiti che le donne possano amare ed indossare. Certi atteggiamenti un pò eccessivi mi fanno sorridere….

 

Quali sono gli obiettivi che senti di aver raggiunto? Quali vorresti raggiungere nel futuro?

La mia sfilata personale a Roma è stata un traguardo importante, che anche solo due anni fa non avrei mai pensato di raggiungere. Ora voglio far crescere il mio brand, vorrei aprire il mio e-commerce, e magari, perché no, anche un mio monomarca. Ma un pò per volta….

Come hai affrontato gli ultimi mesi? 

Gli ultimi mesi sono stati molto difficili. Il coronavirus è arrivato in Italia proprio durante la fashion week ed ha interrotto la campagna vendite, ed anche alcune consegne delle SS 2020. Siamo stati mesi chiusi in casa senza sapere cosa sarebbe accaduto al nostro settore, chiedendoci se aveva senso disegnare nuove collezioni oppure no. Ci siamo sentiti tutti sulle sabbie mobili, noi designer e di conseguenza tutte le persone che lavorano con noi e che contribuiscono a rendere il Made in Italy qualcosa di famoso ed apprezzato nel mondo: tessutai, manifattura, fornitori, produttori, ed anche i negozi che distribuiscono le nostre collezioni, le modelle, i fotografi, gli stylist. Non immagini quante persone concorrono a rendere la moda il secondo settore manifatturiero in Italia, quante persone mettono cuore ed anima in questo lavoro giorno dopo giorno.

Molti dei miei fornitori hanno visto ordini cancellati, collezioni annullate. Tanti lavoratori sono in cassa integrazione, ed i proprietari delle aziende del Made in Italy stanno facendo i miracoli per riuscire a traghettare tutti in questa tempesta e conservare i posti di lavoro, ed il know how acquisito negli anni. Ecco, mi piacerebbe tanto che si parlasse di più di questo. La moda non è solo lustrini, quella è solo una piccola parte del nostro lavoro.

 

Che consiglieresti ad un giovane designer che vuole affermarsi nel mondo della moda?

Di essere preparato e di credere in quello che fa.

 

Dove possiamo acquistare i tuoi capi?

A questo link trovi l’elenco dei miei distributori. La maggior parte di loro spedisce in tutta Italia ed in Europa

 

//www.caterinamoro.it/en/stockist-en/

 

 

 

Dai un’occhiata anche alla Guida taglie e modelli Levi’s Vintage!

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Intervista ad Elisa Soldini e Lucia Padrini: le fondatrici del brand Kimonorain https://www.waitfashion.com/intervista-ad-elisa-soldini-lucia-padrini-le-fondatrici-del-brand-kimonorain/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-elisa-soldini-lucia-padrini-le-fondatrici-del-brand-kimonorain/#respond Mon, 15 Jun 2020 12:50:51 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=82522 Abbiamo avuto l’opportunità di farci raccontare da Elisa e Lucia, le fondatrici di Kimonorain, i dietro le quinte, i processi creativi e la storia del brand.   “Grazie Elisa e Lucia per aver accettato il nostro invito. Da dove siete […]

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Abbiamo avuto l’opportunità di farci raccontare da Elisa e Lucia, le fondatrici di Kimonorain, i dietro le quinte, i processi creativi e la storia del brand.

 

“Grazie Elisa e Lucia per aver accettato il nostro invito. Da dove siete partite? Come nasce Kimonorain?”

“Kimonorain nasce dal nostro amore per le geometrie giapponesi e da un lungo studio fatto sul nostro primo brand, TVSCIA. Abbiamo deciso di sintetizzare la ricerca minuziosa e profonda fatta nella nostra prima esperienza, in maniera da rendere la ricerca e l’originalità che ci ha sempre contraddistinto più fruibile in larga scala.”

“Quali sono i punti di forza dei vostri prodotti e qual’è il pezzo iconico del brand?”

“Senz’altro è l’aver creato, come dicevamo, un prodotto di ricerca molto riconoscibile ma adatto a quasi tutte le fasce di età. Il nostro capo classico è il KIMONORAIN BASIC, lungo fin sotto il bacino, unisex, reversibile e con bretelle interne.”

“Da dove prendete ispirazione per le nuove collezioni?”

“Per noi è davvero semplice ispirarsi per le nuove collezioni; tutto parte da quello che respiriamo, che osserviamo, che ci passa accanto. Prendiamo quegli imput come fossero oro e li rielaboriamo con estrema fluidità. Non abbiamo mai avuto ansia da ricerca o crisi di creatività, le cose le abbiamo dentro e arrivano con naturalezza, celebrando il nostro lavoro con profondità e allo stesso tempo con leggerezza.”

“Essendo in due, come suddividete il lavoro?”

“Non ci sono delle suddivisioni nette, il processo creativo nasce naturalmente da uno scambio di visioni. In più entrambe ci occupiamo ovviamente del resto: Elisa dell’amministrazione e Lucia dei fornitori. Insieme seguiamo i laboratori e i clienti. Avere contatto diretto con tutto il processo sia creativo che imprenditoriale ha reso la nostra realtà snella e molto forte.”

“La cultura Giapponese ha in fluito sul vostro lavoro in maniera significativa a partire dal nome del brand. Come mai questa scelta?”

“Il Giappone, con le sue geometrie e le sue contraddizioni, è sempre stato nelle nostri menti un infinito bacino di ispirazione: ci fu un viaggio in questo paese che consacrò definitivamente l’amore per quella cultura e sancì l’inizio del nostro processo creativo, prima per TVSCIA e adesso per KIMONORAIN. Il nome del Brand associa perfettamente l’ispirazione, KIMONO, e la sua funzionalità, NO-RAIN.”

“Sul profilo Instagram del brand c’è tanta architettura, è una passione comune o una scelta stilistica?”

L’architettura, con le sue geometrie, i suoi pieni e vuoti e l’arte contemporanea fanno parte dei nostri interessi, del nostro tempo libero e pertanto delle nostre ricerche. Cerchiamo di utilizzare per i social media, tutto quello che fa parte del nostro mondo, quello che ci piace e ci ispira.

“Per chi è pensato il prodotto Kimonorain?”

“Il Kimonorain è pensato davvero per tutti. Oltre che per donna, è venduto anche per bambino e piace molto anche all’uomo. E’ amato sia da una clientela giovane e sporty che glamour, fino ad arrivare alle nostre affezionatissime signore, che ritrovano nei nostri prodotti l’interpretazione coerente alle loro necessità.

Ad essere onesti, oggi la parola signora non è molto corretta per de finire la clientela più matura, le signore di oggi sono donne che arrivano alla maturità cariche di esperienze e vitalità, ed è giusto che possano trovare sul mercato prodotti che le rappresentino senza sminuire la loro vitalità e la voglia di originalità.”

“Quali sono state le vostre più grandi soddisfazioni?”

“Abbiamo capito che la cosa più appagante per un creativo, o almeno per noi, è creare cose speciali ma comprensibili da più persone possibili.”

“Una giacca di Kimonorain può essere utilizzata anche in estate?”

“Certo, il peso medio dei nostri capi estivi e le versioni non imbottite sono perfette per le stagioni più calde. Il KIMONORAIN per la sua peculiare leggerezza e particolare praticità, diventa il capo perfetto da indossare anche durante le serate estive.”

“Avete mai pensato di ampliare la collezione con altre tipologie di capi?”

“È un pensiero che ricorre spesso, anche perché veniamo dal total look e di cose che ci piacerebbero fare ce ne sono davvero tante. Cerchiamo però di tenere a freno la fantasia concentrandoci sulla scelta imprenditoriale del “monoprodotto”. Abbiamo appurato che migliorare le caratteristiche di un’unica tipologia di capo è una bella sfida, molto stimolante anche dal punto di vista creativo.”

“Dove possiamo acquistare i vostri prodotti?”

“La nostra rete distributiva si articola in circa 60 negozi Multibrand nel mondo, tra cui SUGAR ad Arezzo, PENELOPE a Brescia, FLOW RUN a Firenze e AVANT GARDE a Beverly Hills.”

 

Se siete curiosi di vedere tutti i prodotti Kimonorain, date un’occhiata alla pagina Instagram!

 

 

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Vision Of Super: il brand street- luxury del futuro completamente Made in Italy https://www.waitfashion.com/vision-of-super-brand-street-luxury-del-futuro-completamente-made-italy/ https://www.waitfashion.com/vision-of-super-brand-street-luxury-del-futuro-completamente-made-italy/#respond Fri, 12 Jun 2020 07:16:38 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=82166 Oggi vi riportiamo la chiacchierata che abbiamo fatto con i fondatori del brand di street Luxury Vision of Super: Dario e Mirco, due creativi decisamente visionari e … Super!  Hai sempre avuto la passione per il design o più in generale la […]

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Oggi vi riportiamo la chiacchierata che abbiamo fatto con i fondatori del brand di street Luxury Vision of Super: Dario e Mirco, due creativi decisamente visionari e … Super!

 Hai sempre avuto la passione per il design o più in generale la moda?

 Dario:In realtà è una passione che è nata con il tempo,mai mi sarei immaginato di creare un brand di moda… da piccolo avevo altri sogni, diventare un professionista di basket, portare avanti l’azienda di famiglia… poi un giorno ho scoperto che creare mi riusciva facile e naturale. Ho cominciato realizzando piccoli progetti di pelletteria, poi un giorno, quasi casualmente, ho fatto realizzare la prima “Flames tee” e ho cominciato a prenderci gusto… ora Vision of Super si può definire quasi un total look che comprende abbigliamento e accessori di ogni genere dai più classici ai più divertenti.

Come vi siete incontrati? Cos’è che vi ha spinto a creare il brand Vision Of Super ?

Mirco: “Ci siamo incontrati virtualmente (nel 2020 ormai si può dire) con uno scambio di reazioni e chat tra il mio profilo e quello del brand. Dario aveva appena avviato il tutto, vede la mia influenza e i miei numeri sui social e mi propone di mandarmi una T-shirt in riconoscimento di uno scambio di pubblicità vista la stima reciproca. Alla fine decidiamo di incontrarci per lo scambio da 10 Corso Como. Con una chiacchierata nasce sintonia e voglia di procedere insieme in questo progetto. Io credevo, già da subito, molto nel brand e lui ha creduto molto nelle mie capacità. Dopo quasi due anni siamo qua, partner in crime!

Vision of Super comunica un’idea di forza e grandezza. È questo l’obiettivo del brand? Da dove prende spunto il nome?
Ci piace pensare che tutti quelli che stanno osservando il nostro percorso ci vedano come già arrivati o meglio ancora che non riescano, a volte, a percepire eventuali cambiamenti importanti, pur mantenendo come sottolineato la nostra linea iconica. È un punto che abbiamo sempre sfruttato a nostro favore, i nostri effetti sorpresa sono sempre piaciuti e chi ci segue da un po’ crede in noi, perché ha sempre visto evoluzioni e questo è fondamentale. Non annoiamo mai la nostra community e il pubblico ormai percepisce che ci sono sempre novità nel tempo. Per noi è importante comunicare sicurezza e grinta in quello che facciamo, affiancate da altri due valori importanti che sono lo stupore e l’evoluzione.

Dario: per quanto riguarda il nome Vision of Super … è molto semplice… quando ho creato il progetto volevo che fosse un progetto principalmente giovane e social network oriented…. in quel periodo (due anni fa) rispondevo spesso a messaggi o chat con l’emoticon della fiamma e la parola SUPER… quindi quale miglior nome per un progetto se non la mia VISIONE di quello che amavo scrivere sui social… VISION of SUPER.

Da dove proviene l’ispirazione per le vostre collezioni?
Principalmente dal mondo musicale, dall’attualità e dalle sorprese che il nostro pianeta ci riserva. Preferiamo però non prendere ispirazione, ma rischiare con le nostre idee. È importante non guardare gli altri per riuscire a fare qualcosa di nuovo o comunque di unico… Non sempre ci si riesce perché la moda esiste da molti anni e a volte, anche noi, ci accorgiamo di aver creato un prodotto che non dice niente di nuovo: fa parte del gioco!

Siete un brand molto vicino al target giovanile. Vi piacerebbe in un futuro raggiungere e coinvolgere anche il tanto agognato “mondo degli adulti”?
Mirco: Io e Dario abbiamo due età totalmente differenti, rispettivamente 24 e 34 anni. Se non siamo noi a farlo, chi lo deve fare? Sicuramente con il tempo ci saranno importanti evoluzioni a determinati rami di collezioni, ma si è già visto qualcosa nella F-W 2020/21, che a breve sarà nei negozi: questo è il primo test ufficiale.

Vision Of Super ha iniziato ad essere in hype grazie a collaborazioni e un pop up store alla Rinascente. È stato difficile affermarsi nel mondo dello street luxury?
Per come lo abbiamo fatto in questi due anni, è sembrato un gioco da ragazzi. Non perché sia stato realmente facile, ma perché tutto è stato portato avanti con passione, grande dedizione; sicuramente intelligenza e analisi. Abbiamo portato avanti un progetto che probabilmente nel mercato mancava, nonostante il mondo della moda sia affollato da marchi anche molto più forti del nostro. Il prodotto, il suo posizionamento e il modo di comunicarlo ha sicuramente fatto la differenza, a tal punto che ci credeva probabilmente più La Rinascente stessa di noi. Abbiamo colto la fiducia che ci hanno dato e abbiamo lavorato sodo per dimostrare davvero cosa Vision Of Super sa fare e qual è il suo enorme potenziale. Oggi, siamo il loro pop-up che ha venduto di più nel 2019 e questo ci rende davvero fieri.

Lavorate molto con rapper della scena italiana affermati ed influencer(talvolta emergenti): come vi rapportate con loro?
Abbiamo oltre 200 artisti di fama nazionale e mondiale che vestono i nostri prodotti in modo naturale e piacevole, stimando il percorso del brand, la qualità e il modo in cui ci siamo sempre posti. Abbiamo un prodotto iconico:  non chiediamo placement (stories, post, tag,…) agli artisti perché siamo già riconoscibili e unici visivamente. Questo ha fatto sì che gli stessi artisti potessero percepire il brand come tanti altri importanti della scena, dandone un valore e creando un rapporto umile, di amicizia e di stima reciproca. Gli artisti danno un grande peso a questo approccio, perché non si sentono dei cartelloni pubblicitari, soprattutto se il messaggio è “goditi il prodotto, divertiti, fanne quello che vuoi, è un regalo, ci fa piacere” e non “ti mando 2/3 T-shirt se mi fa il tag”. Cogliamo l’occasione per ringraziare pubblicamente tutti gli artisti che ci supportano e che collaborano con noi, mandando anche un grosso in bocca al lupo in particolare a coloro che in questo periodo hanno lanciato il loro nuovo album.

Il batterista della nota band The Chainsmoker è stato per il tempo di un video “influencer per caso” in quanto indossava la vostra maglia simbolo Flames Tee. La vostra prima espressione appena avete visto il video?
Mirco: Ce lo chiedono spesso ed è un aneddoto molto simpatico da raccontare. Su Instagram, mi ritrovo in home il suo video mentre faceva una drum cover su una traccia di Billie Eilish, indossando la nostra FLAMES TEE. La mia faccia ha cambiato totalmente espressione perché quella T-shirt non gliel’avevamo mai mandata. La ciliegina sulla torta c’è stata quando, poche settimane dopo un mio amico mi chiama alle 2 di notte direttamente dall’Ultra Europe in Croazia, urlando “IL BATTERISTA DEI CHAINSMOKERS STA SUONANDO IN LIVE E HA ADDOSSO LA TEE DI VOS”. Io ero in un bar a farmi una birra con amici, è stata subito festa. Recentemente abbiamo “beccato” anche altri personaggi che hanno acquistato direttamente online o in un loro negozio di fiducia. Per esempio anche il figlio di Vidal è stato “beccato” con la nostra linea VOS KIDS: sono soddisfazioni uniche!

Quali sono le icone di stile alle quali vi ispirate?
Mirco: Io personalmente non ho icone di stile perché penso di poterla rappresentare io stesso, per me stesso.
Dario: da ex cestista ho sempre guardato e ammirato MJ… per come era nel campo e alla vita imprenditoriale. Un esempio di tenacia, resilienza e fame di vittoria.

Descrivetevi con un solo aggettivo.
Mirco: Determinato
Dario:
Creativo

 

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Intervista a Ninì Tirabusciò: oltre le gambe c’è di più https://www.waitfashion.com/intervista-nini-tirabuscio-oltre-le-gambe-ce-piu/ https://www.waitfashion.com/intervista-nini-tirabuscio-oltre-le-gambe-ce-piu/#respond Wed, 10 Jun 2020 08:56:48 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=81936 49,5% = Donne con un posto di lavoro stabile 19,3% = Donne a capo del governo nei paesi europei (ciò vuol dire solo 6 paesi su 31) 27%!!! = Donne che ricoprono ruoli nell’ambito politico in Italia Luca è l’ideatore di un brand che […]

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49,5% = Donne con un posto di lavoro stabile

19,3% = Donne a capo del governo nei paesi europei (ciò vuol dire solo 6 paesi su 31)

27%!!! = Donne che ricoprono ruoli nell’ambito politico in Italia

Luca è l’ideatore di un brand che guarda oltre le gambe di una donna e ci dimostra come a tutto c’è un’alternativa e un modo di pensare diverso da quello dominante. Con il suo brand streetwear Ninì Tirabusciò è come se Luca in un certo senso prendesse queste percentualirestituisse loro un nuovo significato.

Quale differenza c’è tra un uomo e una donna quando paragoniamo le loro capacità e competenze? A mio parere solo le loro abilità appunto, a prescindere dal sesso, a prescindere se stanno indossando una gonna o un pantalone.

Ninì Tirabusciò è un brand che non fa differenze. Un brand libero dal profumo salato e irresistibile proprio come le onde del mare della riviera Adriadica dove nasce. Un brand che prende in prestito il nome di una donna rivoluzionaria che utilizza la sola arma dell’ironia per mettere in discussione l’epoca nella quale vive.

Ninì ci dimostra come basterebbe pochissimo per cambiare le cose e proporre un’alternativa inclusiva capace di distruggere tutte le differenze. Ninì non ci sta nel riproporre con i suoi vestiti stereotipi, luoghi comuni o convenzioni. Ninì ci apre lo sguardo e ci mostra come vivere in un mondo di uguaglianza è oggi più che possibile. 

Il brand Ninì Tirabusciò con la sua linea di abbigliamento street unisex dall’anima skate, ribalta l’ordine delle cose e trova il coraggio di cambiarle secondo la sua personale visione del mondo.

La prima cosa che non ho potuto fare a meno di notare è l’attenzione di Ninì al lato femminile che, nel mondo dello skate, è spesso dimenticato o non considerato. Già solo dal nome del brand gli viene restituito il potere e la forza che si merita. Da dove nasce la scelta di valorizzare la presenza femminile in una cultura che nell’immaginario comune è dominata dagli uomini?

L’attenzione di Ninì Tirabusciò al lato femminile nasce dall’esigenza di uscire dallo stereotipo comune dello skater come maschio alpha. In realtà l’intenzione è quella di creare, per la prima volta in Italia, un brand unisex adatto in egual modo a tutti i generi, senza nessuna distinzione sessuale, rompendo i canoni odierni del mondo skate.

Ancora oggi, in Italia, ci sono delle realtà skate fin troppo selettive sotto questo punto di vista, cosa che nel resto del mondo è già abbastanza superata.

Ogni capo della nostra collezione, invece, è pensato per poter essere indossato da chiunque voglia e non in base al sesso. La presenza femminile costante nelle nostre foto e video, è dovuta proprio a questo.

Raccontaci un po’ di te e della tua vita. Cosa ti ha portato ha cucire dentro t-shirt e felpe la tua grande passione per lo skate?

Nei primi anni ’90, quando ho iniziato vivere in modo concreto questa realtà, compravo riviste e video molto rari e facevo molta ricerca nel trovare materiale che in Italia era introvabile.

Ammiravo nei primi video girati dagli skaters professionisti, tutto quello che girava intorno a questa realtà. La cosa che mi ha colpito di più dello skate è che viene praticato in strada, influenzando in modo importante l’abbigliamento di chi lo pratica.

Oltre ai trick, una delle cose che mi incuriosiva di più era proprio il modo di vestire, tanto che da piccolino con i miei amici skaters, decoravo magliette neutre con i pennarelli perché volevo personalizzare il nostro stile. Mi piace trasmettere tramite la linea che creo, quello che ho trascorso dagli anni ’90 ad oggi con tutte le sue sfumature.

Il luogo in cui hai vissuto come ha influenzato chi sei e come ti vedi oggi?

Quello che mi ha influenzato del luogo in cui vivo è sicuramente il fascino della riviera adriatica, che è uno dei fili conduttori predominanti delle collezioni del brand. Ha avuto grande importanza nella mia ispirazione la vita notturna nei club, di cui la costa è regina indiscussa.

Questo rende le città che la popolano delle vere e proprie “metropoli balneari”, in cui si fonde la vita da strada propria delle grandi realtà, con quella delle cittadine di mare, creando un’atmosfera metropolitana sulla costa. Ma anche lo splendido paesaggio fatto di palme, albe e tramonti mozzafiato.

Un’immaginario erotico sposa una cultura underground che non ha paura di sfidare le convenzioni e il potere dominante, proprio come il nome dell’attrice che identifica e racconta la storia del brand. Se dovessi dirmi cos’è Ninì Tirabusciò in tre parole quali sceglieresti?

NINI IS ON. A parte gli scherzi Ninì Tirabusciò non è descrivibile in sole tre parole 😉

Come nasce l’idea di associare un brand di abbigliamento per skaters alla storia di una donna rivoluzionaria e coraggiosa che riesce ad affrontare con ironia e intelligenza i tempi maschilisti e rigidi nei quali vive?

Maria Campi, con la sua mossa e il suo erotismo, ha dato una scossa alla mentalità chiusa e rigida dei suoi tempi.

Ninì Tirabusciò oggi vuole rompere gli schemi creando un’ambiguità che serve a far capire al nostro pubblico che anche la donna può indossare capi che sono stati sempre considerati “da uomo” e viceversa.

Tantissimi sono i brand streetwear che vestono e danno uno stile a questa particolare sottocultura underground. In cosa pensi che Ninì Tirabusciò si riesca a distinguere da tutti gli altri?

Ninì nasce come un brand legato indissolubilmente al mondo skate senza però identificarsi solo in esso.

Si distingue dagli altri brand che vestono questa sottocultura, per un’ attenzione molto marcata a quello che è il mondo del fashion.

Vorrei che in Italia, come nel resto del mondo, questa identificazione nella moda venga vista dagli skaters come una cosa del tutto attuale e non come uno “scontro”. Inoltre, le ispirazioni che costruiscono le collezioni, sono proprie della nostra zona, quindi uniche e inimitabili.

Quali sono gli altri riferimenti, ispirazioni musicali o artistiche che hanno contribuito a far nascere il tuo brand?

Sicuramente la passione per la club culture degli anni 90 della riviera adriatica, essendo stato un frequentatore di discoteche House. Questa è una delle influenze più forti. Molto viene anche dalla black music (rap e derivati) che è stato il primo genere musicale a cui mi sono approcciato.

Comunque tutto ciò che è musica può diventare una fonte di ispirazione nelle collezioni. Come si nota nei nostri video, la musica spazia in tutti in generi.

L’amore tutti i giorni. Una frase semplice che ha però un bellissimo significato. Se l’amore viene confuso troppo spesso con il nostro bisogno di essere amati, come il video del brand racconta, cos’è per te l’amore?

Ho voluto inserire nel video tutto ciò che amo (skate, musica, filming, moda, donne, belle location) e che amo fare tutti i giorni della mia vita. Quindi è come se facessi l’amore tutti i giorni con le mie passioni.

L’amore è la cosa più bella del mondo. Ringrazio Luca e il team di Ninì per un’intervista che credo vada oltre la bellezza e l’unicità di un brand fashion.

Se sei anche tu sempre alla ricerca di un modo nuovo di raccontare le cose non puoi perderti il numero di Vogue di questo mese dove i contenuti del magazine sono guardati con gli occhi dei bambini.

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Intervista a Lisa Borgiani: quando una domanda rivela chi sei https://www.waitfashion.com/intervista-lisa-borgiani-domanda-rivela/ https://www.waitfashion.com/intervista-lisa-borgiani-domanda-rivela/#respond Thu, 28 May 2020 07:18:56 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=80145 Giorgina, disoccupata, Piazza Syntagma, Atene, 2019. L’Europa è LA GENTE E mi chiedo: come reagisce l’espressione di un volto davanti a una domanda inaspettata? Abbiamo sempre tutto programmato, da quando ci svegliamo a quando chiudiamo gli occhi la sera prima […]

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Giorgina, disoccupata, Piazza Syntagma, Atene, 2019. L’Europa è LA GENTE

E mi chiedo: come reagisce l’espressione di un volto davanti a una domanda inaspettata?

Abbiamo sempre tutto programmato, da quando ci svegliamo a quando chiudiamo gli occhi la sera prima di andare a dormire. Sappiamo esattamente ogni giorno cosa faremo, chi incontreremo e quali eventi dovremo affrontare. Tutto questo ci dà un grande senso di sicurezza. È un modo con il quale affrontiamo la vita nella speranza di allontanare il più possibile quella sensazione di ansia provocata da situazioni nuove e impreviste.

In poche parole organizziamo e pianifichiamo a tavolino la nostra vita come dei veri e propri soldatini e la motivazione sapete qual è? È perché abbiamo una paura incredibile di ciò che non conosciamo, dell’inaspettato. Sempre troppo controllati, impegnati a condurre la nostra vita esattamente come avevamo deciso, ci dimentichiamo che il bello succede proprio nei momenti che nessuno riesce o riuscirà mai a prevedere.

A volte tutto parte da una semplice domanda inaspettata che ti scombussola la giornata. Mi è sempre piaciuto pensare che, proprio come quelle domande più spontanee, che escono dalla bocca senza avere nemmeno il tempo di pensarle, anche l’obiettivo dei fotografi è una sorta di domanda. E provateci a pensare, le fotografie più belle sono proprio quelle spontanee scattate prendendoci alla sprovvista, proprio come quando ci coglie di sorpresa una domanda che non avevamo previsto.

Michael, un berlinese, Berlino, 2019. L’Europa è IN PERICOLO

La ricerca di Lisa Borgiani è proprio quella di andare a spezzare, anche solo per pochi secondi, la routine e la vita programmata delle persone. Una piccola domanda scatenerà la reazione di un volto impresso per sempre nello scatto di Lisa.

Immaginate di stare passeggiando per le vie della vostra città, siete seduti al bar a bere un caffé o andate di fretta verso il vostro ufficio. A un certo punto una persona incrocia la vostra strada, mentre siete intenti a portare a termine quello che vi eravate messi in testa di fare, questa persona vi ferma con cortesia e vi chiede: What is Europe to you?

Ecco cosa ha fatto l’artista Lisa Borgiani. Con la sua macchina fotografica entra di sorpresa nelle nostre vite e crea un vero e proprio reportage di volti che abitano le capitali europee. Abbiamo deciso di intervistare Lisa e di scoprire cosa l’ha spinta a entrare nella vita degli europei con una sola e semplice domanda.

Artem, receptionist, Parco Nord, Milano, 2020. L’Europa è COMUNICAZIONE

Lisa Borgiani, classe 1979,  fotografa e artista dalla visione fluida e aperta, se dovessi trovare una parola che identifichi il tuo lavoro creativo (posto che una sola parola riesca a contenere un lavoro artistico) quale sarebbe?

Ricerca.

Raccontaci un po’ della tua vita, del tuo percorso, insomma come sei arrivata a capire quello che avresti voluto essere per tutta la vita?

Credo che la scelta di essere artista o fotografo sia abbastanza inconscia e casuale inizialmente (forse come tante altre professioni). Poi, quando ti rendi conto di non poter più fare a meno di osservare e raccontare le cose e le persone che ti circondano nel modo in cui le vedi… è già tardi!

Ho iniziato a fotografare quando ero molto giovane, mi appassionava in particolare il reportage. La mia prima vera reflex, una Nikon FM2 è stato per me un sogno. Ho seguito diversi corsi di sviluppo e stampa in camera oscura, ho comprato tutta l’attrezzatura necessaria trascorrendo tantissime notti insonni… Vedere lentamente apparire dal nulla l’immagine che avevo scattato era la cosa più bella, così come quella di sperimentare la luce e le mascherature in camera oscura.

Mi è sempre piaciuto provare tecniche diverse e un grande insegnamento che ho ricevuto è stato quello di studiare il manuale della mia macchina fotografica. Poter comandare il mezzo e sfruttare le sue potenzialità è un vero vantaggio: una volta che l’utilizzo è diventato naturale potevo così concentrarmi sui miei soggetti. Ho iniziato a fotografare le persone, poi le architetture e me stessa: quante scoperte!

Negli anni ho poi seguito un percorso più artistico, prima il collage, poi le installazioni, cercando di tenere sempre esercitato il mio sguardo: i miei racconti fotografici (e talvolta video) non si sono mai fermati: in Bosnia, in sud America, in Israele, negli Stati Uniti, in Europa…

Michael, un berlinese, Berlino, 2019. L’Europa è IN PERICOLO

Il tuo sito web dà molto spazio alle tue installazioni, tutte, mi sembra di aver notato, hanno a che fare con il concetto e l’idea di rete. Una delle prime domande che quindi vorrei subito farti è che cosa sono e cosa rappresentano le tue reti?

Come accennavo prima il mio percorso creativo è stato molto vario. Dal 2015 infatti ho sentito il bisogno di riportare in tre dimensioni gli elementi che inserivo nei miei collages immaginati sempre con materiali leggeri e flessibili e quindi mobili nello spazio. Per due anni ho sperimentato l’affascinante mondo della spirale costruendole in materiale plastico e creando diverse installazioni negli ambienti naturali (Ponte di Veja a Verona, parchi etc…), e in quelli architettonici (edifici industriali, architetture storiche, spazi urbani…). Con grande orgoglio dal 2017 la mia installazione mobile “Onde di luce” composta da 9 spirali alte fino a 17 metri, è esposta in modo permanente all’ospedale San Raffaele di Milano.

Successivamente ho cominciato a sperimentare un materiale diverso che mi consentisse di creare la forma mantenendo la trasparenza. E soprattutto che fosse leggero e flessibile: la rete mi consente di costruire la forma in dialogo con le architetture attraverso l’utilizzo di punti di tensione già presenti nello spazio. Ho iniziato così il mio studio e percorso di ricerca tra installazione mobile e architetture, in particolare quelle razionaliste (Villa Leoni, Casa A per artisti di Pietro Lingeri). Insieme all’architetto Alessandro Colombo abbiamo presentato il paper “Lo spazio razionale dell’arte. Pietro Lingeri e le installazioni di Lisa Borgiani” pubblicato sulla rivista “The International Journal of Art and Art History” che pone alcune riflessioni e studi sull’utilizzo delle mie installazioni per una possibile riqualificazione urbana e per il recupero di edifici abbandonati. Qui potete vedere i lavori.

Cosa ti ha portato dal creare installazioni collaborando con architetti e ricercatori a intraprendere un reportage fotografico incentrato sul tema del sentimento europeo?

Da tempo porto avanti contemporaneamente i miei due progetti: quello delle installazioni è il mondo che immagino, invento e costruisco, l’altro, quello della fotografia, è il mondo che incontro e fotografo per la strada.

Credo che la cosa che accomuna questi due lavori sia la spontaneità: infatti le installazioni vengono realizzate direttamente sul posto attraverso una forma che continua a cambiare perché strettamente legata allo spazio esistente, quasi come una performance improvvisata (da qui il titolo della serie di installazioni “L’imprevisto incontra il razionalismo”).

Anche il reportage è un mezzo diretto per cogliere il sentimento delle persone in quell’istante imprevisto. Ho svolto diverse ricerche con università italiane e americane nel campo digitale e, soprattutto in questo momento, trovo interessanti questo tipo di collaborazioni e l’interazione tra il mondo umano e quello digital. È importante mantenere un equilibrio.

Alberto, pensionato, Cimitero Monumentale, Milano, 2020. L’Europa è REALTÀ ASSOLUTA

Qual è la storia che volevi raccontare attraverso le fotografie “What is Europe to you”?

Ho sentito il desiderio di fotografare i cittadini europei creando un legame e un dialogo tra ritratto e parola attraverso una sola domanda.

Perché partire proprio da Atene per iniziare il tuo viaggio nelle capitali Europee?

L’anno scorso ho accompagnato la giornalista Marta Ottaviani durante il suo viaggio di lavoro ad Atene in occasione delle elezioni parlamentari. Da qui è nata l’idea di fotografare le persone per strada porgendo a tutti la stessa domanda: What is Europe to you? I due ritratti che scatto in sequenza e in risposta a questa domanda (insieme alla parola chiave che riassume la loro idea di Europa) sono il risultato di questo lavoro.

Le altre città sono state Berlino nel trentennale della caduta del muro e Milano poco prima del lock-down Covid-19. I volumi pubblicati sono consultabili sul sito Whatseurope. Le prossime tappe saranno Roma, Bruxelles, Londra e Dublino, Parigi, Vienna etc…

Maria, difensori dei diritti, Piazza Duomo, Milano, 2020. L’Europa è SPERANZA

Quali sono i tuoi riferimenti artistici, ispirazioni che ti hanno fatto innamorare della fotografia e del mondo dell’arte?

Amo i fotografi americani, nessuno ha raccontato l’America come hanno fatto Robert Frank, William Eggleston, Lee Friedlander. Ho diversi cataloghi di Edwuard Steichen e ho seguito in tutta Europa le mostre di William Klein. Le loro fotografie sono immortali, sia per la bellezza e l’unicità delle immagini ma anche per i temi che hanno affrontato.

È bello sfogliare i loro libri a distanza di anni e imparare sempre cose nuove. Gli artisti che ho seguito di più sono Christian Boltansky, Anselm Kiefer, adoro anche il fantastico mondo di Calder. Altri riferimenti artistici sono alcuni registi (ad esempio il geniale Wes Anderson), scrittori (Giorgio Scerbanenco, Etgar Keret, Eshkol Nevo…) ma anche musicisti (a seconda del momento) e architetti (ad esempio Moshe Safdie).

Gizela, ambulante, Mitte, Berlino, 2019. L’Europa è COMPAGNIA

Mi sono sempre chiesta cosa spinge un fotografo a scegliere determinati soggetti piuttosto che altri, soprattutto quando sceglie di imprimere per sempre su una fotografia dei volti.

Credo si tratti di un mix tra curiosità, intuizione, sguardi ed empatia. Per me è come se fossero i soggetti a chiamarmi e io non posso evitare di fotografarli: cerco solo di catturare quei momenti di forte intimità che si creano. E mi chiedo: come reagisce l’espressione di un volto davanti a una domanda inaspettata?

A questo punto vorrei chiederti io What is Europe to you?
Per me l’Europa sono i volti di tutte le persone che fotografo, i loro sentimenti, il contesto in cui vivono e lavorano. Mi piacerebbe rappresentare tutto questo.

Benjamin, web designer, Berlino, 2019. L’Europa è COMUNITÀ

Se sei un appassionato di fotografia e credi nel loro potere non puoi perderti l’articolo su Come la fotografia salva la vita: Photographs for the Trussell Trust.

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Il romanticismo italiano di Amotea. Intervista alla designer Diletta Amodei https://www.waitfashion.com/romanticismo-italiano-amotea-intervista-alla-designer-diletta-amotei/ https://www.waitfashion.com/romanticismo-italiano-amotea-intervista-alla-designer-diletta-amotei/#respond Thu, 14 May 2020 13:51:09 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=77154 Amotea, un universo intimo e personale permeato da un romanticismo brioso, spigliato e da una forza femminile intensa e consapevole. Leggerezza e romanticismo si fondono con una sensualità raffinata, fresca e spensierata. Oggi abbiamo intervistato la designer Diletta Amodei che con il suo […]

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Amotea, un universo intimo personale permeato da un romanticismo brioso, spigliato e da una forza femminile intensa e consapevole. Leggerezza e romanticismo si fondono con una sensualità raffinata, fresca e spensierata.

Oggi abbiamo intervistato la designer Diletta Amodei che con il suo brand Amotea, traduce alla perfezione quella che è  la sua visione romantica della moda proponendo così, un guardaroba moderno in cui passato e futuro sono capaci di mescolarsi in abiti e accessori per occasioni speciali grazie a capi contemporanei, ma allo stesso tempo ricchi di memoria. 

 

“Ciao Diletta! è un piacere poter scambiare quattro chiacchiere con te.
Il brand Amotea è ispirato dal tuo nome corretto? Com’è cominciato tutto?”

Il piacere è mio , grazie a voi per l’opportunità. Il nome del brand nasce da una crasi tra il mio cognome, Amodei, e il nome “Tea”, che avrei dato a una figlia femmina. Ho avuto tre figli maschi.

 

“Vivi a Roma. È stata una scelta lavorativa o personale? Da dove vieni?”

Roma è la città dove vivo e dove sono nata. Sono romana doc, anche i miei genitori e i miei nonni sono romani. L’arte, l’architettura e la cultura di questa città sono una grande ricchezza per me, oltre che la principale fonte d’ispirazione.

“La situazione attuale di quarantena per il mondo dei creativi può essere limitante. Come vivi la tua routine e come gestisci il tuo lavoro?”

In realtà mai come in questo momento si riesce a trovare il tempo di fare ricerca, di dedicarsi maggiormente alla parte creativa di questo lavoro, che poi è il cuore dell’attività di un designer. Io cerco di organizzare il mio tempo dividendomi tra la gestione dei miei figli alle prese con la didattica a distanza, le call e i meeting su zoom con il mio team, e le strategie di comunicazione, press office e pr, dedicandomi a tutto ciò che in questo momento si può fare in attesa che riparta la filiera produttiva. Attendo fiduciosa.

 

“Come definisci il tuo stile? Da dove viene l’ispirazione per le tue collezioni?”

Lo definirei “Easy couture”, e cioè un idea di couture più easy, fresca, versatile, contemporanea. L’ispirazione nasce dai classici del passato rivisitati in una chiave moderna. Il romanticismo rimane comunque il filo conduttore delle collezioni.

“Quali sono le icone di stile che più ti rappresentano?”

Donne di grande personalità con eleganza innata, libere, cosmopolite, un po’ ribelli, per citarne alcune, Jane Birkin, Carolina di Monaco, Jackie Kennedy, Bianca Jagger.

 

“Quali sono stati i momenti più soddisfacenti per la tua carriera?”

Dare vita a un brand che rispecchi la mia passione per il prodotto, vedere una mia idea prender vita e il materializzarsi del mio processo creativo.

“Come ti approcci agli influencers? Lavori spesso con loro?”

La scelta di persone con cui collaborare nasce dal legame con donne che incontrano la mia idea di prodotto e lo sanno raccontare. Io ho una visione globale e contemporanea dove non ci sono piramidi: lo stile e il suggerimento di ognuna dona qualcosa ad Amotea. Più che influencer io preferisco parlare di una Crew che condivida con il brand valori, filosofia e mood. Con questa crew lavoro costantemente assieme per allargare la possibilità che altre persone conoscano gli abiti Amotea.

 

“Chi è la donna Amotea?”

La donna Amotea è una romantica contemporanea: vive nelle grandi città di tutto il mondo, all’interno di una rete di conoscenze cosmopolite, dove ci sono molte occasioni di gala, cocktail e feste esclusive. È una donna poetica quanto grintosa, sofisticata quanto sensuale. Il suo guardaroba è fatto di abiti firmati, ispirati a una eterea idea di bellezza, con silhouette senza tempo, perfette per farla sentire e apparire unica.

“A quale pubblico si rivolge maggiormente il tuo prodotto?”

A donne sofisticate che desiderano un prodotto ricercato ed eccezionale, che sia tramandato di generazione in generazione e vestito nel quotidiano contemporaneo, romantico e post moderno. Timeless ma di tendenza.

 

“Hai mai pensato di intraprendere delle collaborazioni con altri brand?”

Credo nella visione unica che porto avanti con ogni nostro design. Se le collaborazioni comprendessero altri brand o capi che indosserei anch’io e con i quali condivido il gusto e lo stile perché no, lo valuterei.

“Che progetti hai per il futuro? Sia prossimo sia lontano.”

Focalizzarmi a far crescere ed espandere un’azienda sana, con un prodotto che renda orgogliosi noi, chi lo produce e chi lo acquista, cercando di avere un impatto nel mercato della moda.
Nel prossimo futuro, a breve la nostra collezione di tee fatta con la disegnatrice Ann Degnbol, i cui proventi andranno alla comunità di Sant’Egidio.

 

“Nello specifico, raccontaci come è nasce la collezione SS20, quale tema principalmente la caratterizza?”
La collezione SS20 nasce dallo studio di moulage e volumi che derivano dalla costante ricerca della couture, e da tutto l’immaginario che ha reso memorabile Roma dal secolo scorso ad oggi.


“Amotea punta molto ai dettagli e alla lavorazione a mano. Quanto è importante il Made In Italy in un prodotto come questo?”

E’ di primaria importanza per me. Abbiamo puntato molto sulla selezione dei tessuti e dei dettagli, avvalendoci della collaborazione con aziende d’eccellenza che creano per noi accessori custom; abbiamo preservato la relazione con i nostri laboratori anche in questo periodo perchè il Made in Italy sono loro: Monica, Beatrice, Gianluca,tutte le persone che curano personalmente gli abiti Amotea, dalla modellistica alla confezione.

 

“Ho notato una grande cura dell’immagine: non solo dal punto di vista del prodotto, ma anche della comunicazione social e degli shooting da cui traspare il forte romanticismo che caratterizza il brand.”

Non c’è separazione tra immagine e prodotto. Vi è la stessa cura. Inoltre oggi abbiamo molti mezzi in più per raccontare il mondo che vogliamo rappresentare, per mezzo dello ‘storytelling’ : una comunicazione creativa e persuasiva attraverso la quale veicolare messaggi che evocano un’identità, in questo caso è la mia. Un’immaginario romantico che condivido con fotografi e stylist che lo interpretano.

“Cos’è per te l’amore? E secondo te, come è cambiato questo sentimento nel corso degli ultimi anni?”

L’amore per me è il motore di tutto, e’ la legge che governa l’universo. Sempre è esistito e sempre esisterà. Secondo me non è cambiato l’amore nel corso degli anni sono le modalità di dimostrarlo a essere cambiate, con l’evolversi della società. Non riesco a immaginare una vita senza amore, sono un inguaribile romantica.

 

Anche tu, come noi ti sei innamorata di Amotea?
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L’intervista ai fondatori di ROD Almayate, l’irriverente brand di gioielli https://www.waitfashion.com/lintervista-ai-fondatori-rod-almayate-lirriverente-brand-gioielli/ https://www.waitfashion.com/lintervista-ai-fondatori-rod-almayate-lirriverente-brand-gioielli/#respond Tue, 12 May 2020 10:00:22 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=77474 Originalità, irriverenza, artigianalità: Questo è ROD Almayate, il brand che trasforma gli oggetti di uso quotidiano in accessori Made in Italy. Dopo avervi parlato dell’innovativo brand di gioielli ROD Almayate, abbiamo fatto qualche domanda ai due fondatori, il designer Roberto […]

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Originalità, irriverenza, artigianalità: Questo è ROD Almayate, il brand che trasforma gli oggetti di uso quotidiano in accessori Made in Italy.

Dopo avervi parlato dell’innovativo brand di gioielli ROD Almayate, abbiamo fatto qualche domanda ai due fondatori, il designer Roberto Ferlito ed il fotografo Diego Diaz Marin, per svelarci alcune curiosità in più sulla loro linea.

Ciao Diego, ciao Roberto, grazie per la disponibilità, è un piacere scambiare due chiacchiere con voi. Partiamo dall’inizio, com’è nata la vostra collaborazione? Avete sempre avuto un’estetica così affine?

Per noi è qualcosa di molto naturale, perché stiamo insieme da 13 anni, e la nostra estetica l’abbiamo sviluppata insieme in forma progressiva, lungo gli anni l’abbiamo creata insieme. Ed è bellissimo tanto per Roberto come designer come per me come fotografo, perché tutto parla la stessa lingua.

Vi siete trasferiti in Spagna ed avete fondato ROD Almayate. In cosa vi siete voluti differenziare rispetto al brand precedente, Schield?

Per noi era molto importante essere liberi, tanto per la parte creativa come commerciale.
La grande differenza con SCHIELD è che siamo davvero noi stessi nello stato più puro, ed eliminando tutti gli intermediari, siamo finalmente in contatto diretto con il cliente.
Questo contatto diretto, senza intermediari, ha reso possibile diminuire il prezzo finale tantissimo, mantenendo l’altissima qualità del MADE IN ITALY.

Quando nascono le vostre idee? Qual’è la vostra più grande fonte d’ispirazione?

Le nostre idee nascono sempre in forma quotidiana e spontanea, sempre nel momento più inaspettato, tipo “ma se facciamo questo….?”
Questo è un altro vantaggio di questo nuovo modello di marchio, perché noi non abbiamo date che ci obbligano a seguire il calendario ufficiale, lanciamo modelli nuovi solo quando ci va di farlo.

Rappresentate spesso oggetti di uso quotidiano, com’è nato questo desiderio di trasformarli in gioielli?

Per noi è una delle cose che ci diverte di più, rendere preziosi oggetti politicamente scorretti o del quotidiano…. Nasce sempre sotto forma di scherzo….tipo “ma se facciamo questo?” “noooo, non può essere”…. e alla fine si fa, perché ci piace tantissimo.

Le campagne pubblicitarie sono molto forti e d’impatto. A cosa è dovuta la scelta di temi così provocatori?

Le immagini di Diego sono cosi, infatti se vedete le sue foto artistiche, dove non ci sono gioielli o moda sono ancora più di impatto (www.diazmarin.com), per lui è l’unica forma di farlo.
Una forma di fotografia che viene da dentro, dall’anima….
Per lui è sempre super importante rappresentare una donna forte e libera, che non si preoccupa di quello che dicono gli altri…. E questa filosofia si sposa perfettamente con i nostri gioielli.

Sempre parlando di fotografia, il turchese è molto presente negli scatti di Diego.
A cosa è dovuta la scelta di una palette cromatica così precisa e ricorrente?

Questa scelta è il cielo della COSTA DEL SOL, un desiderio ricorrente nella testa di Diego, ed ora che finalmente abbiamo la base lì, nella Costa del Sol, ci piace tantissimo, perché c’è sempre un blu ed un’ intensità di cielo super speciale.

Durante il periodo di lockdown, come è stato influenzato il processo creativo e, di conseguenza, il vostro lavoro?

E’ stato un periodo dominato dall’incertezza, perché la nostra azienda di produzione è in Italia, ed era chiusa, perciò con preoccupazioni, però allo stesso momento molto creativo a livello artistico… Perché Diego si è concentrato nel fare un libro sulla sua fotografia, e Roberto a dipingere…. Praticamente in fare arte per poi sviluppare l’area ROD GALLERY, dove sono in vendita pezzi esclusivi di arte.

ROD Gallery è un altro bellissimo progetto che avete intrapreso, a cosa è dovuta questa decisione? State riscontrando feedback positivi?

Per noi, ROD GALLERY, era un sogno che stava nel cassetto da tanto tempo, il fatto di dare importanza alle immagini come forma di arte o arredamento.
Perché nella galleria si possono comprare delle immagini artistiche esclusive ed in serie limitata di 7, perciò mantengono il valore di pezzo unico nel mondo dell’arte. E pensiamo che sia bellissimo poter arredare casa con delle immagini esclusive, perché per noi questo avvicinamento all’arte è qualcosa di molto importante.
Si, abbiamo avuto delle vendite di immagini a gente davvero importante, fin dal primo momento… Perciò siamo molto felici con i feedback.

Quali sono i vostri progetti per il futuro a breve e lungo termine?

Il nostro progetto è quello di continuare creando in forma libera, e ci piacerebbe far crescere sempre di più la parte di ROD GALLERY, come progetto a lungo termine magari creare una GALLERIA d’arte ROD fisica in qualche parte del mondo… Sicuramente qua nel mare a MALAGA, perché Malaga, dove viviamo, è in un momento di crescita molto importante nel mondo dell’arte contemporanea…. Con l’apertura del Centre Pompidou Malaga, museo Picasso, CAC, Thyssen…. etc…

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Intervista a Chiara Cascella, la fondatrice del beauty brand Espressoh https://www.waitfashion.com/intervista-chiara-cascella-la-fondatrice-del-beauty-brand-espressoh/ https://www.waitfashion.com/intervista-chiara-cascella-la-fondatrice-del-beauty-brand-espressoh/#respond Mon, 11 May 2020 14:31:27 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=77178 Oggi scambiamo quattro chiacchiere con Chiara Cascella, la fondatrice di Espressoh, un beauty brand made in Italy che ha come caratteristica l’inconfondibile aroma del caffè.    “Ciao Chiara, grazie mille per aver accettato il nostro invito. Ci racconti in breve […]

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Oggi scambiamo quattro chiacchiere con Chiara Cascella, la fondatrice di Espressoh, un beauty brand made in Italy che ha come caratteristica l’inconfondibile aroma del caffè. 

 

“Ciao Chiara, grazie mille per aver accettato il nostro invito. Ci racconti in breve di te e di come, due anni fa, hai creato Espressoh?”

“Dopo aver terminato gli studi ho iniziato per caso a lavorare in L’Oreal e da lì è nata la passione per il mondo del beauty. Lavorando a Parigi come global project Manager ho avuto modo di osservare da vicino il grande cambiamento in corso nel mondo del beauty e l’esplosione del fenomeno dei brand indipendenti. Dopo un periodo di osservazione e studio mi sono resa conto che nel mercato del make-up mancava un ritorno alla semplicità ed un brand indipendente 100% Italiano. E così mi sono lanciata.”

 

“Qual è stato il primo prodotto che avete lanciato?” 

“Il primo prodotto che abbiamo lanciato è stato il rossetto, d’altra parte è anche il primo prodotto a cui si pensa quando si parla di make-up!

“Quali sono secondo te le caratteristiche che un  cosmetico deve assolutamente avere?”

Un cosmetico secondo me deve essere semplice nell’utilizzo, fare bene quel che promette di fare, ma anche essere versatile nell’utilizzo, genderless. Last but not least essere esteticamente accattivante da tenere in borsa o sulla mensola del bagno ;)”

 

“Dove trovi ispirazione per i nuovi prodotti?” 

“Osservando le ragazze intorno a me e dai viaggi.”

 

“Quali sono i beauty trend che vanno per la maggiore?”

“Sicuramente più attenzione alla cura della pelle e quindi un make-up più naturale e più leggero, super glow!”

“Siete molto trasparenti sulla composizione dei vostri prodotti ed è evidente un’attenzione alla sostenibilità. Cosa consiglieresti ad un consumatore che vuole essere più responsabile sotto questo punto di vista?”

“In questo caso come per l’acquisto di qualsiasi altra cosa, consiglio di informarsi e di fare un minimo di ricerca prima e di capire cosa sta veramente dietro alle varie “etichette” green, organic, clean, etc. Noi abbiamo deciso di evitare queste etichette perché nella maggior parte dei casi le riteniamo esclusivamente degli strumenti marketing, ma offriamo totale trasparenza per tutto quello ciò che riguarda le nostre formule e la produzione.”

 

“Sul sito di Espressoh c’è la sezione “oh.Bar”, un blog non solo di beauty ma anche di lifestyle e moda. Come mai questa scelta? “

“Il nostro obiettivo non è solo quello di vendere cosmetici ma anche quello di creare una community che giri attorno ad Espressoh, oh.Bar è pensato proprio come il bar in cui sedersi e fare “gossip”.”

 

“Hai mai pensato di collaborare con altri brand? 

“No ad oggi no. Essendo Espressoh ancora in una fase di definizione non vorrei legarlo a nessun altro brand per cercare di continuare costruire un’immagine che sia ben riconoscibile ed identificabile.”

“Come vedi Espressoh fra 5 anni?”

“Non mi piace pensare a lungo termine, in generale l’obiettivo è quello di farlo diventare un brand beauty riconosciuto a livello internazionale ma preferisco sempre pensare e concentrarmi sul presente.

 

“Che consiglio daresti ad un/a giovane imprenditore/trice che volesse partire oggi da zero con un’azienda di beauty?”

“Fatelo se avete ben chiaro quale sia il target al quale vi rivolgete e un’idea di branding forte e unica.”

 

Tutti i prodotti Espressoh sono acquistabili online e in Rinascente a Milano. Per news e info visitate le loro pagine Instagram  e Facebook.

 

 

Se sei un appassionato di beauty guarda anche l’articolo su Glossier!

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The Last Dance: finalmente disponibile su Netflix il documentario su Michael Jordan e i Chicago Bulls https://www.waitfashion.com/the-last-dance-finalmente-disponibile-netflix-documentario-michael-jordan-chicago-bulls/ https://www.waitfashion.com/the-last-dance-finalmente-disponibile-netflix-documentario-michael-jordan-chicago-bulls/#respond Fri, 24 Apr 2020 19:39:03 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=74475 Dalla mezzanotte del 20 Aprile sono finalmente disponibili, su Netflix, i primi due episodi del documentario su Michael Jordan, “The last dance”. L’uscita prevista per Giugno, dopo le finali NBA, è invece stata anticipata data la pandemia ed il lockdown […]

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Dalla mezzanotte del 20 Aprile sono finalmente disponibili, su Netflix, i primi due episodi del documentario su Michael Jordan, “The last dance”.

L’uscita prevista per Giugno, dopo le finali NBA, è invece stata anticipata data la pandemia ed il lockdown mondiale, grazie alle richieste dei fan, accolte da Nexflix ed ESPN, famosa emittente televisiva.

La Docu-serie, suddivisa in 10 episodi, racconta dell’impresa compiuta dai Chicago Bulls nel corso del 1997 e del 1998, anni in cui si aggiudicano il titolo nazionale.

A quel tempo venivano considerati storia in movimento e paragonati ad una Rock Band, in quanto a popolarità, caratterizzata dalle particolari personalità di Scottie Pippen e Dennis Rodman, (specialmente di Dennis Rodman) dove Michael Jordan faceva da front man.

La magistrale regia di Jason Hehir ed un esclusivo footage concesso dal coach Phil Jackson e da MJ in persona donano alle riprese un valore aggiunto, difatti una troupe ha avuto l’onore di seguire e riprendere tutte le vicende della squadra in prima persona, per un intero anno, tutto ciò rende più che obbligatoria la visione di questo capolavoro.

Oltretutto, nel corso di un anno, il regista ha anche intervistato esattamente 106 persone, tra cui gli ex presidenti degli stati uniti Barack Obama e Bill Clinton.

“The Last Dance” ha infatti ha generato numeri altissimi di spettatori, si parla di 6.3 milioni per il primo episodio e 5.8 milioni per il secondo, stime assolutamente prevedibili, dato tutto l’hype creato nei mesi di attesa ed un cast d’eccezione.

Per ora siamo a conoscenza  solo del 20% di quest’opera ed è quindi un po’ preso per trarre delle conclusioni, ma siamo sicuri del fatto che questa Docu-serie abbia tutte le carte in regola per entrare a far parte dei Documentari sportivi più belli della storia.

Il documentario è dunque on line su Netflix, qui trovate il calendario di uscita delle puntate che hanno cadenza settimanale:

Lunedì 20 Aprile – episodio 1 e 2

Lunedì 27 Aprile – episodio 3 e 4

Lunedì 4 Maggio – episodio 5 e 6

Lunedì 11 Maggio – episodio 7 e 8

Lunedì 18 Maggio – episodio 9 e 10

 

 Leggi anche l’articolo che parla dei migliori film sulla moda disponibili su Netflix!

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Intervista ad Emma Rowen Rose https://www.waitfashion.com/intervista-ad-emma-rowen-rose/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-emma-rowen-rose/#respond Fri, 10 Apr 2020 14:01:15 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=72428 Durante questa quarantena abbiamo scambiato due chiacchiere con Emma Rowen Rose, la fondatrice e creative director di Rowen Rose, un brand di womenswear che unisce l’eleganza con la creatività. “Ciao Emma, è un piacere poter scambiare quattro chiacchiere con te. Rowen Rose, […]

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Durante questa quarantena abbiamo scambiato due chiacchiere con Emma Rowen Rose, la fondatrice e creative director di Rowen Rose, un brand di womenswear che unisce l’eleganza con la creatività.

“Ciao Emma, è un piacere poter scambiare quattro chiacchiere con te. Rowen Rose, il brand che porta il tuo nome, è ormai un brand affermato. Com’è cominciato tutto?”

“Innanzitutto grazie! Ho presentato la prima collezione in Settembre 2018, dopo aver creato la società a Luglio. Avevo realizzato all’ epoca per il mio portfolio una piccola collezione capsule, che avevo pubblicato sui socials, e sono stata colpita dal suo successo, ho avuto richieste interessante e ho pensato: magari è quello che devo fare? Non avevo mai pensato a creare un mio brand prima, le persone mi hanno dato il coraggio di farlo. Ho venduto la mia macchina e ho cominciato questa avventura.”

“La situazione attuale di quarantena per il mondo dei creativi può essere limitante. Come vivi la tua routine e come gestisci il tuo lavoro?”

“Non vivo molto male la quarantena al momento. Sono abituata a vivere lontana dalle persone che amo, e quindi non mi mancano più del solito. Ora sono a Milano con il mio fidanzato e i miei gatti, quindi non mi sento da sola. All’ inizio avevo paura di non essere creativa stando chiusa in casa, ma alla fine tutto il contrario. Con meno impegni « tecnici » ho più tempo per ricerca e espressione. Di giorno lavoro per il brand, e gestisco le cose importanti, quando ho finito guardo dei film che volevo vedere da tempo, ho fatto scoperte artistiche bellissime, dipingo tantissimo, leggo poesia… Mi sento piena di inspirazioni e mi fa bene. Per me che sono una creativa essere una entrepreneur non è facile ogni giorno perché significa abbandonare un po’ l’artistico per il tecnico quindi in questo periodo almeno posso dividere meglio il mio tempo. Ma sopravvivere a tutto questo non sarà facile per nessun business.”

 “Come definisci il tuo stile? Da dove viene l’ispirazione per le tue collezioni? Chi sono le tue icone?”

“Il mio stile penso sia elegante ma audace. L’ispirazione mi puo venire da una poesia, una frase, un film, un dipinto, un ricordo, ogni cosa che sia bella e mi fa creare una storia. Non ho un icon in particolare, ma amo tante persone e mi ispirano in tante, però non mi identifico in nessuna. Direi che le mie icone e la mia fonte di ispirazione più grande sono gli artisti che ammiro: Eluard, Klein, Barbara, Magritte, Sacha Guitry, Rossetti, Almodovar, Demy, Buñuel, Franck… ce ne sono tanti.”

“Vivi a Parigi. È stata una scelta lavorativa o personale? Da dove vieni?”

“Io sono Parigina, nata e cresciuta lì. Mi sono trasferita a Milano a 17 anni per studiare e ora vivo tra Milano e Parigi. I miei genitori sono della Spagna e della Polonia quindi sono sempre stata abituata a vivere tra diverse culture.”

“Spesso sei tu la protagonista degli scatti delle tue collezioni, hai avuto dei precedenti come modella?”

“In realtà, per questa collezione FW20, è la prima volta che sono io l’immagine dell lookbook. Non mi piace di solito avere mia faccia dappertutto, specialmente quando presento il mio lavoro che sono i capi. Ma questa era ‘l’Autoportrait’, l’autoritratto, e aveva un senso. Non penso che lo faro più! Ho fatto la modella da più giovane, ma per progetti personali, non sono mai stata in agenzia anche perché non so se ho il potenziale, e soprattutto sono piccolina.”

“Quali sono stati i momenti più soddisfacenti per la tua carriera?”

“Ho un po’ di difficoltà ad essere soddisfatta nella vita, soprattutto nel lavoro quindi non è una domanda facile! Sicuramente aprire il mio primo corner nelle Galeries Lafayette di Parigi è stato un momento molto forte della mia carriera, spero di viverne altri così!”

“Come ti approcci agli influencers? Lavori spesso con loro?”

“All inizio, scrivevo alle ragazze che mi piacevano, chiedevo se amavano il prodotto e loro indossavano il brand quindi sono stata molto fortunata da quel punto di vista. Ora ci contattano loro e molto, amiamo lavorare con loro.”

“Hai mai pensato di intraprendere delle collaborazioni con altri brand?”

“Mi piacerebbe tantissimo, soprattutto con un brand di Interior Design per fare prodotti di design che sembrano gioielli. Poi, visto che non faccio ancora scarpe o borse, mi piacerebbe iniziare con una collaborazione.”

“Che progetti hai per il futuro? Sia prossimo sia lontano.”

“Crescere al massimo, perché c’è ancora tanto da fare. Sfilare sarebbe un sogno, collaborazioni come dicevi prima, un negozio, concept store o cose dell genere, insomma, trovare nuovi modi di esprimere la mia creatività, non solo attraverso capi.”

“Dove possiamo acquistare i tuoi bellissimi abiti?”

“I capi sono disponibili Worldwide su Net A Porter o Luisa Via Roma, in Italia da LuisaViaRoma, Fiacchini Forte Dei Marmi, n30 Milano…”

Qui alcuni degli scatti della collezione FW20 “L’autoportrait” di Rowen Rose.

Seguite le pagine IG di @emmarowenrose e @rowenrose e visitate il sito rowenrose.com per rimanere aggiornati sulle ultime novità.

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Martin Margiela torna a far parlare di sè con il nuovo documentario, questa volta “In His Own Words”. https://www.waitfashion.com/martin-margiela-torna-far-parlare-documentario-questa-volta-his-own-words/ https://www.waitfashion.com/martin-margiela-torna-far-parlare-documentario-questa-volta-his-own-words/#respond Thu, 09 Apr 2020 10:46:12 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=72179 “Hai detto tutto quello che volevi dire con la moda?” “No.” Finiscono con queste parole i 90 minuti del documentario sulla moda più atteso dell’anno : “Martin Margiela: In His Own Words”. Undici anni dopo aver lasciato il mondo della […]

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“Hai detto tutto quello che volevi dire con la moda?”

“No.”

Finiscono con queste parole i 90 minuti del documentario sulla moda più atteso dell’anno : Martin Margiela: In His Own Words”.

Undici anni dopo aver lasciato il mondo della moda, Martin Margiela racconta tutta la sua storia, per la prima volta con la sua voce: dagli inizi come assistente di Jean Paul Gaultier, al periodo da direttore creativo di Hermès, fino alla fondazione del suo marchio.

Per tenere informati i fans sull’uscita del film nei vari paesi, è stata creata una pagina instagram interamente dedicata all’avanzamento lavori e alle news riguardanti il documentario del designer belga, presentato al Doc NYC film festival il novembre scorso. Il film ad oggi è stato reso disponibile su piattaforme streaming danesi e irlandesi, mentre domani 10 aprile sarà invece la volta del Regno Unito. Ad inizio maggio sarà eccezionalmente trasmesso in due sale cinematografiche in Belgio, a Bruxelles e ad Anversa. C’è grande attesa poiché le date di uscita del documentario nei vari paesi vengono comunicate volta per volta tramite post sull’account instragram ufficiale con poco anticipo.

 

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Thank you @dazedfashion for their post about the trailer – Watch the full trailer on Dazed digital – link in bio – Documentary directed by #reinerholzemer @reinerholzemer Produced by #reinerholzemer and Aminata Productions @aminata.sambe , music by @deus_band #deusband , editor @helmarjungmann – International Sales @dogwoof #dogwoof #martinmargiela #maisonmartinmargiela – MMM shows by #villaeugenie @villaeugenie #palaisgalliera – Make up by @ingegrognard #ingegrognard #fashionmyth #fashionweek #parisfashionweek #maisonmargiela #margiela #documentaryfilm #fashiondocumentaries #filmfestivals #documentaryfilmfestival #internationalfilmfestival #fashionfilmfestival #vlaamsaudiovisueelfonds #flandersimage #fffbayern #dfff #casakafkapictures Belgian tax shelter #arte #rtbf #vrtcanvas – @uplink_film @nfpfilms @pioner_cinema International release dates to be confirmed later – follow @margielainhisownwords for more info in the coming months – photograph above by @marinafaust

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La regia del film è stata affidata a Reiner Holzemer, anche regista del documentario Dries del 2007 sul designer Dries Van Noten . ll film, girato nel 2019, non racconta di dove si trovi il misterioso designer belga o di cosa potrebbe fare nel 2020, bensì è un omaggio ai 20 anni (1989 – 2009) in cui Margiela ha gestito la sua etichetta omonima. Vent’anni di moda scanditi da creatività e silenzi, poche interviste rilasciate e altrettanto rare le immagini che lo immortalano.

Le riprese sono durate 42 giorni, racconta Holzemer, in cui Margiela racconta di sé e dei suoi più grandi sucessi, partendo dall’ultimo show del 2009 e retrocedendo in senso cronologico, focalizzandosi su 70 dei 110 pezzi delle sue collezioni esposti alla sua mostra a Palais Galliera a Parigi. Per l’occasione il regista ha intervistato numerosi amici del designer, conoscenti, fashion editor, collaboratori e persino John Paul Gaultier.

Quello che il film cerca di comunicare è come Margiela sia l’iniziatore di tutto ciò che ad oggi è definibile “moda contemporanea”, del suo istinto a spingersi oltre i limiti creativi al tempo imposti e all’aspetto che poteva avere un marchio di moda.

Martin Margiela lascia entrare per la prima volta i suoi fans nella sua vita privata, raccontando della sua infanzia a Genk, in Belgio, i quaderni di schizzi di quando era molto giovane. Tutto ciò non mostrando mai il suo volto e mantenendo il velo di mistero che da sempre lo contraddistingue.

Il film termina con i volti di Raf Simons e Rick Owens, che contemplano ammirati l’installazione esposta alla mostra a Palazzo Galliera a Parigi, sottolineando ancora una volta la riconoscenza verso il genio di Martin Margiela.

Ciò che possiamo dedurre quindi è che il film, al contrario di  quanto ci si poteva aspettare, non avrà grossi colpi di scena e non metterà ancora a nudo il famoso designer belga, sebbene siano passati 11 anni dal suo ritiro.  Forse è meglio così, Holzemer ci consente di mantenere vivo il ricordo del designer come eroe del mondo della moda, senza nessun difetto, nessuna tensione, nessuna negatività; solo bei ricordi e la consapevolezza che il cuore dietro l’universo Margiela batte ancora.

Non ci resta che attendere l’uscita del film-documentario in Italia, per ora possiamo solo goderci il trailer!

Se ti sei perso la cinematografia di moda degli ultimi anni ti consigliamo i migliori che puoi tranquillamente trovare su Netflix!

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Intervista a Michela Gattermayer ospite del Future Vintage Festival 2019 https://www.waitfashion.com/intervista-michela-gattermayer-ospite-del-future-vintage-festival-2019/ https://www.waitfashion.com/intervista-michela-gattermayer-ospite-del-future-vintage-festival-2019/#respond Thu, 05 Sep 2019 08:46:55 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=66787 LA FASHION DIRECTOR SARÀ OSPITE DELLA X EDIZIONE DEL FESTIVAL Tra gli ospiti del Future Vintage Festival 2019 c’è Michela Gattermayer. Figura tra le più stimate del giornalismo di moda. Come Direttore o Vicedirettore, Gattermayer ha guidato magazine patinati come […]

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Michela Gattermayer

Michela Gattermayer sarà ospite del Future Vintage Festival

LA FASHION DIRECTOR SARÀ OSPITE DELLA X EDIZIONE DEL FESTIVAL

Tra gli ospiti del Future Vintage Festival 2019 c’è Michela Gattermayer. Figura tra le più stimate del giornalismo di moda. Come Direttore o Vicedirettore, Gattermayer ha guidato magazine patinati come Elle e Vanity Fair. Con tali premesse, non c’è da stupirsi del perché una kermesse come il festival, giunto alla sua decima edizione intitolata Be Dissident, l’abbia voluta tra i protagonisti. Quando? Dal 13 al 15 settembre presso il Centro Culturale San Gaetano, in Via Altinate 71, Padova.

L’INTERVISTA A MICHELA GATTERMAYER

Michela, chi sono i dissidenti di oggi?
I dissidenti oggi sono quelli che finalmente prendono una posizione riguardo a tutto quello che succede. Più che dissentire si rimboccano le maniche e agiscono, proteggono le fragilità degli altri, cercano di superare la paura che mi sembra sia il vero problema di oggi. Con la conseguente mancanza di speranza. Ecco, forse i dissidenti sono gli ingenui, quelli che ancora hanno un ideale e lottano per lui.
Michela Gattermayer

Future Vintage Festival

Nella moda, settore che lei conosce molto bene, esistono ancora designer che hanno il coraggio di mettersi dall’altra parte della barricata?
Io direi che in realtà non esistono più le barricate. I muri li costruiscono i politici. La moda, lo dimostra il corso della storia, i muri li ha sempre abbattuti. Parlo ovviamente del nostro mondo, chiamiamolo, occidentale. Ci sono ancora troppi paesi in cui le donne sono costrette al burka, solo per fare un esempio. Lì sì ci vorrebbe il coraggio per strappare l’abito e liberare tutto quello che ci sta sotto. Quindi, tornando alla domanda, nel momento in cui uno come Alessandro Michele è diventato il designer di un’azienda come Gucci e fattura quel che fattura credo che non ci sia altro da dire.
Cosa rappresenta per lei il Future Vintage Festival?
Future Vintage Festival è un’ottima occasione per mostrare un po’ quel che succede al di là dei soliti canali. Soprattutto, essendo in Italia, non a Milano. Poi, siccome è la prima volta che partecipo, sono molto curiosa di vedere con i miei occhi tutto quanto.
Michela Gattermayer

Future Vintage Festival

MODA E ACQUISTI: UN NUOVO PARADIGMA DEL CONSUMO

Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di riciclo, movimenti “plastic free” ed energia rinnovabile. Scegliere di acquistare capi vintage può essere considerato un altro modo per prendersi cura del nostro pianeta?
Intanto parlate con una che per anni ha organizzato gare sulle spiagge: vinceva chi per primo riempiva di rifiuti un sacchettone. Dopodiché resto il terrore dei bagnanti aggirandomi per raccogliere le cicche di sigaretta (possibile che ci sia ancora qualcuno che le nasconde sotto la sabbia?) e tutto quello che trovo. Detto questo il movimento plastic free, il riciclo, le energie rinnovabili sono ormai argomenti dai quali non si può prescindere. E anche se per qualcuno è solo una moda non importa: tutto serve affinché la gente sia informata e prenda coscienza della situazione. E poi se inizia un’azienda è dimostrato che a ruota anche le altre si occupino del problema. Mi sembra che l’attualità lo stia dimostrando. Certo che scegliere capi vintage permette di non accumulare rifiuti e di produrre meno. L’argomento è molto complesso perché se si produce meno, meno si compra e si spende e meno le aziende guadagnano. C’è un problema di educazione alla base. Educazione non solo del consumatore, anche del produttore. Dovremmo tutti avere il coraggio di fare un passo indietro e cambiare direzione.

VINTAGE, UN PIACEVOLE DIVERTISSMENT 

Che rapporto ha Michela Gattermayer con il vintage e quali sono gli stilisti da collezionare? 
Compro vintage da quando sono una ragazzina quindi lo adoro. In realtà non ha molto senso collezionare abiti perché non hanno un gran valore. E ve lo dice una che possiede centinaia, se non migliaia, di paia di jeans, scarpe, occhiali… sono un’accumulatrice seriale. Il vintage serve come gioco, per divertirsi, non certo per guadagnarci. Poi è chiaro che magari fa un affare comprando un pezzo a poco e lo rivendi a più. Ma sono fortune che capitano una volta ogni tanto. Per quanto riguarda il valore di mercato di pezzi cult come bauli di Vuitton, borse di Hermès, tailleur di Chanel mi par di capire che si tratta sempre dei nomi classici (anche Valentino, Versace). Francamente non sarei un buon consigliere: io ho sempre comprato cose che mi piacciono, da indossare, non ho mai badato al valore in sé o pensando a un futuro.
Michela Gattermayer

Arte al Future Vintage Festival

Infine, un pensiero sulla moda contemporanea e del futuro. 
La moda è esplosa, è ovunque. Mi sembrano tutti diventati bravissimi. Soprattutto c’è davvero tutto per tutti, forse anche troppo. Ognuno può vestirsi come gli pare ed essere perfettamente in linea con i tempi. Anche se sei fuori contesto, se piace a te va bene. Lo trovo fantastico. Adoro la libertà che la moda concede a chiunque. Il futuro? Se lo sapessi diventerei IL GURU. Francamente non lo so. E posso dire? Non mi interessa molto. Mi preoccupo piuttosto del lavoro che sta dietro alla moda, delle persone che vivono nelle fabbriche per permettere tutto questo e di tutti gli altri che sono gli ingranaggi di una gigantesca macchina. È il loro futuro che bisogna garantire.

Per scoprire quando Michela Gattermayer sarà ospite del Future Vintage Festival visitate: futurevintage.it

A proposito di Alessandro Michele e di Gucci, scoprite qui il nuovo zaino del brand in versione vintage.

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Intervista a Markus e Daniel Freitag fondatori di Freitag https://www.waitfashion.com/intervista-markus-daniel-freitag-fondatori-freitag/ https://www.waitfashion.com/intervista-markus-daniel-freitag-fondatori-freitag/#respond Wed, 08 May 2019 07:06:27 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=64093 I FONDATORI DEL BRAND PARLANO DEGLI ESORDI E DEI LORO PROGETTI PER IL FUTURO Freitag lo conosciamo tutti. Ma com’è nato? Con quali propositi? I fondatori Markus e Daniel Freitag si raccontano a Wait! dopo l’esperienza alla Milano Design Week. […]

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un modello Freitag

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I FONDATORI DEL BRAND PARLANO DEGLI ESORDI E DEI LORO PROGETTI PER IL FUTURO

Freitag lo conosciamo tutti. Ma com’è nato? Con quali propositi? I fondatori Markus e Daniel Freitag si raccontano a Wait! dopo l’esperienza alla Milano Design Week.

Markus, Daniel, oggi molti brand puntano sull’eco-sostenibilità, cercando di rendere le loro collezioni meno impattanti sull’ambiente. Quali sono le strategie che avete adottato per rimanere sempre leader in questo campo?

Per noi, fin dall’inizio, più che una strategia era un vero e proprio credo. Il concetto di upcyling è stato posto al centro del nostro prototipo già dal 1993, molto prima che si sentisse in giro questo termine per la prima volta, e molto prima che la parola “sostenibilità” fosse sulla bocca di tutti. Perché dovremmo utilizzare del nuovo materiale per le nostre borse, quando invece possiamo dare una nuova vita a uno che però è vecchio e usato? Era naturale per noi farlo in questo modo – e lo è ancora. In tutto ciò che facciamo come marchio, cerchiamo di rimanere il più vicini possibile alla nostra filosofia di pensare e agire in cicli, sia per dare ai vecchi teloni dei camion un nuovo scopo come accessori, facendoli diventare un packaging riutilizzabile del prodotto o accumulando scarti di container arrugginiti per creare un Flagship store. Penso che questa coerenza ci abbia aiutato a essere considerati dei pionieri in questo campo sin dalla nostra nascita. Lo sviluppo della collezione di prodotti tessili compostabili F-ABRIC ricavata da fibre vegetali europee, ne è invece l’esempio più recente.

un modello Freitag

un modello Freitag

Siete stati anche protagonisti della settimana del design milanese, con l’installazione UNFLUENCER – De-sinning the Designer. Come è nato il progetto e qual è stata la risposta del pubblico?

Abbiamo pensato di unirci alla Milano Design Week con un’installazione, inoltre abbiamo aperto il nostro negozio nel distretto di Brera nel 2016. Ma solo quest’anno siamo stati a Milano non solo come visitatori, ma per la prima volta – insieme al videoartista svizzero Georg Lendorff – come protagonisti. Ma non avevamo voglia di mettere in scena i nostri ultimi prodotti. Alla Design Week, di solito tutti parlano di “buon design”, ma volevamo fare un passo indietro e stimolare una discussione sul cattivo design, in modo ironico. Siamo ancora abbastanza sopraffatti dalla reazione dei numerosi visitatori. Infatti le persone hanno particolarmente apprezzato quel momento di “non essere influecer” in questa esperienza coinvolgente, in cui si perde il senso del tempo e dello spazio, nel mezzo della vivace Design Week.

un modello Freitag

un modello Freitag

Quali sono i piani per il futuro?

Tendiamo sempre ad avere qualche progetto nel cassetto. Il concetto di Freitag non si limita solo alle borse realizzate con teloni di camion usati, ma abbiamo già notato che la nostra filosofia è trasferibile anche ad altri prodotti e altri materiali. Cosa succede a un oggetto alla fine del suo ciclo di vita? Può essere riparato? Possiamo condividere prodotti per non nuocere alla natura? Domande come questa sono essenziali per muoversi nella giusta direzione e sicuramente ci terranno impegnati per un po’!

freitag.ch

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Intervista ai fondatori di Garage Nouveau: moda made in Italy tra qualità e ricerca https://www.waitfashion.com/intervista-ai-fondatori-garage-nouveau-moda-made-italy-qualita-ricerca/ https://www.waitfashion.com/intervista-ai-fondatori-garage-nouveau-moda-made-italy-qualita-ricerca/#respond Tue, 08 Jan 2019 08:48:43 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=60508 Sono passati più di vent’anni da quando Elisa Zara, head designer, e Massimo Longon hanno fondato Garage Nouveau. Nei due decenni la moda, come sempre, ha visto nascere e morire le tendenze, così come ha dovuto affrontare crisi economiche che ne […]

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Garage Nouveau SS19

Sono passati più di vent’anni da quando Elisa Zara, head designer, e Massimo Longon hanno fondato Garage Nouveau. Nei due decenni la moda, come sempre, ha visto nascere e morire le tendenze, così come ha dovuto affrontare crisi economiche che ne hanno pregiudicato il sistema, fino a rivoluzionarlo completamente. Almeno per quanto riguarda le multinazionali del settore. Anche le aziende più piccole ne hanno risentito, ma – paradossalmente – alcune di loro hanno colto l’occasione per concentrarsi sulla qualità, nonché la ricerca di tessuti e forme di alta fattura. È il caso, appunto, del brand vicentino, la cui linea di abbigliamento femminile racchiude entrambi i valori.

Elisa, Massimo, le prime parole che usate per definire la moda sono effimera e fuggevole. Partendo da qui, qual è il senso che date alle vostre collezioni da quando avete fondato Garage Nouveau?

Effimera e fuggevole perché in questo periodo storico l’abbigliamento viene visto come la rincorsa ad avere la “cosa di moda” senza guardare molto alla qualità e alla sartorialità che ha sempre contraddistinto il nostro paese. Inoltre con l’avvento del fast fashion la velocità di cambiamenti dei trend è diventata incredibile. Pensiamo che la moda – ragionando per assurdo – non sia più di moda, ed è per questo che cerchiamo di fare un prodotto che duri nel tempo e che non abbia troppi connotati di tendenza e che vesta una donna sicura delle proprie scelte.

Garage Nouveau SS19

I dettagli sono protagonisti del brand: in quali aspetti della creazione vengono enfatizzati?

Nelle nostre collezioni nulla è troppo enfatizzato proprio perché vogliamo tenere una costante di artigianalità e di raffinatezza. C’è una grande attenzione nella scelta dei materiali, delle fodere, dei bottoni e un grandissimo studio della vestibilità.

Come li fate comprendere alle vostre clienti?

Le nostre clienti comprendono la fatica e lo sforzo che viene fatto su ogni singolo capo indossandolo. I feedback che riceviamo sono simili a frasi del tipo: “quando indossi un capo Garage Nouveau non lo toglieresti più”. Penso che per un’azienda di abbigliamento questa sia una grande conquista, al di là delle mode e dei tempi.

Garage Nouveau SS19

Ogni collezione viene realizzata nella vostra sede di Vicenza: che rapporto avete con i sarti?

Siamo una piccola azienda e tutto viene creato e gestito internamente: abbiamo personale che è con noi da più di vent’anni e questo porta ad avere una complicità e sintonia incredibile, peculiarità che ritrovi all’interno delle nostre collezioni.

Qual è il primo aspetto che studiate quando lavorate sui capi della nuova stagione?

Il  primo aspetto che studiamo è sicuramente focalizzato su quello che vogliamo proporre di nuovo alla nostra cliente, pensiamo sempre a lei e al percorso che vogliamo intraprendere insieme. Abbiamo una visione precisa di quello che vogliamo trasmettere.

Garage Nouveau SS19

Progetti per il futuro?

Di progetti per il futuro ce ne sono tanti! Dobbiamo ancora crescere molto soprattutto all’estero e sicuramente consolidarci in Italia, magari con l’apertura di negozi monomarca.

garagenouveau.com

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Mauro Grifoni racconta Covert, il progetto di moda tra made in Italy e indipendenza estetica https://www.waitfashion.com/mauro-grifoni-racconta-covert-progetto-moda-made-italy-indipendenza-estetica/ https://www.waitfashion.com/mauro-grifoni-racconta-covert-progetto-moda-made-italy-indipendenza-estetica/#respond Thu, 27 Dec 2018 10:02:27 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=59230 Sono le parole a definire Covert, un laboratorio in cui giovani stilisti creano abiti da uomo e da donna pensando alla loro identità, cultura e talento. A guidarli è Mauro Grifoni, designer e imprenditore che con il suo eponimo brand […]

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Mauro Grifoni

Sono le parole a definire Covert, un laboratorio in cui giovani stilisti creano abiti da uomo e da donna pensando alla loro identità, cultura e talento. A guidarli è Mauro Grifoni, designer e imprenditore che con il suo eponimo brand ha segnato elegantemente – senza lustrini e piume – gli anni Novanta e Duemila della moda. Nel 2014 sente il bisogno di definire un’altra pagina del settore, sostenendo le nuove leve e ricercando un’idea di stile, raccontata da un codice personale che ci spiega, in esclusiva.
Mauro, cosa l’ha spinta a fondare Covert dopo anni nel mondo della moda con il suo eponimo brand?
Covert nasce principalmente con l’intento di dare un’alternativa, slegata dalle tendenze momentanee, fornendo capi essenziali e di qualità.

Covert men’s ss19 collection

Tra le tante parole chiave che definiscono Covert c’è clandestine, può approfondirla?
Clandestine fa parte dei quattro claim di Covert. È, precisamente, un aggettivo che sa di segretezza in quanto difforme alle leggi e alle logiche di mercato. Inoltre rientra nel concetto che realmente non vogliamo far sapere chi sono i designer.
A tal proposito, a disegnare le collezioni è un team di giovani creativi, contraddistinti da una certa indipendenza estetica. Perché ha deciso di affidarsi a loro e qual è, quindi, il suo ruolo all’interno dell’azienda?
Credere nei giovani significa assicurare un futuro. Io cerco di dirigere la loro creatività, a volte esaltandola a volte equilibrandola.

Covert women’s ss19 collection

Un’altra parola, la quale da sempre caratterizza il suo percorso, è made in Italy. In quali aspetti si manifesta in Covert?

Il made in Italy oggi non va visto solo come un etichetta o un luogo fisico. Significa savoir faire. Per me è molto importante che in tutta la filiera vi siano persone pensanti, le quali realmente partecipano al progetto e non solo fisicamente. E gli italiani sono abili in questo.

C’è un mondo della moda in tumulto, che pare non si sappia bene quale direzione stia prendendo. Qual è il suo punto di vista a riguardo?

Penso che tutto quello che sta accadendo sia positivo per i brand e anche per il cliente, poiché sta offrendo molte strade dove si è liberi di ricercare il proprio stile. L’importante è vestirsi per stare bene con se stessi anche a volte uscendo dalla propria confort zone. Ogni brand deve sapere chi è e cosa sa fare veramente, solo cosi può prendere una sua direzione e ritagliarsi un suo spazio.

Covert women’s ss19 collection

Come si inserisce Covert all’interno del settore, anche a livello di posizionamento sul mercato?

Covert si propone come un’alternativa sia in termini estetici che qualitativi; non risponde alle logiche delle tendenze, che sono passeggere, ma allo stesso tempo è attento ai cambiamenti. Una collezione del brand viene creata senza seguire un ragionamento preciso perché la creatività non ha logica.

Molti marchi prendo ispirazione dai social network e dalle cosiddette influencer: anche voi vi muovete seguendo questa linea oppure acquisite input provenienti da altri mondi?

I social network e le influencer sono molto importanti in questo momento e sono la vera rivoluzione degli ultimi anni. Noi, però, preferiamo in termini di ricerca dare una nostra visione ricercando input non per forza nel nostro settore ne in quello che vediamo di pubblicato sui social, piuttosto cerchiamo di guardare più in profondità.

Covert men’s ss19 collection

Rispetto a quando ha fondato Mauro Grifoni, qual è stata l’evoluzione della donna nella società, e quindi nel suo modo di vestirsi?
Rispetto al passato penso che la donna abbia acquisito più consapevolezza e libertà, assumendo un ruolo centrale nella società. Riesce a mixare capi maschili con autorevolezza senza perdere in femminilità, sapendo quello che desidera.

Covert women’s ss19 collection

Quali sono i progetti per il futuro di Covert?

Di progetti ne abbiamo diversi ma preferiamo affrontarli con i tempi giusti. Per la prossima stagione avremo due capsule: una riguarderà un piccolo progetto di calzature da donna interamente made in Italy, di alta qualità e con un design lineare, di carattere; l’altro progetto a noi caro è sempre una piccola capsule di denim con materiali ecosostenibili certificati, dove a partire dalla materia prima fino ai componenti saranno tutti indirizzati nel rispetto dell’ambiente, cercando, nel nostro piccolo, di aiutare a migliorare tutto l’ambiente che ci circonda.

Covert men’s ss19 collection

Sito ufficiale: www.covertbrand.it

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Intervista ad Alexandra Tapu: quando la moda è comfort e creatività https://www.waitfashion.com/intervista-ad-alexandra-tapu-la-moda-comfort-creativita/ https://www.waitfashion.com/intervista-ad-alexandra-tapu-la-moda-comfort-creativita/#respond Thu, 29 Nov 2018 10:40:45 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=59355 Una sognatrice, capace di creare la vita intorno a se da sola, cercando di essere sempre al centro dell’attenzione. Si tratta della frase scelta da Alexandra Tapu per descrivere un tipo di donna simbolo del suo brand. La sua musa, […]

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Alexandra Tapu ss19

Una sognatrice, capace di creare la vita intorno a se da sola, cercando di essere sempre al centro dell’attenzione. Si tratta della frase scelta da Alexandra Tapu per descrivere un tipo di donna simbolo del suo brand. La sua musa, quella che l’ha portata nel 2012 a fondare una casa di moda dove semplicità e attenzione ai dettagli sono le parole chiave. Ma Tapu ne conosce altre, tutte derivate dalla sua passione per il prodotto e il bello, senza dimenticare l’aspetto etico, come racconta in questa intervista.

Alexandra, è la passione per la moda ad averti portata alla fondazione di Alexandra Tapu. Quali sono i punti di riferimento di base da cui sei partita per la realizzazione del tuo marchio?

La moda è sempre stata un forte richiamo interiore. Ho lavorato nel settore dell’arredamento come interior designer, ma la strada che tendevo sempre a prendere era quella della moda. Quando è nato mio figlio, tutto è cambiato nella mia vita, cosi ho deciso di iniziare a costruire quello che ho sempre desiderato.

Alexandra Tapu ss19

Semplicità è un’altra parola chiave della tua estetica. In quali aspetti la si trova e qual è il significato che le attribuisci?

La grandeur del brand si manifesta proprio nel concetto di semplicità estrema. Quello che si ricerca non è il capo must have del periodo, ma quelli votati all’eleganza eterna, allo stile senza tempo, piuttosto che alla caducità di un bello ridondante e spesso ingannevole.

In quali fasi sperimenti?

Nella fase più creativa, all’inizio della nascita di ogni modello, il mio pensiero spazia sopra la realtà. È un continuo fermento: sono circondata da bozzetti, manichini e tessuti. Sperimentare è per me un’altra parola chiave.

Alexandra Tapu ss19

La natura è l’elemento da cui muove la collezione primavera/estate 2019. È anche l’ambiente in cui crei e lavori o solo l’aspirazione ideale per definire l’abbigliamento estivo?

La natura accompagna ogni collezione. È la simbiosi di tutto. Io credo che ogni cosa più bella della nostra vita derivi dalla natura. Senza di essa niente è bello o armonioso. La natura ci insegna tutto.

Ogni capo è made in Italy: che rapporto hai con i produttori e gli artigiani?

Alexandra Tapu è anche moda etica: sviluppando l’intero processo produttivo in Italia, l’azienda si solleva da ogni possibile realtà di operai sottopagati o addirittura minorenni sfruttati. Va da sé l’origine italiana delle materie scelte per la realizzazione delle collezioni. Tutto questo porta a un rapporto molto stretto, quasi familiare, con i produttori e gli artigiani con quali collaboriamo.

Alexandra Tapu ss19

Quali sono i progetti per il futuro?

Obbiettivo a lungo termine è certamente far percepire sempre di più il valore aggiunto di un prodotto, tanto alla moda quanto creativo e artigianale, in un panorama di repliche e replicanti, scenario in cui la moda dovrebbe rallentare il ritmo per fare da ancora di salvezza al patrimonio del fatto a mano.

alexandratapu.it

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WOLM: l’intervista ai fondatori del brand streetwear italiano https://www.waitfashion.com/wolm-lintervista-ai-fondatori-del-brand-streetwear-italiano/ https://www.waitfashion.com/wolm-lintervista-ai-fondatori-del-brand-streetwear-italiano/#respond Thu, 22 Nov 2018 12:00:26 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=59042 I fondatori del brand WOLM Abbiamo seguito con Waitfashion la nascita e lo sviluppo di WOLM, uno dei brand streetwear pensati e realizzati in Italia più interessanti delle ultime stagioni. Dopo l’anticipazione dellookbook pe 2019, abbiamo deciso di intervistare Nicolangelo […]

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I fondatori del brand WOLM

Abbiamo seguito con Waitfashion la nascita e lo sviluppo di WOLM, uno dei brand streetwear pensati e realizzati in Italia più interessanti delle ultime stagioni. Dopo l’anticipazione dellookbook pe 2019, abbiamo deciso di intervistare Nicolangelo Scommegna, e i fratelli Gianluca e Michele Baylon, fondatori del brand, per scoprire cosa c’è dietro questo marchio e la direzione che sta prendendo, per diventare un marchio riconosciuto sul mercato italiano ed estero

WOLM ss19 preview

Buongiorno ragazzi: innanzitutto vi ringrazio per la disponibilità. Vogliamo conoscere e capire, per raccontarlo al nostro pubblico, come nasce e si sviluppa un brand streetwear di successo made in Italy. Percio’ partiamo dall’inizio: come è nata l’idea di creare un brand streetwear di alto livello come Wolm?
La folgorazione è arrivata  dopo un viaggio a New York, camminando nel quartiere di di Williamsburg a Broooklyn. E’ nata l’idea di di creare un brand di abbigliamento nostro che parlasse di noi, della nostra generazione di ragazzi che lavorano, che vivono, si trasformano non hanno mezzi toni e rompono tutto l’ordinario.

Quali sono i principi e le idee che avete messo sul tavolo nel costruire il progetto da zero?
Le idee nascono sempre dal confronto, dal saper cogliere un’emozione, capire e interpretare.
L’incontro con ragazzi di tutto il mondo ci ha mostrato come le nuove generazioni sappiano vivere in maniera ordinata e precisa il quotidiano, per poi ‘stravivere’ le proprie  notti, il loro saper così facilmente sdoppiarsi. Così ligi nel loro lavoro durante il giorno nei loro uffici di alta finanza o a Wall Street, per poi tornare a Brooklyn e vivere le loro serate in club con musica hip hop o andare a concerti rock. Questo ci ha colpito, il dualismo che è in ognuno di noi, il saper essere concreti pur vivendo una situazione opposta di sana follia.
Queste sono le emozioni che ci hanno spinto a creare una linea che parlasse di questo: un nuovo concetto di street style.

Wolm, ha radici pugliesi. Raccontateci quanto è importante il made in Italy in un prodotto come il vostro.
Noi siamo cresciuti nell’azienda di famiglia, in Puglia e sappiamo quanto ancora sia importate l’esperienza che i nostri genitori ci hanno trasmesso per quanto riguarda la creazione di capi d’abbigliamento. Vogliamo continuare con il made in Italy dando così un’offerta curata, di qualità e di nicchia, che non ci mescoli con il classico streetwear prodotto dai grandi colossi di tutto il mondo.

 

WOLM ss19 preview

Oggi il lusso è di ispirazione allo street-wear e viceversa. Quali sono i brand di lusso o gli stilisti che vi sono di ispirazione nella creazione delle collezioni?
Oggi vediamo che stanno cambiando molte cose nel mondo street, ormai tutte le grandi ‘maison’ si sono avvicinate a cantanti e gruppi del mondo rap e hip hop. Lo streetwear sta diventando sempre più fashion e personaggi come Virgil Abloh, ingegnere e architetto, consulente creativo di Kanye West e creatore del marchio Off White, sono capaci di approdare al lusso e diventare direttori di maison. Proprio come è accaduto per Abloh con Louis Vuitton.
I marchi da cui traiamo maggiore ispirazione sono Palm Angels Heron Preston, Marcelo Burlon e Givenchy.

Ci raccontate come è nata la nuova collezione, e quali sono stati i principali temi che la caratterizzano?
La nuova collezione inverno 2019/20 oltre a riproporre il concetto basico Wolm e Be Wolm ha voluto lasciare spazio a una larga fascia commerciale che racchiude varie argomenti senza la necessità di svilupparli troppo. I temi che compongono la collezione sono vari: c’è una sorta di semi-basico dove il logo è presente ma non protagonista, ci sono ispirazioni al mondo cosmo, sport, e il tema dell ‘opposite’, cioè un impatto grafico che gioca sul dualismo. Fino a proporre poi un mood tendenza che si ispira ripensandoli in maniera più attuale i mondo del punk e del rock, per sua natura così ricco di contrasti e contrapposizioni.

Come si evolverà la linea? Ci sono dei prodotti sui quali puntate in maniera particolare?
Il nostro core-business è rappresentato principalmente da felpe e t-shirt ma sono comunque presenti complementi come capi-spalla, maglieria e pantaloni.
Ci piacerebbe riuscire a evolvere il brand per creare così una sorta di total-look Wolm.

 

WOLM ss19 preview

Se doveste aprire il vostro primo monomarca in Italia quale città scegliereste? E invece all’estero?
Se dovessi aprire un negozio in Italia la scelta naturale sarebbe Milano, capitale della moda, ma anche città cosmopolita e con radici metropolitane, come Wolm.
In Europa invece, sceglieremmo, Londra e Copenaghen, mentre nel resto del mondo New York e Tokyo sono le metropoli che ci affascinano di più.

Abbiamo visto che avere un approccio di grande cura dell’immagine: non solo dal punto di vista del prodotto, ma anche della comunicazione social e degli shooting.
In particolare siamo rimasti molto colpiti dall’ultima campagna, dove lo stesso modello interpretava la collezione maschile e quella femminile. Raccontateci l’importanza, per voi della comunicazione e se c’è qualche progetto speciale in arrivo.
L’immagine e la comunicazione sono fondamentali e curati in ogni dettaglio: dalla location dello shooting, alla luce, alla scelta della modella/modello che interpretasse lo stile del brand e allo stesso tempo capace di rompere le regole classiche del marketing!
In un’epoca di empowerment del consumatore, il suo rapporto con il brand ed il suo ruolo nella relazione con esso si sono profondamente modificati anche e soprattutto in settori come quelli del fashion e del luxury. La nuova generazione, quella dei “nativi digitali”, è quella più adatta a cogliere i nuovi linguaggi, fungendo da ponte tra la tradizione e l’innovazione.

I social ci consentono di scegliere i nostri brand ambassador trai cultori dello streetstyle, tra i trapper , dai più famosi agli emergenti, fino ad arrivare agli influencer più cool del momento che mixano pezzi di case famose ( vedi Gucci, Givenchy, Burlon) con capi più “abbordabili” e più facili nella vendita. Il linguaggio dei social e degli scatti redazionali realizzati in ogni parte del mondo è sempre un linguaggio di rottura, mai scontato, foto strong che raccontano un mondo di appartenenza e uno  stile in cui riconoscersi!

WOLM FW 18

WOLM FW 18

WOLM FW 18

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WOLM FW 18

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NEXT OPENINGS: arriva Sneakers Room in Puglia, con il tocco dei migliori sneaker-store internazionali https://www.waitfashion.com/55857-2/ https://www.waitfashion.com/55857-2/#respond Fri, 03 Aug 2018 09:13:52 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=55857 C’è un grandissimo fermento nel mondo delle sneakers, anche Italia. Le ginniche negli ultimi anni hanno invaso i guardaroba anche più eleganti e sono entrate anche nel mondo del lusso, laddove alcune aziende prima, producevano solo classiche stringate in pelle. […]

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C’è un grandissimo fermento nel mondo delle sneakers, anche Italia. Le ginniche negli ultimi anni hanno invaso i guardaroba anche più eleganti e sono entrate anche nel mondo del lusso, laddove alcune aziende prima, producevano solo classiche stringate in pelle. E’ una rivoluzione culturale.

Si affacciano sul mercato ogni mese nuovi shop, e in Italia, oggi, vi segnaliamo la prossima apertura in una zona, la Puglia, e specificatamente la Valle D’Itria,  potenzialmente molto ricettiva e assetata di sneakers di alto livello. Siamo davanti a un progetto dal target altamente internazionale, che ha nella testa i migliori sneaker-store del mondo.

Abbiamo intervistato Claudio Laporta, della famiglia Laporta, che da numerosi anni gestisce lo store Tribes (e lo shop online www.tribes-store.it) che sta per inaugurare un negozio con grandissime ambizioni.

Ciao Claudio, grazie per la disponibilità di questa intervista. Partiamo subito dalla base! Come si chiamerà il nuovo sneaker-shop e quando è prevista l’apertura?
Lo Store si chiamerà Sneakers Room e sarà inaugurato il secondo weekend di Settembre, tra il 7 ed il 9.

Perchè la scelta di aprire uno store specializzato in sneakers limitate? Qual’è il percorso che vi ha portato a questa scelta?
Il progetto serve a dare continuità al percorso che ha intrapreso l’azienda Tribes, nata nel 2009, un paio di anni fa. Ovvero lo sviluppo e e la ricerca di nuovi mercati e di nuovi territori, quindi la crescita nel mercato digitale in tutte le sue sfaccettature, dall’e-commerce diretto, ai marketplace, al selling via social. Qui la necessità di ampliare il bacino di utenza, sia offline che online, anche ad un target di utenti specializzati nel settore, nonché collezionisti, reseller e amanti del mondo sneakers. Quindi l’obiettivo è quello di riuscire a creare negli anni una community pugliese di settore, nonché entrare a far parte di quella nicchia di store, realmente influenti su territorio nazionale e non. Credo, inoltre, che il nostro know-how di settore ed esperienza di oltre 30 anni della nostra famiglia nel mondo calzaturiero da circa 30 anni, oltre alla passione e all’amore per le sneakers, possano rendere meno ardua il tragitto verso l’obiettivo.

Inutile girarci attorno: quali sono in brand e le linee più esclusive che venderete?
I brand presenti ad apertura variano da Adidas Originals a Nike Premium a Anaheim Factory Vans, alle prime linee di Diadora, Fila, Converse, Pony, Puma, Jordan, New Balance, Reebok, Mizuno e altri.

Quale brand o linea non è ancora previsto in apertura ma vorreste arrivare a proporre presto?
L’obiettivo è quello di riuscire a portare nella zona della Valle d’Itria le sneakers piu’ ricercate, quindi dalla linea Consortium  Adidas alle varie collaborazioni di Nike, di Converse ecc., ma la strada sarà lunga e affascinante allo stesso tempo.

Vicino alle scarpe è prevista anche la vendita di apparel?
L’argomento apparel è stato preso in considerazione e al momento saranno presenti  Eastpack Collabo e Tripla A, Napapijri, Herschell Off Set e Delta, Nixon nonché saremo reseller di Supreme New York.

Ho visto che il design dello store è impostato su un gusto internazionale: raccontatami come sarà lo store.
Lo store avrà un sapore internazionale, frutto di 7 anni di esperienza degli owner in giro per l’Europa, Tra Polonia, Ungheria e Olanda, Paesi in cui la Tribes ha distribuito e collaborato con diversi brands.

E’ previsto anche il lancio di uno shop online?
Lo shop online sarà lanciato nelle settimane successive all’inaugurazione. L’indirizzo sarà snkrsroom.it e snkrsroom.com e si andrà ad aggiungere al nostro storico shop online, ovvero tribes-store.com.

C’è uno sneaker-store in Europa o nel mondo che vi è stato particolarmente di ispirazione?

Sicuramente Solebox, The Good Will Out e Presented By in Europa e Kith NY su tutti nel resto del mondo.

Parliamo di gusti personali: quali sono il tuo brand e i tuoi modelli preferiti?
Sono collezionista di sneakers dall’èta di 10 anni, la prima è stata una Nike Air More Uptempo del 96, che è anche tatuata sul mio avambraccio (ride ndr) e l’ultima una Air Presto Off White. La mia collezione vanta un 70% brand Nike, il mio french bulldog si chiama Nike, quindi avrai ben capito che lo swoosh ha un ruolo particolarmente importante nella nostra storia.

Qual’è stata la sneaker più bella di questa stagione secondo il tuo parere personale ?

Non posso che citare la Nike Sean Wotherspoon, la regina per un collezionista e una sneaker dalla struttura unica ed inimitabile. Chapeaux Sean!

Rimaniamo in attesa dell’inaugurazione pronti a mostrarvi le immagini reali dello store. Intanto gustatevi questi meravigliosi render e…un grosso in bocca al lupo al team di Tribes e Sneakers Room da tutto lo staff di Wait!

La crew di Tribes Store e Sneakers Room

   

 

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SHOPenauer stores: intervista a Raffaella Volpi, titolare di Volpi Donna a Modena https://www.waitfashion.com/shopenauer-stores-interview-with-raffaella-volpi-owner-of-volpi-donna-modena/ https://www.waitfashion.com/shopenauer-stores-interview-with-raffaella-volpi-owner-of-volpi-donna-modena/#respond Fri, 25 May 2018 09:58:11 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=53168 Volpi Donna è una di quelle realtà che sono sempre più rare, in Italia e nel mondo. E per questo preziose. Mentre l’industria tende a standardizzare sempre più i propri negozi e a mettere in vetrina etichette che devono ‘vendersi […]

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Volpi Donna è una di quelle realtà che sono sempre più rare, in Italia e nel mondo. E per questo preziose. Mentre l’industria tende a standardizzare sempre più i propri negozi e a mettere in vetrina etichette che devono ‘vendersi da sole’, da Volpi Donna troviamo uno di quei mondi creati per dare vita a un’esperienza unica per il cliente, dove la titolare, fa accedere il pubblico nel Suo personale regno, fatto di scelte, di ricerca e proposte, sempre all’insegna dell’altissima qualità, dove il prodotto è quello con la P maiuscola.

Qui sono protagonisti assoluti la qualità, il made in Italy, le produzioni di eccellenza, il tutto sotto il gusto unico e le intuizioni di Raffaella Volpi. Creatrice e direttrice dello store.

Buongiorno Raffaella. Ci racconti come è nata e cresciuta la bellissima storia di Volpi Donna. E’ una storia recente o con radici antiche?

Buongiorno Marco! La storia di Volpi nasce a Modena 30 anni fa. Il negozio non è nato per una mia scelta o capriccio personale. Sono nata in bottega di famiglia, e ho da sempre respirato l’aria della boutique, la scelta dei prodotti, la gestione del negozio e del rapporto coi clienti. E’ stato un percorso estremamente naturale. Ho studiato come Export Manager, ma poi questo mondo mi ha richiamato a sé.

Nel corso degli anni sono diventata sempre più capace di esprimere il gusto e la mia personalità, all’interno di uno store che mi rappresenta totalmente.

So che di recente ha aperto uno spazio nuovo.
Sì, esatto. Io e mio fratello abbiamo gestito per anni lo storico negozio in via Emilia, diviso nello spazio uomo e donna.
Cinque anni fa, poi, c’è stata l’occasione di entrare in un grande spazio in Piazza Roma a Modena. Uno spazio meraviglioso che in precedenza era occupato da 3 negozi diversi, e che si affaccia su una della piazze più belle di Modena, famosa anche per il suo storico palazzo Ducale.

Quali sono i brands più rappresentativi della sua realtà?

Iniziamo con il dire, che amo scegliere i brands, dopo aver conosciuto e creato un rapporto unico con l’azienda.

Non amo cambiare brands ogni stagione, ma creare un legame profondo con l’azienda che produce il marchio e fare conososcere apprezzare alla mia clientela.

La nostra storia è partita dai francesi, brands come Marithé & Francois Girbaud sono stati i pilastri nei nostri anni passati.

Oggi la scelta è orientata su brands made in Italy come Giorgio Brato, Salvatore Santoro, Officine Creative e NostraSantissima.

Marchi italiani, con un gusto unico e un’altissima qualità. Si va dalla migliore pelle e pelletteria italiana, a una ricerca d’avanguardia come NostraSantissima o Thom Krom.

Il denim è focalizzato su Citizens of Humanity perchè è in grado di offrire alla mia clientela tutto quello che desidera.

Quali saranno i brand che introdurrà prossimamente?

Ci saranno diverse novità tra cui Simona Tagliaerri e 10sei0otto. Ma altre collaborazioni sono in arrivo. Sto pensando di creare una mia capsule dei capi”must have” perche’ ogni donna ha bisogno nel suo guardaroba di capi che le diano sicurezza.

Modena. Una piccola meravigliosa provincia Italiana. Quali sono i pregi e i difetti di questa città? Le è mai stata stretta questa città?

Come tutte le piccole province italiane, i pregi sono spesso coincidenti coi difetti.

Tutti sanno tutto di tutti. Quando succede una cosa, in pochissimo tempo lo vengono a sapere tutti. Ma sono questi legami gli stessi che mi permettono di costruire dei rapporti solidi nel tempo con una clientela che impara ad apprezzare i prodotti e a capire le tue scelte.

Devo dire che Modena non mi è stata mai stretta. Sono stata sempre una grande viaggiatrice, e questo mi ha permesso di sentirmi aperta al mondo. Di muovermi e fare ricerche per poi trasmettere alle clienti le sensazioni e le tendenze che ho percepito durante i miei viaggi

Abbiamo visto che l’e-commerce è strutturato molto bene e che siete molto attivi sui social. Qual’è il rapporto con il web.

Anche se siamo una realtà locale, con prodotti altamente artigianali siamo sempre stati aperti al web.
Siamo stati tra i primi a creare un e-commerce in Italia, oltre 10 anni fa, grazie al supporto di una ragazza che è partita con me ed è cresciuta molto professionalmente e oggi lavora per grandi marchi di lusso.

Negli anni ci siamo evoluti in maniera sempre più professionale negli shooting e nel photo-editing tramite Photoshop. Niente è appaltato esternamente ma è tutto realizzato da me o sotto la mia supervisione.

Qual’è l’impatto oggi del web sulla vostra realtà?

Quello che mi piace sottolineare è che l’online ci porta spesso a creare legami e rapporti veri off-line.

Ad esempio ho clienti in tutto il mondo, alcuni nei paesi scandinavi, che ora si fidano delle mie scelte e delle proposte. Il legame è nato prima online ma poi si è sviluppato in un rapporto vero.

Molti clienti, italiani e stranieri, si recano direttamente in viaggio fino a Modena, per fare shopping in boutique. Noi curiamo interamente la loro trasferta, dal viaggio all’alloggio, affinchè questa rimanga un’esperienza indimendicabile.

Abbiamo visto che sei protagonista dei tuoi stessi social.

Sì, come il negozio è creato e gestito a immagine e somiglianza di Raffaella Volpi, così ho amato essere la protagonista dei social, e in particolare della pagina Instagram.
Tutti i prodotti che propongo li scelgo personalmente. E per questo che ci tengo a mettermi in primo piano: a indossare i capi per mostrare ai clienti come possono essere indossati e abbinati. E’ un modo per creare un rapporto e un dialogo unico con la clientela.

Abbiamo visto nelle foto che è anche organizzatrice di eventi.

Adoro dare vita al negozio. E’ per questo che ogni stagione realizzo un evento unico, in cui presentiamo una collezione al completo di un brand: quindi ben oltre la scelta dei prodotti che si possono trovare in stagione in boutique.

Lo abbiamo fatto con Giorgio Brato, Avant Toi, Maliparmi, Transit, Vivetta e NostraSantissima. Eventi davvero unici.

In questa modo i clienti, oltre ad avere più scelta, possono capire meglio come è composta interamente la collezione e la possono apprezzare in tutta la sua ampiezza.
L’intero evento è sempre pensato da me in ogni suo dettaglio e la scelta musicale è in collaborazione con il mio dj di fiducia e ha un impronta ‘lounge’ in stile Buddah Bar. Ogni volta cambio gli allestimenti in base al brand che rappresento e mi affido al a un professionista per curare gli scatti che mi serviranno per i social.

Come lavora Raffaella Volpi ? Usa gestionali e statistiche o si affida all’istinto?

Nessun gestionale. E’ tutto nella mia testa: quello che si vende, le tendenze che vanno e che vengono. Nessun gestionale potrà mai percepire gusti e tendenze che devono ancora arrivare.

Come vede Raffaella la donna che ama vestire?

La donna deve essere donna. Si deve sentire a proprio agio nei capi che indossa.

La mia proposta, anche quando sembrava contro-corrente è quella di una donna con un jeans skinny che risalti le forme e un tacco che valorizzi e slanci il corpo.Di giorno mi piace vestire con capi scostati dal corpo e calzature flat.

Se dovesse aprire un nuovo negozio in una delle numerose città dove ha viaggiato dove sarebbe e perchè?

Sarebbe a New York. Perchè l’energia che trasmette questa città è unica. E sarei molto curiosa di portare il mio mondo in una città così cosmopolita.

Oppure ad Ibiza. adoro l’atmosfera unica, che si respirà sull’isola. Libertà, contaminazione.

E’ un luogo allo stesso tempo europeo perchè è a 2 ore dall’italia, ma unico come un mondo a parte.

Grazie Raffaella!

INFO E CONTATTI PER VOLPI DONNA

Sito ufficiale: www.volpidonna.com 

Pagina Facebook di Volpi Donna: www.facebook.com/volpidonna/

Pagina Instagram di Volpi Donna: www.instagram.com/volpidonna_shoponline/

Pagina SHOPenauer di Volpi Donna: www.shopenauer.com/it/negozio/volpi-donna

  

 

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NUOVA INTERVISTA A FAREWELL FOOTWEAR, TRA MODELLI INEDITI E SPERIMENTAZIONE https://www.waitfashion.com/nuova-intervista-a-farewell-footwear-tra-nuovi-modelli-e-sperimentazione/ https://www.waitfashion.com/nuova-intervista-a-farewell-footwear-tra-nuovi-modelli-e-sperimentazione/#respond Wed, 20 Dec 2017 13:50:32 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=51509 La novità non è più un aspetto fondamentale nella moda. Ormai si ripete fin troppo spesso che tutto è già stato fatto, ideato. E allora, com’è possibile per i brand slegarsi dall’omologazione e, soprattutto, dalla noia? Le strade probabili sono […]

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La novità non è più un aspetto fondamentale nella moda. Ormai si ripete fin troppo spesso che tutto è già stato fatto, ideato. E allora, com’è possibile per i brand slegarsi dall’omologazione e, soprattutto, dalla noia? Le strade probabili sono due: realizzare un’estetica timeless, classica, oppure sperimentale, pur tuttavia rimanendo funzionale. Questo lo sanno bene gli amici e fondatori nel 2013 di Farewell Footwear Marta Bagante, Giulia Bison e Federico Grassi, i quali raccontano in questa nuova intervista quali sono le novità del 2018 per il brand di scarpe.

Ragazzi, l’ultima volta che vi ho intervistato per Wait! era giugno 2017. Ora, a distanza di qualche mese, la news è che avete dato via a un restyling del brand. In che cosa consiste?

Come già saprete abbiamo scelto il nome Farewell per il suo significato, per noi vuol dire addio alla noia: è uno stile di vita. Abbiamo quindi voluto abbandonare anche preconcetti del sistema moda come la stagionalità e la collezione in senso classico. Ora Farewell è un insieme di tre famiglie di mono-prodotti continuativi “forever”, dove la corda tecnica è filo conduttore. Nello specifico: la collezione di espadrillas Rope, pop e spensierata, la collezione Holiday che consiste in un mocassino allacciato con fondo a cassetta, più casual e sportiva e, infine, la collezione NSWE (nord, sud, ovest, est): un progetto sperimentale e audace della durata di quattro anni, che vedrà lanciare ogni anno un prodotto speciale. Nel 2018 è WEST, una scarpa fondo cuoio formale dal look texano decorata con una infilatura di corda.

Tutto è nato da una riedizione di una calzatura iconica, soprattutto durante l’estate: l’espadrillas. Questa nuova immagine di Farewell Footwear è dovuta al fatto che questa scarpa non è più in voga?

Oggi vale tutto… e niente! Pensiamo che la moda sia molto frammentata oggigiorno. L’espadrillas rappresenta per noi un approccio casual e voglia di vacanza, più che una moda fine a se stessa. Per questo nel 2018 rielaboreremo una selezione dei nostri pezzi cult e li riproporremo come basici continuativi.

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Dal punto di vista della qualità e della produzione è cambiato qualcosa?

Le collezioni Holiday e NSWE sono made in Italy, la qualità è quindi artigianale e controllata direttamente da noi del team, per la collezione con il fondo fasciato in corda stiamo mettendo a punto un fondo nuovo più industrializzato, tecnico e leggero.

Quello che non è cambiato è il concetto di prodotto moda unisex. Come mai continuate a credere in questo aspetto estetico?

Non è solo unisex ma è anche un femminile-maschile: noi ragazze del team crediamo in un approccio à la garçonne del quotidiano, quindi comodo, pratico, funzionale e nel contempo giocoso.

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Pensate di ampliare la vostra gamma di prodotti, magari estendendola ad altri accessori?

Certo. Pensando al concetto di addio alla noia, di esplorazione, viaggio, ricordando le vacanze (e all’utilizzo inaspettato della corda tecnica) le possibilità sono infinite: sono infatti in programma sviluppi sia su altri accessori che oggetti d’arredo.

Qualche progetto collaterale per il futuro?

Ci stiamo concentrando sul contenuto creando progetti editoriali speciali: per noi le immagini e le storie che raccontiamo sono importanti tanto quanto il prodotto, non a caso abbiamo un’agenzia di comunicazione atipica che unisce art direction e progettazione di prodotto, in particolare scarpe: Motel 409. In agenda abbiamo anche collaborazioni internazionali, non banali, proprio come il nostro concetto di moda.

farewellfootwear.com

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DA KIEV: L’INTERVISTA ESCLUSIVA AL DESIGNER DI GIBSH https://www.waitfashion.com/da-kiev-lintervista-esclusiva-al-designer-di-gibsh/ https://www.waitfashion.com/da-kiev-lintervista-esclusiva-al-designer-di-gibsh/#respond Thu, 16 Nov 2017 10:25:13 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=51181 Sa quello che vuole Dimitrij Gibshman, giovane fashion designer ucraino. Lo ha dimostrato un anno fa quando ha fondato il suo marchio d moda Gibsh, sfilando ai Mercedes-Benz Kiev Fashion Days con la collezione autunno/inverno 2017-18. Ma questa sua determinazione la esprime […]

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Sa quello che vuole Dimitrij Gibshman, giovane fashion designer ucraino. Lo ha dimostrato un anno fa quando ha fondato il suo marchio d moda Gibsh, sfilando ai Mercedes-Benz Kiev Fashion Days con la collezione autunno/inverno 2017-18. Ma questa sua determinazione la esprime anche in questa intervista, in cui racconta del suo marchio, dello stile e della collezione primavera/estate 2018, che accompagna qui le sue parole.

Dimitrij quando ti sei reso conto che “fare” moda sarebbe stata la tua professione e, da allora, perché hai deciso di fondare il tuo marchio?

Volevo essere produttore, fare videoclip, volevo avere la mia agenzia creativa, scattare fotografie e così via. Sono tutti elementi che, se ci pensi hanno a che fare con la moda. Ho sempre saputo che disegnare abiti non sarebbe quindi stato impossibile, ma vivo in un paese con una situazione economica problematica e creare la propria etichetta di moda è molto rischioso. Ho cercato di andare avanti con pazienza, concentrandomi su quello che volevo fare. Così, con onestà e rispetto per me stesso ho deciso di fondare Gibsh, il quale penso stia andando piuttosto bene.

Recentemente hai presentato la tua collezione S/S 2018, la seconda. Oltre ai materiali e agli altri aspetti tangibili, quali elementi intangibili di questa differiscono dalla prima?

A mio parere la seconda collezione è più facile. In essa scorre un filo ideologico che la contraddistingue. Tra le varie influenze, la più interessante è lo sport chic, il quale rende gli abiti da sera di questa collezione assumere un look inaspettato. Ho realizzato i vestiti partendo dal tessuto che si usa per le t-shirt, una scelta non comune. Ed è una riflessione sul fatto che il mondo di oggi si sta allontanando dal lusso. La seconda collezione è veramente importante per me perché è la mia prima per la primavera, ho potuto sperimentare sui tessuti, trovando dei pesi molto leggeri. Quando ho ideato questi capi non ho pensato all’aspetto commerciale: non ci sono raincoats e altri indumenti tipici di quella stagione, ma solo vestiti, magliette e pantaloni.

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Cosa significa per te il verbo “sperimentare”?

Significa andare sempre avanti, continuare a creare e trovare qualcosa di nuovo. È come quando si creano nuovi jeans assolutsmente diversi dagli altri. Significa migliorare ogni giorno.

Sei stato a Milano, al Super. Quale differenze hai notato tra la cultura della moda italiana e quella ucraina?

Ero lì a presentare la mia collezione e non ho avuto molto modo di potere esaminare questo aspetto. Ho visto delle persone gradevoli, in particolare gli uomini italiani, che sono diversi da coloro che vengono dal mio paese, perché non hanno paura della moda, capiscono che fa parte della loro cultura. Ho notato che voi amate veramente i vestiti dei marchi italiani, alcune persone preferisocno indossare Gucci e Dolce & Gabbana, apparendo così molto trendy. Per quanto riguarda l’Ucraina, è diverso: esistono molte persone prive di guesto, soprattutto i più anziani. Ma naturalmente ci sono giovani che sono favolosi ed eleganti qui a Kiev, lavoro con loro e mi piace guardare come si vestono. Soprattutto i giovani che riescono a mescolare elegantemente vari tipi di look ed essere innovativi. Senza dubbio le nuove generazioni amano Vetements, Balenciaga, Rubchinskiy, Raf Simons, Nike, Adidas… Mischiano tutto quello che vedono e lo rendono interessante.

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Racconta l’intero processo di creazione-produzione:

È quello classico: si disegnano gli schizzi e poi si va all’atelier a mostrarle. Quando i vestiti sono pronti, si procede con la sfilata di moda, realizziamo gli ordini e così via. È un processo importante che include il lavoro di una grande quantità di persone.

Quale tipo di moda propone Gibsh?

Gibsh è un brand interessante perché produce abiti per giovani che si vogliono bene e si rispettano. Mi sembra sia qualcosa di nuovo per il nostro mondo. Vorrei che la gente si senta libera di esprimere se stessa, la loro libertà e sessualità attraverso le collezioni Gibsh. A dire la verità non conoscono i miei clienti, non produco per persone specifiche. Infatti sono molto contento quando persone di diversa estrazione acquistano i miei vestiti. Non mi importa chi sono. L’importante è che nel momento dell’acquisto fossero contenti.

Progetti per il futuro?

Per la mia prossima collezione ho intenzione di realizzare dell’abbigliamento maschile. Voglio creare vestiti non solo per le donne. In futuro vorrei rendere Gibsh un marchio di successo e globale, riconosciuto in tutto il mondo. Vorrei vedere persone provenienti da diversi paesi che indossare le mie cose, è molto importante e gratificante per me. Voglio lavorare in avanti e vincere i cuori e le menti delle persone: questo è il mio progetto.

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Gibsh on Facebook

Photographer: Sonia Voznyak
Stylist: Dmitriy Gibshman
Mua: Maria Sova
Model: Vita F. (1 mother agency)
Assistent stylist: Ilya Chernyshevsky

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MODA SOSTENIBILE: INTERVISTA AL FONDATORE DI ECOALF JAVIER GOYENECHE https://www.waitfashion.com/moda-sostenibile-intervista-al-fondatore-di-ecoalf-javier-goyeneche/ https://www.waitfashion.com/moda-sostenibile-intervista-al-fondatore-di-ecoalf-javier-goyeneche/#respond Tue, 31 Oct 2017 14:16:35 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=51002 Non è certamente nuovo un brand di moda che tenta un approccio più sostenibile in termini di produzione. Ma è sicuramente inedito che un marchio del settore si organizzi in tal modo per quanto riguarda l’intera gestione della filiera, l’aspetto […]

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Non è certamente nuovo un brand di moda che tenta un approccio più sostenibile in termini di produzione. Ma è sicuramente inedito che un marchio del settore si organizzi in tal modo per quanto riguarda l’intera gestione della filiera, l’aspetto comunicativo e quello sociale, senza dimenticare la relazione trasparente con il cliente finale. Questa azienda è Ecoalf, nata quasi dieci anni fa a Madrid, in Spagna, da un’idea del  fondatore Javier Goyeneche, il quale ci introduce al suo mondo – che dovrebbe essere anche quello di tutti noi – in questa intervista.

Javier, hai fondato Ecoalf nel 2009 con l’obiettivo di costruire un brand di moda, sia da uomo che da donna, i cui vestiti vengono prodotti nel pieno rispetto dell’ambiente. Dopo quasi dieci anni, quali sono gli obiettivi che hai raggiunto?

All’inizio il problema principale che abbiamo affrontato era l’offerta limitata e di scarsa qualità dei materiali riciclati, c’era poco mercato, e facevamo fatica a produrre. Investendo in ricerca e sviluppo e viaggiando nel mondo per identificare le risorse produttive ideali, abbiamo costruito con cura il progetto che è Ecoalf oggi. Ho trovato la necessità di iniziare a creare partnership con le fabbriche per sviluppare tessuti, rivestimenti, cinghie, etichette e corde utilizzando materiali riciclati. Attraverso l’integrazione della tecnologia innovativa volevo creare abbigliamento e accessori realizzati interamente da materiali riciclati, senza sembrare cheap nel look. La prima collezione, dopo anni di lavoro, è arrivata nei negozi a dicembre 2012! I nostri sforzi negli ultimi anni hanno dimostrato chiaramente che il riciclaggio si collega con la qualità e il design, portando ad un aumento della sensibilità su questo tema, portando le persone a capire che i rifiuti sono di fatto delle risorse naturali e con la stessa qualità. Oggi disponiamo di partnership in tutto il mondo (Taiwan, Corea, Portogallo, Messico, Giappone, Spagna, ecc.). Queste ci consentono di sviluppare continuamente tutti gli elementi necessari per la fabbricazione con materiali riciclati, tenendo conto del design e della qualità. Abbiamo sviluppato oltre 160 tessuti che utilizziamo per progettare le nostre collezioni. Stiamo aiutando a pulire gli oceani con il nostro progetto Upcycling the Oceans, iniziato in Spagna nel 2015, il quale si è ampliato in Thailandia. Ci stiamo espandendo a livello internazionale e stiamo aprendo il nostro flagship store a Berlino che aiuterà ad aumentare la consapevolezza del marchio e diffondere la necessità di proteggere il pianeta per le generazioni future.

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Usate anche reti da pesca e bottiglie di plastica tra gli altri materiali riciclati, dove li trovate?

Dipende dal materiale, ma produciamo dove si trova il materiale riciclato, sia per una questione di vicinanza ma anche per essere coerenti con noi stessi e con l’ambiente, riducendo al minimo le emissioni di carbonio. Non avrebbe senso per noi trasportare residui in un altro paese, quindi produrre il tessuto in un altro luogo, quindi creare l’indumento da altre parti, ecco perché oggi Ecoalf ha oltre undici alleanze in tutto il mondo che ci permettono di sviluppare continuamente tutti gli elementi necessari per la fabbricazione con materiali riciclati. Ad esempio, troviamo reti da pesca in Corea, bottiglie di plastica a Taiwan. Le reti da pesca scartate, le bottiglie di plastica già utilizzate (PET), i pneumatici usurati, il cotone post-industriale e il caffè macinato diventano capi d’abbigliamento, costumi da bagno, scarpe da ginnastica e accessori. Ecoalf investe continuamente in sofisticati processi di riciclaggio per rimanere leader del mercato.

Come funziona il processo produttivo?

Solo attraverso processi altamente sofisticati e innovativi possiamo ottenere le texture che vogliamo.Tutto parte dal materiale. Ad esempio, utilizziamo le bottiglie di plastica recuperate, a cui segue un processo di pulizia. Dopodiché il pezzo viene trasformato in pellet utilizzando processi tecnologici sofisticati, come la polimerizzazione. Poi c’è la fase del filamento (lo spinning dei pellets) che trasforma il prodotto in veri e propri filati che permette confezionare completamente il capo. Oggi abbiamo sviluppato oltre novanta tessuti in PET riciclato.

Nonostante questi dettagli tecnici, ogni collezione sembra essere molto attraente, dal punto di vista esteico. Esprime un look molto chic e sportivo. Come lavora il team creativo?

Crediamo nella moda che fa la differenza, non si tratta solo di apparire belli, ma anche di fare ciò che è giusto e di sentirsi bene rispetto alle altre persone e al pianeta. Quando parli con il nostro team di stilisti, visiti i nostri negozi, tocchi i vestiti, guardi i nostri video, c’è sempre lo stesso tono di voce, autentico e umano. Fin dall’inizio di ogni processo trattiamo al meglio ogni dettaglio, dalla qualità della bottiglia di plastica usata dai pescatori alla “storia produttiva” di ogni indumento che è riportata sull’etichetta, sia che si tratti di un bomber che di un pantalone. I valori aggiunti del nostro marchio sono: la sostenibilità, l’innovazione e la moda. Siamo una piccola squadra ma tutti condividiamo la stessa missione e la nostra visione, che è creare la prima generazione di prodotti riciclati con la stessa qualità, progettazione e le proprietà tecniche dei migliori prodotti non riciclati, per dimostrare che non dobbiamo utilizzare le risorse naturali del nostro mondo in modo scorretto.

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Il vostro manifesto sui cambiamenti climatici è piuttosto chiaro, ma è un dato di fatto che abbiamo già superato i limiti della sostenibilità del nostro pianeta. Cosa possiamo fare per sopravvivere in questa situazione?

Credo veramente che stiamo entrando in una era in cui si cerca di fare le cose giuste e con consapevolezza. Oggi la mentalità della gente sta cambiando e molte nuove aziende emergono cercando di fare le cose in modo diverso. Speriamo che in un prossimo futuro la nostra visione e gli sforzi possano essere d’incoraggiamento  agli altri per muoversi sulla stessa linea: emergeranno etichette di moda più sostenibili, con un conseguente “compromesso” globale verso il riciclaggio e la sostenibilità. Pensate micro e agite macro.

Forse per questo nel giugno del 2017, la Fondazione Ecoalf ha annunciato un impegno di 3 anni per replicare Upcycling the Oceans, questa volta nel Sud-Est della Thailandia, che contribuirà a rimuovere i rifiuti dagli oceani e dalle isole di Phuket, Smaui, Tao, Samed e Napangha in collaborazione con le istituzioni thailandesi. Dopo quattro mesi, puoi vedere già qualche sviluppo o è troppo presto?

Il progetto “Upcycling the Oceans, Thailandia” durerà tre anni, dal 2017 al 2019: il primo anno si concentrerà sull’istruzione e promuoverà il concetto di turismo responsabile, in cui verranno svolte attività di gestione dei rifiuti come la raccolta, la segregazione e la trasformazione dei rifiuti di plastica. Le attività vedranno partecipi anche i pescatori e gli scuba subacquei che raccoglieranno rifiuti di plastica in mare, oltre che altri volontari i quali si occuperanno di farlo sulle spiagge. Il 1 settembre 2017, ha avuto luogo il primo evento ufficiale sull’isola di Samed e ha visto la partecipazione di un centinaio di subacquei, trecento volontari e la presenza delle autorità. Dopo cinque ore di immersione e di pulizia, sono state raccolte 0,7 tonnellate di spazzatura. Il mio sogno sarebbe quello di continuare a replicare questo modello in tutte le linee costiere del mondo.

Progetti futuri?

Abbiamo appena aperto il nostro negozio Flagship a Berlino, un modo per vedere come il brand si viene recepito dal mercato tedesco. Oltre alla Thailandia stiamo anche espandendo Upcycling the Oceans nel nord della Spagna. Ci sono poi parecchie collaborazioni interessanti per la prossima stagione.

ecoalf.com

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PROSAC ALWAYSMILE, L’INTERVISTA. COME DIVENTARE IN 3 ANNI UNO DEI BRAND DI ACCESSORI ITALIANI PIU’ ORIGINALI E RICHIESTI https://www.waitfashion.com/prosac-alwaysmile-lintervista-come-diventare-in-3-anni-uno-dei-brand-di-accessori-italiani-piu-originali-e-richiesti/ https://www.waitfashion.com/prosac-alwaysmile-lintervista-come-diventare-in-3-anni-uno-dei-brand-di-accessori-italiani-piu-originali-e-richiesti/#respond Fri, 06 Oct 2017 13:49:18 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=50625 Circa un anno fa, vi abbiamo raccontato la storia di Prosac Alwaysmile. Un brand di accessori fatto con tanto amore e cura, con sede a Foligno. Due ragazzi, tanto cuore e una passione infinita per i dettagli. Sono partiti da […]

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Circa un anno fa, vi abbiamo raccontato la storia di Prosac Alwaysmile. Un brand di accessori fatto con tanto amore e cura, con sede a Foligno.

Due ragazzi, tanto cuore e una passione infinita per i dettagli. Sono partiti da alcuni papillon, realizzati a mano con tessuti ricercati e attentamente selezionati. Hanno allagato la gamma. Un passo alla volta. Hanno spinto sui Social come se non ci fosse un domani. Hanno fatto una comunicazione curata e di qualità, con bellissimi scatti che hanno valorizzato prodotti già di per se ricercati.

Oggi, partiti con una collezione di 10 papillon, Prosac è uno dei brand di accessori italiani più originali sul mercato, e anche molto richiesti all’estero dove hanno tanti negozi di riferimento e numerosi agenti, dal Giappone alla Germania.  E la collezione spazia da papillon, foulard, bretelle, sciarpe, accessori in pelle come cinture, borse e portafogli. E come se non bastasse adesso si sta allargando anche a con una collezione di abbigliamento. Si è partiti da una capsule di bellissimi gilet con lavorazione a patchwork che vedete in queste foto.

Tantissime novità in arrivo..abbiamo deciso di intervistare Leonardo Agostini e Marta Ceccarini founder del brand, per farci raccontare cosa li aspetta per il futuro.

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PROSAC ALWAYSMILE: L’INTERVISTA

Buongiorno ragazzi, so che ci sono tantissime novità e per questo abbiamo deciso di contattarvi direttamente per farcele raccontare!
Iniziamo dalla linea. Ho visto che avete ampliato la gamma: non solo accessori, ma abbigliamento: la collezione di gilet si è molto allargata. Ci sono altre news?
Raccontateci le novità più importanti e le evoluzioni della linea, quelle che sono già disponibili e quelle in arrivo!

Dal punto di vista merceologico il nostro progetto è in continua evoluzione.
Stiamo allargando la vasta gamma di accessori e questa estate abbiamo già ampliato l’offerta attraverso la realizzazione di nuovi modelli di bretelle e accessori in pelle conciata al vegetale, due categorie di prodotto che hanno riscosso un enorme successo.
Da questo inverno ne vedrette delle belle, non vogliamo rilevare molti dettagli, possiamo solo anticiparvi che il cashmere sarà protagonista assoluto di una nuova linea di accessori e maglie.
Inoltre occhio al denim giapponese, ai cotoni bio e a materiali organici innovativi e sperimentali……
Stiamo ampliando la nostra collezione di gilet ma a Dicembre presenteremo anche altri capi di abbigliamento grazie alla collaborazione con altri brand ed eccellenze artigianali e sartoriali locali.
Stiamo sviluppando una linea coerente sia dal punto di vista concettuale che stilistico, seguendo i nostri alti standard qualitativi e puntando al totale rispetto dell’ambiente in nome di una nuova artigianalità ecosostenibile.

So che pian piano vi state facendo conoscere anche a livello internazionale. Raccontateci delle fiere a cui avere partecipato, vogliamo un feedback! 
Si, abbiamo avuto la possibilità di partecipare a diverse fiere internazionali, per il momento ci siamo concentrati sul mercato tedesco e al Premium Berlin abbiamo ottenuto dei risultati sorprendenti. Si tratta di una fiera super organizzata dove i brand possono godere di servizi ottimali, inoltre l’affluenza di buyer europei e internazionali è il fiore all’occhiello dell’evento.
La fiera è frequentata da gente del settore specializzata, realmente interessata alle collezioni e ai brand espositori.
Si respira ogni anno un atmosfera positiva, carica di entusiasmo e passione.
In questo momento esistono moltissime fiere internazionali e dopo avere partecipato come espositori anche al Coterie di Ny, al Supreme Dusseldorf e al Supreme Munich stiamo valutando quali siano i migliori eventi per il nostro brand.
Anche qui va fatta un attenta ricerca e scegliere le manifestazioni più adatte al proprio stile, al proprio target di riferimento e alle proprie strategie commerciali.

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Quindi raccomandereste di presenziare a queste fiere ad altri giovani brand italiani?

Si, consiglio ai giovani brand italiani di fare un’attenta ricerca sulle fiere internazionali, per poi selezionare quella più adeguata per poter costruire un piano commerciale sul medio-lungo periodo.
Non basta una sola stagione per penetrare nel mercato, la gente vuole vedervi in ogni edizione, è come se fosse una garanzia di solidità e professionalità del proprio progetto.
Se le prime fiere vanno male o non benissimo in termini di ordini, non mollate! 🙂

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Come vi stare muovendo a livello internazionale? Quali sono i paesi esteri dove avete maggiore riscontro? Avete rappresentanti in altri paesi?

A livello internazionale ci stiamo muovendo attraverso le fiere, utilizziamo quest’ultime per poter sviluppare dei nuovi contatti e creare una rete distributiva nei diversi territori. Stiamo riscuotendo un ottimo successo in Canada, Germania, Giappone, Svizzera.Cerchiamo sempre di poter trovare un agente o un distributore di zona. Anche qui il segreto è trovare la persona giusta per il proprio brand.
Quando poi si inizia a lavorare con l’estero anche la struttura di logistica e spedizione va potenziata e migliorata in modo tale da rispettare le esigenze e le tempistiche dei clienti.
Con alcuni paesi non puoi permetterti di sbagliare, e anche questa è una bellissima sfida da cogliere 🙂

Una notizia di corridoio mi è arrivata all’orecchio… a quanto pare a dicembre aprirete nella vostra città di origine, Foligno, il vostro primo store ufficiale, che se non sbaglio sarà anche ufficio e showroom. Insomma, un passo importante nella storia di Prosac. Dateci qualche anteprima del progetto!

Ebbene si, a Dicembre saremo pronti con l’apertura del nostro spazio.
Sarà un laboratorio creativo, uno showroom, un negozio, un locale dove poter creare eventi, organizzare mostre di ogni genere, uno spazio molto europeo, giovane, dinamico dove moda, arte, fotografia e musica si uniranno nell’unico intento di condividere idee, esperienze ed emozioni. Posso solo anticiparvi che il locale si svilupperà su due piani e che, concedetemi il termine, sarà una vera figata!
Presto inizierà il conto  alla rovescia ma il nostro intento è quello di farvi una vera e propria sorpresa, non daremo anticipazioni fino alla data dell’opening…:)

Veniteci a trovare e vedrete…il tutto è ancora da ufficializzare, ma molto probabilmente stiamo parlando della prima settimana di Dicembre 🙂
NEVER STOP!

PROSAC ALWAYSMILE, TUTTE LE INFORMAZIONI:

Sito ufficiale: www.prosacalwaysmile.com

Pagina Instagram: www.instagram.com/prosacalwaysmile/

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QUALITÀ, OVVERO PENCE 1979: INTERVISTA A DORA ZECCHIN https://www.waitfashion.com/qualita-ovvero-pence-1979-intervista-a-dora-zecchin/ https://www.waitfashion.com/qualita-ovvero-pence-1979-intervista-a-dora-zecchin/#respond Thu, 28 Sep 2017 07:47:07 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=50508 Esiste un punto fermo su cui ruota la moda di Pence 1979: la qualità dei materiali. Tutto il resto, lo stile, il look, la forma, sono in continua evoluzione. Lo sa bene Dora Zecchin, oggi direttore creativo del marchio veneto, […]

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Esiste un punto fermo su cui ruota la moda di Pence 1979: la qualità dei materiali. Tutto il resto, lo stile, il look, la forma, sono in continua evoluzione. Lo sa bene Dora Zecchin, oggi direttore creativo del marchio veneto, che apporta ogni anno degli elementi in più per renderlo sempre attuale, contemporaneo. Il motivo è uno solo: essere consapevoli che non si può rimanere legati a un’estetica nata trent’anni fa. Mantenendo indelebili solo quegli elementi fondamentali per vincere la competizione con le altre realtà, che nel caso di Pence 1979 sono appunto dei tessuti grezzi di prima qualità, come racconta Zecchin in questa intervista.

La storia di Pence inizia nel 1979. Quali sono le evoluzioni che il marchio ha sperimentato in questi anni?

Dal 1979 a oggi Pence è cambiato molto anche se i DNA rimane lo stesso. Rimangono la passione per la materia prima, i tessuti, e la voglia di sperimentare su di essi trattamenti speciali. Nel passato si trattava perlopiù di jeans mentre oggi nelle collezioni troviamo grande proposta e varietà di materiali. Lo stile si è adattato ai tempi pur rimanendo fuori dalle mode che dettano le tendenze, ma proponendo un proprio modo di vivere e quindi di vestire.

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Il tratto distintivo del brand è la qualità dei materiali, perlopiù grezzi. Come mai questa scelta? Come avviene il loro processo di selezione?

La prima selezione a ogni stagione viene fatta d’istinto. Non esiste mai un mood prima di aver selezionato i principali tessuti, sono loro che mi guidano nella realizzazione di ogni collezione. Questo perché siamo profondamente convinti che solo una profonda conoscenza delle materie prime permetta di poter stravolgere le classiche tecniche di lavorazione e quindi di inventare e scoprirne di nuove.

Per chi fa parte dell’industria dell’abbigliamento come voi, come si fa a essere sempre in voga, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni?

È una cosa difficile o forse impossibile da spiegare. Sicuramente si deve avere una certa sensibilità ma l’osservazione quotidiana di quello che ci sta intorno, delle persone che vediamo ogni giorno per strada ci da grandi spunti.

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Come nasce la collezione per questo inverno sia per l’uomo che per la donna?

La collezione Autunno-Inverno 2017-18 di Pence 1979 donna e uomo trae ispirazione dallo stile anni ’70 e in particolare dalle forme e dai colori che ne hanno fatto la storia. Si risveglia il desiderio di mescolare i capi impreziositi da fantasie e colori, per un look decisamente più appariscente, creando un armonico contrasto di stile e forme.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Nel futuro vorremmo poter ampliare il nostro mercato ad alcuni Paesi che ad oggi tocchiamo appena con pochi punti vendita. L’Asia sta già dando buoni risultati, speriamo in una crescita cospicua a breve.

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pence1979.com

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INTERVISTA AI FONDATORI DI OU NON, BRAND ALLA SUA PRIMA COLLEZIONE https://www.waitfashion.com/intervista-ai-fondatori-di-ou-non-brand-alla-sua-prima-collezione/ https://www.waitfashion.com/intervista-ai-fondatori-di-ou-non-brand-alla-sua-prima-collezione/#respond Fri, 22 Sep 2017 08:42:43 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=50499 Ottavia Vianson e Nicola Voltolini. Lei è illustratrice e responsabile della creazione di stampe uniche. Lui è il designer, la persona che crea la silhouette. Insieme sono due giovani creativi che quest’anno hanno dato vita a Ou Non, marchio di […]

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Ottavia Vianson e Nicola Voltolini. Lei è illustratrice e responsabile della creazione di stampe uniche. Lui è il designer, la persona che crea la silhouette. Insieme sono due giovani creativi che quest’anno hanno dato vita a Ou Non, marchio di moda femminile made in Italy. La prima collezione è pensata per la prossima estate e a raccontarla sono i due fondatori, che in questa intervista spiegano come è nato il brand e gli obiettivi per il futuro.

Ottavia, Nicola, quando e perché avete deciso di unire le vostre competenze in ambito stilisto e creare Ou Non?

NV: Ci conosciamo dai tempi della scuola, e da tempo pensavamo di dare via a un progetto personale che esprimesse chi siamo e il nostro punto di vista. Proveniamo da due estrazioni culturali molto diverse e abbiamo gusti e idee agli antipodi. Questi dettagli ci sono sembrati perfetti per concretizzare la nostra idea: uno compensa l’altro. Tutto è nato da una chiacchierata e ci siamo buttati.

Come mai avete chiamato il marchio Ou Non, ovvero o no? Per porvi come alternativa al panorama attuale della moda o, per come hai appena detto tu Nicola, deriva dal rischiare o meno l’avvio di una realtà come la vostra?

NV: Non abbiamo certezze, il nome è una sorta di domanda che vogliamo porre anche all’acquirente, ma anche a noi stessi. Quindi si pensiamo di essere un’alternativa ma senza presunzioni, noi andiamo avanti per la nostra strada. Inoltre richiama i nostri nomi, ma in modo diverso dando comunque il senso di un brand dove l’aspetto personale è molto forte: lo abbiamo cucito addosso.

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Osservando la vostra prima collezione, lo shooting, si direbbe che vi siate molto divertiti a concepirla. È l’allegria e la spensieratezza uno dei tratti caratteristici del marchio che vedremo anche nelle successive collezioni?

OV: Assolutamente sì. Siamo due persone molto visionarie e cerchiamo di conciliare queste visioni un po’ paradossali, ilari, con il mondo dell’abbigliamento che ha le sue regole. Ed è proprio questo ciò che ci stimola e diverte.

NV: Si tratta di una vera e propria arteria del nostro progetto. Vorremmo che le persone si divertano nel guardarla, ma non solo dal punto di vista ludico ma anche riflessivo: non è detto che le prossime stagioni esprimeranno in modo così esplicito questa sensazione, ma è possibile che lo facciano da un punto di vista più concettuale, più sofisticato.

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Quali sono gli altri elementi portanti di Ou Non?

NV: Sicuramente la femminilità, il non volere per forza cedere alle tendenze mainstream, riflettendo su dei temi importanti senza però interpretarli troppo seriamente. L’obiettivo è riportare gli abiti a quello che sono, ovvero delle armature, tendo però ben presente che non stiamo andando in guerra: ci vuole anche un po’ di frivolezza. Non vogliamo creare una dottrina e non abbiamo concetti estremi da comunicare, però vogliamo esprimere quello che per noi è questo momento storico, come abbiamo fatto con la nostra prima collezione: l’obbiettivo era quello di rappresentare un’estate italiana, la nostra e attraverso i nostri occhi.

Producete attraverso LATE, il laboratorio di LATEWEAR: com’è nata questa collaborazione?

OV: È nata un po’ per caso, attraverso Facebook. Dopo vari tentativi siamo riusciti ad arrivare a loro, ad Antonella che ci ha accolti. Abbiamo ricevuto molti consigli, soprattutto dal punto di vista commerciale e relativo alla produzione. In ogni caso alla fine l’ultima decisione a livello stilistico e progettuale è nostra, ovviamente. Tuttavia trovare un progetto così oggi non è facile, e appena abbiamo trovato la loro pagina sui social ci siamo fermati un momento e abbiamo capito che era la strada giusta per una start up come le nostra.

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Qual è il target a cui vi rivolgete?

NV: Le nostre clienti vanno dai 25 ai 35 anni, stando molto ampi, anche se in realtà vedendo la collezione potrebbe non sembrare. Ma qui ritorna il gioco: una ragazza oggi giorno, anche se ha una famiglia e un lavoro sin da giovane, non significa che non abbia più voglia di scherzare, di sorridere e osare un po’ ma con eleganza.

Cos’è per voi la moda?

NV: per noi dovrebbe essere un evento culturale, dietro al quale ci sono la storia, la cultura… Una forma d’arte. Di quella attuale apprezziamo le contaminazioni, e questo è dovuto anche al fatto del cambio repentino dei direttori creativi, che non vedo con occhio negativo. Il problema oggi della moda è l’assenza di una subcultura, e questo per me, che ho studiato antropologia prima di dedicarmi agli studi di moda, è un dato negativo, ne subisco un po’ l’assenza ecco.

Quali sono i progetti per il futuro?

OV: Siamo una realtà piccola che vuole esprimersi, senza necessariamente incastrarsi all’interno del mondo della moda, ma cercando di trovare ispirazione al di fuori, in altre realtà. Siamo un continuo work in progress. A livello produttivo, attualmente stiamo lavorando sulla collezione invernale che presenteremo l’anno prossimo.

instagram.com/ounon.official

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INTERVISTA A CARLO ZANUSO: IL LIFESTYLE SECONDO POMANDÈRE https://www.waitfashion.com/intervista-a-carlo-zanuso-il-lifestyle-secondo-pomandere/ https://www.waitfashion.com/intervista-a-carlo-zanuso-il-lifestyle-secondo-pomandere/#respond Wed, 20 Sep 2017 14:06:00 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=50480 Lifestyle. Stile di vita. Sembra facile affermare che il proprio sia possibile crearlo indipendentemente dalle mode, dai trend, da ciò che è sulle riviste. Ma la verità è che, proprio a causa della variegato offerta che esiste sul mercato, diventa […]

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Lifestyle. Stile di vita. Sembra facile affermare che il proprio sia possibile crearlo indipendentemente dalle mode, dai trend, da ciò che è sulle riviste. Ma la verità è che, proprio a causa della variegato offerta che esiste sul mercato, diventa utile la mano e la mente di qualcuno che intende suggerire un modo di vivere. Secondo il proprio gusto, la propria storia. Ed è il percorso che Carlo Zanuso sta percorrendo dal 2008, ovvero anno in cui ha lanciato il suo brand di abbigliamento Pomandère. Il designer si racconta in questa intervista in cui spiega i valori portanti della sua impresa e i progetti per il futuro.

Carlo, con quali obiettivi è nato Pomandère? Si sono realizzati a distanza di nove anni?

Pomandère nasce dalla mia passione e la voglia di poter realizzare e tradurre in qualcosa di proprio l’esperienza maturata negli anni dai miei genitori, che si occupano oggi dell’intera produzione Pomandère, avendo saputo maturare un esperienza di più di 38 anni , nella gestione della realizzazione di camicie per conto di terzi. Si è cresciuti passo alla volta, facendo scelte al momento giusto senza voler strafare. La crescita che in questi nove anni abbiamo ottenuto è arrivata grazie all’identità informale e quotidiana che ho voluto appartenesse a Pomandère.

Nella camiceria di famiglia hai appreso le nozioni fondamentali del lavoro di designer, ma anche quelle commerciali, più relative al business. Come si è sviluppata poi l’idea di creare una collezione completa da donna?

Il progetto iniziale è stato studiato stilando un business plan con un arco temporale di tre anni. Ho saputo da subito scindere il lato di formazione economica da quello di creativo. Una dote, forse, che è appunto quella di saper guidare la parte più emozionale con quella concreta. La partenza è stata quella di presentare la camicia, cardine del guardaroba maschile, in chiave estremamente femminile nelle proporzioni e nell’uso. Camicie, che poco a poco si sono fatte abiti. Da qui la voglia di completare il look con forme destrutturate e curate nella loro sartorialità. Penso sempre a capi senza tempo, facili da indossare ed essere interpretati da chi li indossa.

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Hai lanciato una linea homewear che comprende tovaglie in lino, saponi e profumi per ambiente, a partire dalla stagione autunno-inverno 2017, oggi nei negozi. Quali valori vuoi trasmettere con questa novità?

Mi piacerebbe trasmettere il calore della casa. Quando abbiamo aperto il nostro showroom di Milano, infatti, lo abbiamo pensato come un luogo da vivere e non a un vero e proprio ufficio. Attraverso il profumo, le essenze, vogliamo trasmettere le emozioni che scaturiscono quando si è in un ambiente famigliare, in cui ci si sente a proprio agio.

Dove avviene la produzione delle collezioni Pomandère?

La produzione è interamente Italiana. Le materie prime che scegliamo, sono esclusivamente selezionate tra quelle naturali, e questo riguarda sia i tessuti che le fragranze. Tengo molto al fattore Italia, credo sia un valore aggiunto che si dovrebbe coltivare e salvaguardare maggiormente.

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Sul sito è scritto che tu sei il volto del marchio ma “la faccia cela mettono tutti”: cosa rappresenta questa affermazione?

Si, mi piace il confronto e il lavoro di team. Credo che dal lavoro di squadra possano nascere stimoli interessanti, senza però perdere di vista l’identità e gli obiettivi da raggiungere, che devono essere coordinati e precisi.

Quali sono i progetti per il futuro?

Sicuramente fare crescere il progetto living, è l’ultimo nato e per questo ancora in fase di sviluppo. Un’idea che mi sta frullando in mente, sarebbe quella di aprire un piccolo locale, esprimere l’identità di Pomandère attraverso questo mezzo, o luogo, credo sia molto più affascinante rispetto al concetto di negozio monomarca.

pomandere.com

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SHOPenauer stores: intervista ad Amedeo D., la storia dell’urbanwear a Milano https://www.waitfashion.com/shopenauer-stores-intervista-ad-amedeo-d-la-storia-delurbanwear-a-milano/ https://www.waitfashion.com/shopenauer-stores-intervista-ad-amedeo-d-la-storia-delurbanwear-a-milano/#respond Fri, 08 Sep 2017 10:07:53 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=50395 E’ un grandissimo piacere vedere negozi storici, come Amedeo D a Milano entrare nel nostro progetto SHOPenauer, quella su cui stiamo lavorando alacremente per trasformare nella guida web interattiva più evoluta e completa ai migliori negozi e brand del mondo, […]

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E’ un grandissimo piacere vedere negozi storici, come Amedeo D a Milano entrare nel nostro progetto SHOPenauer, quella su cui stiamo lavorando alacremente per trasformare nella guida web interattiva più evoluta e completa ai migliori negozi e brand del mondo, comprensiva di un global shop online/marketplace.

Ecco la pagina ufficiale di Amedeo D su SHOPenauer, dove troverete la lista dei brand aggiornata in tempo reale, la mappa per raggiungere il punto vendita, orari, link ai social, l’Instagram feed automatizzato news e altro.

Amedeo D, per oltre 30 anni, attraverso generazioni, cambi di moda, crisi globale, avvento degli online è sempre rimasto il faro di riferimento a Milano per urbanwear e lo streewear, con una selezione di sneakers dei più importanti brand del mondo (Nike, Adidas; Puma, Reebok, Vans, Asics, New Balance, Converse ecc…) ricca di edizioni limitate e modelli introvabili.

Il suo negozio storico in Galleria di Corso Vercelli ha vestito generazioni di ragazzi, e oggi una parnership con il gruppo Coin ha portato all’apertura di una serie di shop-in-shop targati Amedeo D, all’interno dei Coin store. Si è partiti con il punto vendita Coin di Piazza Cinque Giornate a Milano, e visto il successo, si è proseguito con una serie di aperture a Bergamo, Brescia, Roma, Treviso e Padova.

Quale occasione migliore quindi per intervistare Leonardo, una delle figure più rappresentative del progetto Amedeo D.? Ecco a voi la nostra intervista esclusiva!

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INTERVISTA AD AMEDEO D

Buongiorno Leonardo! Eccoci con qualche domanda.

Partiamo dalla più importante: come si riesce a rimanere sempre il punto di riferimento a Milano per l’urbanwear da generazioni, in un mercato così veloce e continuamente in cambiamento?

Sicuramente non devono mancare curiosità, spirito d’osservazione, ambizione, buon gusto, buon senso e tanta passione per il lavoro che si svolge.

Per quanto riguarda i canali dai quali noi otteniamo i segnali per stare al passo con i tempi troviamo al primo posto l’umiltà e l’attenzione con le quali ascoltiamo tutte le richieste fatte dalla nostra clientela aggiornatissima che a differenza del passato viaggia moltissimo ma soprattutto naviga moltissimo inoltre abbiamo un’attenzione particolare, attenta ed approfondita a tutto ciò che è web e social (su tutti Instagram!!!), senza mai dimenticare di essere sempre presenti anche alle fiere nazionali ed internazionali di settore e immancabilmente un occhio particolare e attento va dedicato al mondo della musica.

Quali sono stati i brand best seller della scorsa stagione?

Carhartt e Stone Island

Quali  potrebbero invece essere il best-seller di questa nuova stagione autunno-inverno 2017-18 ?

Vans, Levi’s e Iuter

Ci dite invece quale nuovo brand avete introdotto da poco e potrebbe essere la ‘sorpresa’ della nuova stagione che ci aspetta?

Tommy Hilfiger, CP Company e Thrasher

Come si sta evolvendo la collaborazione con Coin? Sono previste nuove aperture?

La collaborazione continua con soddisfazione reciproca e soprattutto con prospettive di crescita molto positive.

Nel mese di Settembre apriremo con Coin nei building di Catania e di Sassari due nuovi bellissimi e prestigiosi negozi.

In un mondo così tecnologico, Amedeo D non ha ancora un e-commerce. Lo vedremo prossimamente o rimarrete focalizzati solo sulla vendita nei negozi fisici?

Siamo consapevoli che nel prossimo futuro anche noi avremo l’esigenza e la necessità di pianificare un e-commerce anche se, pur andando contro corrente riteniamo opportuno concentrare per il momento le nostre energie fisiche e mentali nel tutelare il fascino che può dare solo un negozio fisico.

 E ora una domanda più personale: quali sono i 3 marchi preferiti dai ragazzi dello Staff Amedeo D… ossia quelli che non devono mancare nei loro armadi?

Stone Island, Carhartt, Adidas

Grazie Leonardo per la disponibilità e in bocca al lupo per una nuova, grande stagione!

Grazie a voi!

INFO E CONTATTI AMEDEO D

Sito ufficiale di Amedeo D: www.amedeod.it

Pagina Facebook Ufficiale di Amedeo D: ww.facebook.com/amedeodmilano/

Pagina Instagram Ufficiale di Amedeo D: www.instagram.com/amedeodmilano/

Pagina di SHOPenauer Ufficale di Amedeo D: www.shopenauer.com/it/boutique/300-amedeo-d-

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INTERVISTA A DRYCLEANONLY: MODA TRA VINTAGE E FATTO A MANO https://www.waitfashion.com/intervista-a-drycleanonly-moda-tra-vintage-e-fatto-a-mano/ https://www.waitfashion.com/intervista-a-drycleanonly-moda-tra-vintage-e-fatto-a-mano/#respond Fri, 11 Aug 2017 12:47:53 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=50197 Da Bangkok al mondo intero. È la strada che si sta costruendo DRYCLEANONLY con un’idea di moda ben precisa: sfruttare le risorse migliori dell’abbigliamento vintage e interpretarle, attraverso una produzione su misura e fatta a mano, in chiave contemporanea. E se […]

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Da Bangkok al mondo intero. È la strada che si sta costruendo DRYCLEANONLY con un’idea di moda ben precisa: sfruttare le risorse migliori dell’abbigliamento vintage e interpretarle, attraverso una produzione su misura e fatta a mano, in chiave contemporanea. E se la parola d’ordine è ricerca, l’approccio è quello dell’esploratore che gira per il mondo per trovare i capi e i materiali che andranno a distinguere il suo dagli altri brand sul mercato. Il fondatore, Patipat Chaipukdee, meglio conosciuto come Best, racconta il marchio nato nel 2010.

Best, hai fondato DRYCLEANONLY sette anni fa. Descriveresti  il concetto da cui ti sei mosso nel crearlo?

DRYCLEANONLY è un ribelle e uno spirito libero, il nostro DNA è composto dagli elementi essenziali del vintage con un tocco contemporaneo, attraverso nuovi materiali e tecniche artigianali. Proponiamo disegni unici per le nostre clienti, che sono indipendenti e a loro agio con il proprio corpo e che, infine, non hanno mai paura di esprimersi.

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Abbigliamento fatto a mano e vintage. Come si sviluppa l’intero processo?

Il processo di sviluppo inizia dall’umore e dal tono che voglio dare alla collezione, poi controllo le risorse disponibili che abbiamo e le possibilità che ha un capo di essere riprodotto. Facciamo moltissima ricerca, viaggiamo parecchio e cerchiamo il vintage in tutti questi luoghi. Avere un buon rapporto con importanti negozi del settore ci aiuta anche ad accedere per primi a queste risorse per ottenere i pezzi migliori. Bellissimi materiali sono nascosti dappertutto, basta osservare bene nei dettagli ogni singolo prodotto e, una volta trovato il capo giusto, farlo proprio. Dalla fase di sviluppo alla quella relativa alla produzione, dobbiamo sempre lavorare, per i motivi che ti ho appena detto, con delle risorse limitate. Ecco perché risulta impegnativo gestire con soluzioni creative ogni collezione. Ma questo è anche il bello del nostro lavoro.

Come è il tuo rapporto con i clienti? Leggi delle differenze tra le persone di Bangkok e le europee o statunitensi, per esempio, in termini di come si avvicinano alla tua idea di moda?

Abbastanza, le persone di ogni luogo hanno mentalità ed eleganza diverse. Hanno anche preferenze differenti verso i nostri stessi prodotti e il modo di considerare i nostri pezzi singolarmente. L’approccio all’acquisto è altrettanto diverso. Pertanto, per soddisfare le esigenze del mercato globale, abbiamo capito che dobbiamo offrire una gamma più completa.

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C’è anche una sensibilità nei confronti dell’ambiente dietro DRYCLEANONLY?

Non era il nostro obiettivo principale, ma siamo molto orgogliosi che in qualche modo questo concetto di moda e di azienda contribuisca a salvare il nostro pianeta.

Quali sono i progetti per il futuro?

“The Journey of 100 Dresses”. Please, stay tuned!

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drycleanonlybkk.com

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ETICA E MODA: INTERVISTA A PETER SIMONSSON DI THE WHITE BRIEFS https://www.waitfashion.com/etica-e-moda-intervista-a-peter-simonsson-di-the-white-briefs/ https://www.waitfashion.com/etica-e-moda-intervista-a-peter-simonsson-di-the-white-briefs/#respond Fri, 04 Aug 2017 11:38:35 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=50091 Tutto è cominciato da alcuni slip bianchi, nel sud della Svezia. L’anno, il 2009, è quello di fondazione. La creazione di un marchio di moda che fa della purezza, dell’etica e della qualità dei materiali, la cifra che lo distingue […]

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Tutto è cominciato da alcuni slip bianchi, nel sud della Svezia. L’anno, il 2009, è quello di fondazione. La creazione di un marchio di moda che fa della purezza, dell’etica e della qualità dei materiali, la cifra che lo distingue dai suoi omologhi, i quali, anziché concentrarsi sul prodotto, spesso prediligono aspetti quali il marketing sfacciato e altri escamotage per farsi conoscere e vendere. Non vi è nulla di scorretto in questo, ma The White Briefs ha scelto un’altra strada, più rischiosa forse, ma, come ci racconta qui il suo fondatore e designer Peter Simonsson, più legata a una moda consapevole e a un equilibrato appeal estetico.

Peter, quando hai fondato il tuo marchio The White Briefs, quali erano le basi del brand?

Volevo creare un marchio sincero, utilizzando materiali organici, con un pizzico di creatività e concentrandomi sulla qualità.

Parli di “indumenti utili”. Puoi spiegare cosa significa?

Intendo l’indumento che utilizzi di giorno in giorno, che tocca da vicino alla tua pelle. Mi piace anche studiare e giocare con il modo in cui si vestono i capi basic del guardaroba, i loro contesto di utilizzo, la forma e i tessuti che scegli e indossi nelle diverse occasioni. Cerchiamo di rinvigorire il tuo guardaroba con ottimi prodotti.

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Oggi, però, è molto difficile definire ciò che è utile, soprattutto nella moda. Qual è il tuo punto di vista?

Hai ragione, esistono troppe realtà nella moda, si acquista in modo eccessivo. La concorrenza è tanta, molti hanno le stesse idee, insomma è un mondo affollato. Noi cerchiamo di vedere una luce nel tunnel con i nostri prodotti e la nostra estetica, mantenendo i nostri valori di marca e i nostri standard.

Come si articola il processo creativo e produttivo?

In ordine cronologico: prima i tessuti, poi il design a cui segue la produzione e, infine, un controllo per mantenere in ordine tutte le fasi precedenti del processo.

Raccontaci della tua collezione più recente:

La Wayfarer è una collezione ispirata da un incontro tra Lawrence d’Arabia, Picasso e alcuni riferimenti musicali provenienti dall’hip hop degli anni 90. È caratterizzata da colori e tessuti safari, come khaki, i blu, delle linee di rosa e bianchi, maglie, cotone terry loop, jersey, tencel, rivestimenti in lino e molte versioni in cotone pima. Gli stili sono forme confortevoli con un punto vita importante, pantaloncini essenziali e leggeri, maglie ariose sia per l’intimo che per tutti i giorni.

Qualche progetto per il futuro?

Questo autunno apriremo a Parigi il nostro primo store in assoluto. Siamo molto eccitati all’idea. A breve sveleremo anche una nuova collaborazione!

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thewhitebriefs.com

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DA ROMA A MADONNA: INTERVISTA AD ALESSANDRA CAPPIELLO DI MORFOSIS https://www.waitfashion.com/da-roma-a-madonna-intervista-ad-alessandra-cappiello-di-morfosis/ https://www.waitfashion.com/da-roma-a-madonna-intervista-ad-alessandra-cappiello-di-morfosis/#respond Fri, 21 Jul 2017 12:45:28 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=50022 Ha inaugurato il suo marchio tredici anni fa. In questa decade è riuscita a farlo crescere e inserire le sue collezioni nei negozi più prestigiosi. Percorso lungo e complesso che però l’ha portata a vestire Madonna, la cantante americana che […]

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Ha inaugurato il suo marchio tredici anni fa. In questa decade è riuscita a farlo crescere e inserire le sue collezioni nei negozi più prestigiosi. Percorso lungo e complesso che però l’ha portata a vestire Madonna, la cantante americana che con i suoi look ha portato fortuna a numerosi designer degli anni novanta. Questa è la storia presente di Alessandra Cappiello e del suo brand di moda Morfosis. che la designer racconta in questa intervista.

Alessandra, hai fondato Morfosis nel 2004. Come si è evoluto il marchio fino a oggi?

Partendo da un ristretto ma prestigioso pubblico, il brand si è fatto apprezzare nei migliori negozi romani e poi si è posizionato sul territorio italiano per passare finalmente a una distribuzione internazionale. È stata una bella sfida, portata avanti con grande tenacia e ostinazione in un momento storico particolarmente difficile per un brand piccolo come il nostro. Posso ritenermi molto soddisfatta e ancor più determinata degli esordi.

In un epoca che spinge verso l’omologazione, cos’è per te il cambiamento e come lo esprimi nelle tue collezioni?

L’ aspirazione verso qualcosa di sempre nuovo contraddistingue la mia donna, la cui volontà è esprimersi secondo inclinazioni essenziali e raffinate, oppure più androgene, e muoversi entro scenari e ambienti diversi, perseguendo la propria estetica multiforme. Ogni donna può fare una scelta. Ha il suo stile e la sua personalità da comporre e scomporre nel caleidoscopio delle proposte, collezione dopo collezione.

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Hai titolato Imperfezioni la tua linea per il prossimo inverno. Da cosa è scaturito questo percorso?

Associo l’imperfezione all’ originalità e all’ indipendenza. E l’indipendenza alla libertà. La libertà di fare delle scelte. Un cortocircuito tra l’estetica e l’educazione ricevuta durante l’infanzia. Sono cresciuta per essere una persona senza vincoli e questo mi ha portato a elaborare questo concetto dell’imperfezione che è la costante di tutte le mie collezioni che potremmo semplicemente chiamare imperfezione I e imperfezione II. Una tensione alla perfezione proprio nel non essere perfetti, per un apertura a ogni individualità possibile, per raggiungere un impreciso equilibrio.

Hai collaborato con icone del calibro di Madonna, com’è lavorare con personalità di questo livello? Hanno lasciato degli spunti creativi anche per i tuoi successivi lavori?

Ho lavorato con Katia e Marielle Labeque che sono poi diventate care amiche e con Viktoria Mullova. È stato grazie a loro che sono arrivata a vestire anche Madonna. Gli artisti hanno personalità vulcaniche, assetate di novità e curiosissime con il loro immaginario potente, per me sono sempre delle fonti d’ispirazione.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Rendere felici le donne con i miei vestiti e il mio immaginario.

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morfosis.it

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MODA TRA ARTE E FUNZIONALITÀ: INTERVISTA A PAOLO ERRICO https://www.waitfashion.com/moda-tra-arte-e-funzionalita-intervista-a-paolo-errico/ https://www.waitfashion.com/moda-tra-arte-e-funzionalita-intervista-a-paolo-errico/#respond Wed, 05 Jul 2017 11:57:37 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49874 Un progetto ricercato, qualità intrinseca ed estrinseca, un’estetica costruita e personale e un occhio consapevole nei confronti del mercato. I tratti fondamentali che hanno reso importante il design d’interni durante l’era di Giò Ponti, nel secondo dopo guerra, sono la […]

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Un progetto ricercato, qualità intrinseca ed estrinseca, un’estetica costruita e personale e un occhio consapevole nei confronti del mercato. I tratti fondamentali che hanno reso importante il design d’interni durante l’era di Giò Ponti, nel secondo dopo guerra, sono la stessa cifra etica del brand di moda femminile fondato da Paolo Errico nel 2014, quando lo ha lanciato con la sua collezione primavera – estate. Con un focus sulla maglieria, il marchio dello stilista è dedito alla sperimentazione unita alla ricerca della qualità e della funzionalità. In questa intervista, Errico racconta gli esordi, le sue collezioni e i suoi progetti per l’avvenire.

Paolo, hai fatto esperienza in importanti case di moda italiane, perché hai deciso di lasciarle per fondare il tuo eponimo marchio?

Le varie esperienze passate in case di moda importanti come Calvin Klein, Versace, Agnona e Cavalli hanno contribuito alla mia formazione. In particolare la fiducia ricevuta quando ero ancora ventenne da parte dei manager di  Versace e Zegna ha sviluppato la mia concretezza sul “prodotto”, in particolare la maglieria, accrescendo la mia voglia di espressione. Il dover mettere a confronto continuo la mia creatività con la commerciabilità del prodotto e lo stile richiesto per un determinato target hanno bilanciato in me il “bello estetico “ e il prodotto funzionale: il design. La collezione è nata per gioco e per voglia di sperimentare, sviluppandosi poi in un reale ed enorme lavoro, ma non ho comunque mai abbandonato le collaborazioni con altri brand, sia del lusso che della grande distribuzione.

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Qual è l’idea di moda che sta alla base di ogni tua collezione?

Per me la moda è arte, sintesi e sintassi dell’avanguardia sociale. Lavoro artigianale, fantasia, ribellione. Espressione di un piacere funzionale, ma significa anche conoscere il proprio consumatore, puntare sulla specializzazione del prodotto e su elevati standard qualitativi. La moda, inoltre, è il mezzo attraverso il quale dialogo con l’umanità e le mie collezioni di capi sono i messaggi che affido al presente e al futuro, nella speranza di lasciare il segno della mia anima in questa vita.

Approccio sartoriale e un concetto di funzionalità che si sposa però con una visione non comune del vestire. Come convergono questi tre elementi?

La convergenza di questi tre elementi, per me, genera un oggetto di design. Il cutting edge non esclude necessariamente la sartorialità, la cura, l’attenzione al dettaglio e tutto il sapere di una cultura basata sull’artigianalità come è la nostra. Credo che la maglieria in questo senso sia proprio l’emblema di tutto ciò che ho appena detto: il connubio di artigianalità, tecnologia e quindi design. Il modo in cui si indossa una maglia è un punto cardine delle mie collezioni: le maglie “trasformiste” ispirate alle forme primordiali del cerchio, del triangolo e del quadrato possono essere indossate davanti-dietro o sottosopra, cambiando ogni volta e rendendo il capo multifunzionale, versatile, libero di essere interpretato.

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Nel tuo statement si legge che i capi non sono mass produced, e che ogni pezzo diventa speciale. Come riesce a sopravvivere un brand che ha questa visione, quando il consumo di massa appare sempre più importante in termini di numeri?

Credo che in un mercato così competitivo come quello di oggi si creerà sempre di più un divario tra il consumatore di massa e un’élite di nicchia. Io punto a quest’ultima e in un mondo come il nostro, tante nicchie possono formare un vero e proprio mercato. I capi sono personalizzati dallo stesso cliente che cerco di soddisfare grazie alla partnership con piccoli produttori italiani che da anni mi seguono e che con “mani di fata” riescono a realizzare i prodotti richiesti.

Com’è nata la collezione per il prossimo inverno?

Un’ambientazione moderna e surreale, incontra l’astrattismo ed il rigore della Bauhaus immersa in quel fascino nascosto che richiama alla mente le opere e gli studi dell’artista designer Anni Albers e del pittore e grafico Victor Vasalery. L’arte è appunto la fonte principale di ispirazione per questa collezione così come da sempre lo sono l’architettura e le forme geometriche primordiali. Un’alchimia nostalgico-romantica che riporta ai primissimi anni 70, passando per le teorie e gli studi degli anni 40 e 50 e della Op-Art.

Quali sono i progetti futuri in serbo per Paolo Errico?

Mi piacerebbe continuare a condividere la mia esperienza e passione per la maglieria e contribuire allo sviluppo di nuove tecniche e materiali ed essere ricordato per questo. Inoltre mi sento pronto per un progetto imminente: una collaborazione che mi vedrà alla guida di un importante rilancio di un marchio del passato.

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paoloerrico.com

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FAREWELL FOOTWEAR: L’INTERVISTA AI FONDATORI DEL BRAND CHE HA FATTO DELLE ESPADRILLAS IL TREND DEL MOMENTO https://www.waitfashion.com/farewell-footwear-lintervista-ai-fondatori-del-brand-che-ha-fatto-delle-espadrillas-il-trend-del-momento/ https://www.waitfashion.com/farewell-footwear-lintervista-ai-fondatori-del-brand-che-ha-fatto-delle-espadrillas-il-trend-del-momento/#respond Thu, 29 Jun 2017 12:40:10 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49827 La moda ha tra le sue caratteristiche l’essere temporanea. Rappresenta un’istante. E non tutti i brand sono bravi a sfruttare la fortuna derivante dal passaggio di un gusto fugace per un colore, un accessorio o un abito che fa, appunto, […]

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La moda ha tra le sue caratteristiche l’essere temporanea. Rappresenta un’istante. E non tutti i brand sono bravi a sfruttare la fortuna derivante dal passaggio di un gusto fugace per un colore, un accessorio o un abito che fa, appunto, tendenza. Farewell Footwear va, invece, in questa direzione dal 2013, quando ha fondato la sua produzione su un solo capo, o meglio un’unica tipologia di scarpa: l’espadrillas. I suoi fondatori, Marta Bagante, Giulia Bison e Federico Grassi, amici tra i banchi della scuola di design, rispondono alle domande circa il perché si sono focalizzati sulla calzatura di questa stagione e sull’evoluzioni che prevedono per il futuro della loro realtà creativa.

Ragazzi, avete fondato Farewell Footwear nel 2013, come mai avete scelto questo nome per il brand? 

Farewell è un gioco d’immaginazione: significa prendere due parole, metterle insieme, ottenerne una nuova e iniziare ad usarla per esprimere quello che facciamo. Farewell d’altronde è nato per evasione e significa dire addio a molte cose: alla noia, all’inverno, alle espadrillas vintage da cui tutto è partito. Alla fine è stato anche un congedo dal lavoro d’ufficio, alla ricerca della nostra strada.

Le vostre espadrillas sono una commistione di vintage e contemporaneo. In quali elementi emergono questi due aspetti?

La nostra ricerca si basa su accostamenti randomici di passato, presente e futuro. È normale quindi trovare riferimenti ad ambiti e dimensioni variegate che si manifestano nell’utilizzo di lacci ed inserti stravaganti ma anche forme e colori inusuali. Vintage e contemporaneo si uniscono quindi nel recupero di una tradizione artigianale “povera” che trova nuova vita con materiali innovativi e dettagli sartoriali.

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Avete scelto di produrre delle collezioni unisex, è un adeguamento ai trend estetici del momento o è una risposta a una necessità personale?

L’idea è nata in realtà da una constatazione di fatto: le espadrillas sono un prodotto pratico, gender-less, amato da uomini e donne. Abbiamo voluto pensare alle nostre non come a un prodotto di moda ma piuttosto come a un oggetto di design, questa diversità nell’approccio creativo ci ha permesso di pensare alla scarpa come ad un prodotto unisex.

Come vi suddividete il lavoro durante la fase produttiva e come avviene quest’ultima?

Data la nostra formazione personale siamo tutti egualmente coinvolti nella fase creativa, ci piace lavorare in sintonia e fare brainstorming: il contributo di ognuno di noi è importante. Poi, per esigenze di ottimizzazione, è necessario spartirsi i compiti. Di solito solo uno di noi si reca in fabbrica per seguire la fase produttiva e gli avanzamenti sul campo, anche se è una delle parti più interessanti di questo mestiere.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Oggi siamo in una fase di grandi rivoluzioni, i progetti per il futuro sono molti. Già da qualche tempo abbiamo messo in atto un importante cambiamento di rotta che coinvolge il posizionamento stesso del brand che si trasforma in made in Italy ed abbandona la sua natura pop democratica per diventare sempre più sartoriale. In termini di prodotto stiamo espandendo i nostri orizzonti: le espadrillas sono state un interessantissimo punto di partenza, che sicuramente non abbandoneremo in futuro ma siamo anche desiderosi di approfondirne alcune specificità. Ci stiamo concentrando sull’utilizzo delle corde applicate alla tomaia per dar vita ad una collezione più sperimentale e anche concisa. La sperimentazione sarà una costante per il nostro futuro, vogliamo accostare all’ambito calzaturiero anche altri “mondi” come il design (che è già una primaria fonte di ispirazione) con l’obiettivo, per la prossima stagione, di creare un oggetto iconico non necessariamente da indossare. Un vero pezzo di design.

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farewellfootwear.com

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MODA TRA QUALITÀ ED ESIGENZE DI MERCATO: INTERVISTA A FEDERICA TOSI https://www.waitfashion.com/moda-tra-qualita-ed-esigenze-di-mercato-intervista-a-federica-tosi/ https://www.waitfashion.com/moda-tra-qualita-ed-esigenze-di-mercato-intervista-a-federica-tosi/#respond Wed, 14 Jun 2017 10:24:10 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49557 Idee precise ne ha. Se a questo aspetto si somma una grande conoscenza dei materiali più pregiati e una chiave di lettura del mercato della moda fatta secondo logiche ben precise, venendo così incontro alle esigenze di un pubblico femminile […]

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Federica tosi

Idee precise ne ha. Se a questo aspetto si somma una grande conoscenza dei materiali più pregiati e una chiave di lettura del mercato della moda fatta secondo logiche ben precise, venendo così incontro alle esigenze di un pubblico femminile piuttosto vasto, possiamo dire che quella che Federica Tosi sta costruendo, è una realtà via via sempre più solida e concreta all’interno di questa industria. Con il suo omonimo marchio, nato nel 2016, la designer romana vanta già partnership con importanti negozi in diversi paesi come gli Emirati Arabi, la Russia, gli Stati Uniti d’America e, ovviamente, l’Italia. Terra, quest’ultima, in cui ha deciso produrre le sue collezioni, i cui capi sono indossati da personalità di spicco, come ha fatto recentemente la Principessa Charlene di Monaco.

Federica, a che punto sei del tuo percorso come designer del tuo eponimo brand?

Nonostante mi senta come se fossi solo all’inizio, mi rendo conto che sono passati quasi due anni dal lancio del mio brand e sono già alla presentazione della mia quarta collezione! Il tempo permette di focalizzarmi sul mio progetto con sempre maggiore acutezza, tracciando una linea sempre più definita sul mio percorso di crescita professionale.

Recentemente la Principessa Charlene di Monaco ha indossato uno dei tuoi capi della collezione estiva. È l’emblema di donna a cui ti ispiri?

Aver vestito la Principessa è una grandissima soddisfazione, anche perché lei è sempre molto elegante ed attenta al suo modo di vestire. Però, la mia fonte di ispirazione è la donna nel suo essere una figura forte e di carattere che vive la sua indipendenza con spensieratezza, con estrema libertà, e lo dimostra scegliendo cosa indossare. Non è necessariamente una celebrity a cui mi ispiro, anche se ovviamente sono felice quando una donna di questa levatura sceglie di vestire Federica Tosi.

Federica tosi

La collezione del prossimo inverno gioca sul dualismo femminilità e piglio rock, due caratteristiche spesso utilizzate dai tuoi colleghi. In cosa la tua proposta si differenzia rispetto alle altre?

Per me ogni capo, anche quello dal taglio più minimal, deve avere un tocco sensuale. La mia anima è rock e il rock fa parte del mio dna, a cui aggiungo un indispensabile tocco chic. Sono quindi i dettagli a fare la differenza: basta uno spacco o una scollatura al punto giusto per stravolgere il sapore di un outfit, pur rimanendo versatile, comodo, facile da indossare nell’arco di tutta la giornata. La mia è una collezione urbana e contemporanea, guarda alla tendenza senza dimenticare la quotidianità di utilizzo. Il mio brand si inserisce nel mercato del lusso rimanendo competitivo a livello di prezzi, nonostante le scelta dei materiali sia di primissimo livello.

Come avviene la loro scelta?

Sono la prima cosa che decido. Mi oriento sempre su tessuti fluidi e puri, semplici ma che diano carattere e forma ai capi. Inoltre, la qualità viene per prima e uso sempre seta, pelle e cotone purissimo.

Progetti futuri?

Il futuro sarà l’evoluzione dei progetti odierni: vivo giorno per giorno.

Federica tosi

federicatosi.it

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AL SERVIZIO DELLO STILE: INTERVISTA A VICTORVICTORIA https://www.waitfashion.com/al-servizio-dello-stile-intervista-a-victorvictoria/ https://www.waitfashion.com/al-servizio-dello-stile-intervista-a-victorvictoria/#respond Wed, 31 May 2017 13:31:04 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49476 Quando sartorialità e design convivono in un equilibrio di tessuti e forme, dando vita a uno stile preciso. Victorvictoria è tutto questo, ed è anche un’azienda a conduzione familiare che tramanda dalla fine degli anni ottanta, un’idea di moda in […]

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Quando sartorialità e design convivono in un equilibrio di tessuti e forme, dando vita a uno stile preciso. Victorvictoria è tutto questo, ed è anche un’azienda a conduzione familiare che tramanda dalla fine degli anni ottanta, un’idea di moda in cui l’estetica maschile e quella femminile si uniscono pur rimanendo ben identificabili. Con questa intervista, il team, con sede a Scorzé in provincia di Venezia, introduce l’evoluzione del marchio e i progetti per il futuro.

Victorvictoria è un marchio che, da quando è nato, ha subito molte innovazioni. Quali sono invece i tratti salienti rimasti intatti?

Victorvictoria è nato nei primi anni novanta, nel periodo del “minimalismo estetico”: si procedeva per sottrazioni dopo il glamour che caratterizzava l’estetica degli anni ottanta. Dal guardaroba maschile venivano rubati capi che entravano in quello femminile (cappotti, giacche, pantaloni e camicie) creando un nuovo look più androgino. Anche oggi si procede così, tenendo presente quanto è cambiato il mondo e, di conseguenza, la moda. Resta la volontà di creare, come all’inizio, capi “timeless” di alta qualità, lavorando sulle icone dell’abbigliamento maschile e femminile.

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Un vanto della vostra realtà è l’essere un’azienda a conduzione familiare. In che modo gestite le vostre mansioni stagione dopo stagione?

In Ca’ Da Mosto (il gruppo della famiglia Tegon a cui fa capo il brand, ndr), i tre figli di Sergio Tegon hanno ognuno un ruolo specifico e collaborano in modo sinergico allo sviluppo del business Victorvictoria.

La storia, sebbene recente, di Victorvictoria ha vissuto l’epoca d’oro della moda. Quanto c’è ancora di quel mondo e cosa invece è cambiato?

“Lo stile vive di pensiero, lo stilismo vive di trovate”. Oggi c’è meno stile e il mercato cerca e assorbe velocemente tutto quello che sembra stilisticamente nuovo. Victorvictoria si rivolge a chi cerca una collezione con un contenuto di design, con capi accurati e di qualità, destinati a diventare fondamentali nel guardaroba maschile e femminile.

Definite il cuore estetico del marchio un “parallelismo imperfetto” tra l’abbigliamento maschile e quello femminile. Che cosa intendete esattamente?

Maschile e femminile giocano ad avere un punto di vista differente ma medesima attitudine alla funzionalità e al buon gusto guardando agli stessi capi come in uno specchio, riflettendo la stessa attitudine ma da prospettive formale differenti, accomunate da un sofisticato parallelismo. I capi da uomo e da donna sono simili, ma mai uguali.

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Quali sono i prossimi passi per il brand?

Presenteremo a giugno la collezione primavera – estate 2018 in occasione della Milano Men’s Fashion Week.

victorvictoria.com

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DAL PASSATO AL FUTURO: INTERVISTA A ELEONORA MOCCIA DI TRENTA7 https://www.waitfashion.com/dal-passato-al-futuro-intervista-a-eleonora-moccia-di-trenta7/ https://www.waitfashion.com/dal-passato-al-futuro-intervista-a-eleonora-moccia-di-trenta7/#respond Thu, 18 May 2017 12:01:10 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49444 Tutto ha inizio da un ricordo familiare, da un oggetto paterno. Una traccia che ha dato inizio al percorso di designer per il proprio brand di Eleonora Moccia, romana,  fondatrice nel 2012 di Trenta7, marchio di calzature made in Italy […]

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Tutto ha inizio da un ricordo familiare, da un oggetto paterno. Una traccia che ha dato inizio al percorso di designer per il proprio brand di Eleonora Moccia, romana,  fondatrice nel 2012 di Trenta7, marchio di calzature made in Italy dal carattere indipendente e un’estetica diversa, e per questo interessante, rispetto a tutte le altre proposte di mercato contemporanee. Il suo passato risulta così la chiave di lettura dei suoi codici stilistici, andando così a costituire passo dopo passo la sua idea aziendale proiettata verso il futuro.

Eleonora, Trenta7 è nato cinque anni fa. Che cosa è cambiato dal giorno in cui hai fondato il tuo marchio di scarpe e quali aspetti, invece, sono rimasti inalterati?

Dopo cinque anni sicuramente ciò che è cambiato è l’esperienza e le competenze acquisite nel settore. Ciò che invece è rimasto invariato è la passione e la volontà di costruire sempre di più.

Il tuo percorso però inizia qualche anno prima e ti vede lavorare in importanti case italiane del settore calzaturiero. Cosa c’è di quelle esperienze nel tuo approccio creativo?

Quando si lavora per grandi aziende si ha la possibilità di imparare moltissimo e “rubare con gli occhi” ogni minimo dettaglio. Ognuna di queste realtà mi ha regalato elementi importanti, sia creativi che umani, che mi permettono oggi di vivere il mio brand sapendo valutare e gestire sia gli aspetti positivi che quelli negativi di questo settore.

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Qual è il valore emotivo che attribuisci alle scarpe?

La scarpa per me, come credo per la maggior parte delle donne, rappresenta un elemento di assoluta importanza sia a livello emotivo che a livello prettamente stilistico. Essa può rappresentare uno stile, una personalità, uno stato d’animo. In tutte le mie creazioni quindi cerco di inserire questi elementi con l’obiettivo di emozionare chi poi le indosserà.

Com’è nata l’iconica chiusura a cartella che è il tratto distintivo di Trenta7?

È nata dal ricordo di una borsa da lavoro che aveva mio padre a cui ero particolarmente legata, la classica 24 ore con doppia chiusura “tuc”. Ho voluto ridarle una nuova vita trasformandola in una scarpa, diventando così il primo modello Trenta7: l’iconico tronchetto “VALE”.

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Dal 2012 ne sono passate di collezioni, a settembre i negozi esporranno la linea per il prossimo inverno. Pensi sempre alla stessa donna che le andrà a vestire, oppure cambia in base ai modelli?

La donna a cui mi ispiro e a cui penso per le mie collezioni è sempre la stessa: una donna che ama lo stile ricercato, raffinato ma allo stesso tempo ironica e intraprendente.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

I progetti futuri sono legati ovviamente all’amplificazione di quello che, ancora ad oggi, è una piccola realtà in crescita. L’obiettivo principale quindi è quello di allargare sempre di più la rete distributiva e far diventare Trenta7 un brand affermato, riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

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trenta7.com

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SOGNANDO LA MODA COME ARTE: INTERVISTA A YULIA YEFIMTCHUK https://www.waitfashion.com/sognando-la-moda-come-arte-intervista-a-yulia-yefimtchuk/ https://www.waitfashion.com/sognando-la-moda-come-arte-intervista-a-yulia-yefimtchuk/#respond Wed, 12 Apr 2017 08:00:36 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49344 Un marchio di moda femminile indipendente, una forte componente artistica ed estetica. Un percorso affrontato in disparte, nella ricerca, dando come risultato un’interessante visione del mondo che va a toccare temi quali la propaganda, passando per il cinema e la […]

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Un marchio di moda femminile indipendente, una forte componente artistica ed estetica. Un percorso affrontato in disparte, nella ricerca, dando come risultato un’interessante visione del mondo che va a toccare temi quali la propaganda, passando per il cinema e la propria personalità. Questo è il mondo di Yulia Yefimtchuk raccontato dalla sua eponima fondatrice e designer.

Yulia, a che punto sei della tua ricerca stilistica?

Sono in un momento molto attivo, frenetico, e che detta i ritmi dell’intero processo. Aiuta a concentrarsi e capire l’idea, il mood nel quale mi trovo, e che cosa è importante per me in questo momento.

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Sembra che una certa estetica sovietica sia sempre presente nelle tue collezioni. C’è qualche motivo particolare?

Sì, è molto precisa, non è avvezza ai fronzoli: tutte le forme sono lineari e semplici, le silhouettes sono belle e opulente, i colori sono netti. È ovviamente un mondo molto vicino al mio, mi continua a ispirare. Posso continuare a osservare un poster sovietico, e ogni volta ne scopro qualcosa di diverso.

Questo spiega perché hai scelto il film The six part of the world come ispirazione per la creazione della tua collezione autunno – inverno 2017. Che legame c’è tra l’opera cinematografica e i tuoi abiti?

Il film riguarda la propaganda sovietica che vado a enfatizzare nella mia collezione, andandola a comparare con il modo contemporaneo dove la propaganda esiste a ogni livello, in politica fino a ciò che mangiamo. Il film è girato molto bene e gli slogan sono scritti perfettamente.

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I tuoi abiti mi ricordano le line dell’artista Kazmir Malevič. In quale misura l’arte influenza il tuo approccio, ed è difficile tradurre tutto questo in un abito da tutti i giorni?

L’influenza artistica di Kazmir Malevič è sempre presente nei miei lavori. I suoi pezzi d’arte hanno una certa magia che mi esalta. L’arte influenza immensamente il mio lavoro, mi dà le forme, i colori e le idee. Vorrei in futuro avvicinare la mia moda all’arte rendendola tale, ma questo, appunto, è ciò che verrà.

yuliayefimtchuk.com

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Photo: Masha Mel

Style, direction: Erik Raynal

Model: Hannah Quilan

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MODA COME RICERCA: INTERVISTA A ELISA SOLDINI E LUCIA PADRINI DI TVSCIA https://www.waitfashion.com/moda-come-ricerca-intervista-a-elisa-soldini-e-lucia-padrini-di-tvscia/ https://www.waitfashion.com/moda-come-ricerca-intervista-a-elisa-soldini-e-lucia-padrini-di-tvscia/#respond Fri, 31 Mar 2017 12:33:06 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49319 Moda è anche consapevolezza. Di come va il mondo, si potrebbe dire, ma non solo. TVSCIA svolge una ricerca attenta e profonda del contemporaneo, lanciando un interessante sguardo al passato. Il risultato è l’archetipo di un’estetica essenziale ma studiata, conscia […]

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Moda è anche consapevolezza. Di come va il mondo, si potrebbe dire, ma non solo. TVSCIA svolge una ricerca attenta e profonda del contemporaneo, lanciando un interessante sguardo al passato. Il risultato è l’archetipo di un’estetica essenziale ma studiata, conscia dei ritmi odierni. Il marchio nasce nel 2009 in Toscana da un’idea di Elisa Soldini e Lucia Padrini, entrambe designer.

Elisa, Lucia, TVSCIA è nato nel 2009 con l’idea di una moda pensata per una donna elegante, attenta ai dettagli ma con una spiccata personalità. Non una fashion victim. Questa femminilità, come si è evoluta in questi otto anni?

La donna TVSCIA esprime la propria femminilità, oggi come ieri, attraverso una personalità in cui convivono forza e delicatezza, femminilità e mascolinità, poesia e contemporaneità. Con il passare degli anni è rimasta fedele a se stessa, ponendo sempre più l’attenzione sui dettagli, una femminilità che si è fatta ancor più sensuale e distinta. La visione non è cambiata, piuttosto è cambiato l’approccio a essa. Crediamo ugualmente nella spiccata personalità di ogni donna, al di là delle mode del momento. Forse però, dopo tanti anni di duro lavoro, abbiamo imparato a giocare con il rigore che ci ha sempre contraddistinto, identificando la nostra visione anche in maniera più fresca.

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Un altro tratto caratteristico del vostro stile è l’uso di una palette di colori molto omogenea: nero, grigi e ogni tanto qualche tonalità di bianco. Una scelta che, sebbene sia già stata fatta da stilisti come Yamamoto, è certamente audace, oserei dire radicale, in questi ultimi anni in cui è la tonalità “arcobaleno” a essere protagonista. Qual è il senso di questa decisione?

Per noi la scelta del nero e delle sue sfumature fa parte di una poetica che va oltre il tempo. L’assenza del colore, in qualche modo, troviamo sia liberatoria, concettualmente la sintesi di tutti i colori del mondo sovrapposti. Tuttavia La scelta della palette, per un designer, è una decisione che si rinnova di stagione in stagione, e quindi lo sviluppo di nuovi accostamenti e nuove nuance fa parte di un processo creativo sempre in evoluzione. È vero che TVSCIA nella maggior parte dei casi ha usato i “non colori”, ma è anche vero che il suo aspetto femminile la porterà a desiderare di confrontarvisi così come, a piccoli tocchi, ha già fatto in alcune collezioni passate. Non siamo affatto contrarie al colore, allo smembramento della sintesi del nero, lo dimostra il nuovo progetto al quale stiamo lavorando. Il colore prende l’energia di chi lo indossa e di chi lo propone. I toni che scegliamo e sceglieremo di inserire, inevitabilmente finiscono con l’appartenerci. Pensiamo di voler rimanere rigorose, ma non radicali: l’essere radicali e non mettersi in discussione troviamo sia uno dei mali peggiori dei nostri tempi.

Per la collezione dedicata al prossimo autunno vi siete ispirate allo stile degli anni 20 e 80. Quali sono gli elementi in comune di questi due decenni e sono questi che avete deciso di riportare sui vestiti o, invece, avete scelto di sottolinearne le differenze?

Una delle caratteristiche di TVSCIA è proprio l’essere “estrema” e anche in questo caso abbiamo voluto far convivere due periodi che sono stilisticamente piuttosto diversi, gli anni 20 e gli anni 80. Da un lato la femminilità androgina della donna anni 20, in cui troviamo linee che si appoggiano delicatamente mettendo in evidenza un corpo longilineo, dall’altro volumi e tagli asimmetrici per osare e sperimentare, come negli anni 80. Ci incuriosisce sempre il gioco degli opposti, mettere in evidenza le differenze e vedere che dall’unione di due realtà apparentemente distanti, può nascere qualcosa di unico e interessante.

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Tvscia è sempre stato un marchio attento al mercato della moda ma sempre, in qualche modo, esteriore ad esso. Con la lucidità che ne deriva, come vede oggi questo ambiente, soprattutto in relazione a chi come voi produce ancora in Italia?

Abbiamo una visione ben precisa di questo mondo, il nostro lavoro ci appassiona e ci sentiamo  più vicine al concetto di fare moda di molti anni fa, quando ancora lo stilista e il suo lavoro avevano un valore. Oggi purtroppo viviamo una realtà completamente diversa: è l’epoca del consumismo e dell’improvvisazione e per tanti come noi, pensiamo sia motivo di frustrazione. Abbiamo creduto fin dal principio che creare un brand italiano, prodotto in Italia, fosse un punto di forza, una missione che dovevamo anche al nostro bel paese, ma è diventato veramente troppo difficile. Essere un “outsider” è un lusso per pochi, la competizione è tanta e il mercato è saturo; a questo punto ciò che fa la differenza è probabilmente il potere economico. Ci rendiamo conto che dovresti dare al mercato ciò che chiede, lo dovresti capire e assecondare per creare un business interessante e questo è ciò che spesso svilisce la figura del creativo in un momento come questo in cui vince il fast fashion. Bisognerebbe rieducare la società al valore delle cose, a capire ed apprezzare veramente ciò che si compra, interrompendo questa sindrome da consumismo compulsivo.

Progetti per il futuro?

Fare troppi progetti per il futuro, in passato ci ha rallentato impedendoci di vedere bene il presente, mentre adesso stiamo vivendo una fase, di fermento. Abbiamo imparato a giocare con il rigore e questo ci ha permesso di avere una visione anche più fresca dei nostri capi iconici: nasce cosi KIMO NO-RAIN, un progetto che reinterpreta uno dei nostri best seller in una visione più streetwear e… più colorata! KIMO NO-RAIN sta avendo un buon successo; siamo molto contente di come il mercato lo sta recependo. Abbiamo voluto sfidarci e riuscire a rimanere “TVSCIA” anche attraverso un progetto più easy.

tvscia.com

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ph courtesy: TVSCIA

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MYDA PORTA I GRILLZ, I GIOIELLI DENTALI, IN ITALIA. SIAMO DAVANTI A UN FUTURO FENOMENO DI MASSA? ECCO L’INTERVISTA AI FONDATORI DEL BRAND https://www.waitfashion.com/myda-porta-i-grillz-i-gioielli-dentali-in-italia-siamo-davanti-a-un-futuro-fenomeno-di-massa-ecco-lintervista-ai-fondatori-del-brand/ https://www.waitfashion.com/myda-porta-i-grillz-i-gioielli-dentali-in-italia-siamo-davanti-a-un-futuro-fenomeno-di-massa-ecco-lintervista-ai-fondatori-del-brand/#respond Mon, 27 Mar 2017 11:46:08 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49299 Sempre alla ricerca di nuovi trend e forme di espressione, il team di Wait si è imbattuto in un nuovo progetto italiano, che ci ha davvero colpito: MYDA. Si tratta del primo brand made in italy di gioielli dentali, i […]

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Sempre alla ricerca di nuovi trend e forme di espressione, il team di Wait si è imbattuto in un nuovo progetto italiano, che ci ha davvero colpito: MYDA.

Si tratta del primo brand made in italy di gioielli dentali, i cosiddetti ‘grillz’.

La prima reazione di molti, che non conoscono ancora il fenomeno, potrà essere quella di shock ma la realtà inizia ad essere abbastanza forte e consolidata. I trend setter dal mondo della musica hip hop, fatto anche di star planetarie che amano sfoggiare questo nuovo tipo di gioielli sta facendo da apripista. E se è vero che 20 anni fa, qualcuno poteva considerare strano o indecoroso un ragazzo tatuato…chi ci puo’ dire che tra qualche anno saremo perfettamente abituati a vedere tanta gente in giro con il proprio grillz in bocca?

Abbiamo intervistato i fondatori del brand italiano, ecco le nostre domande:

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Buongiorno ragazzi. Chi sono i titolari e fondatori di Myda?

Buongiorno a voi, i creatori di MYDA siamo noi! Matteo e Simone.

Come e quanto vi è nata questa idea?

L’idea è nata da, me (Matteo, ndr). Essendo odontotecnico ho sempre guardato con un certo occhio tecnico quello che tutti eravamo abituati a vedere nei video che giravano su MTV. Eravamo piccoli e vedevamo questi rapper pieni di gioielli e con i grillz in bocca, sembrava un realtà molto distante dalla provincia milanese dalla quale proveniamo e invece una volta iniziato a studiare odontotecnica tutto è sembrato molto più vicino. Una volta finito gli studi ho iniziato a lavorare in un laboratorio, seguendo il normale iter post scolastico di ogni odontotecnico, ma la mia testa era sempre ai grillz, così iniziai a farli. Pochissimo dopo ho conosciuto Simone e ci siamo lanciati insieme in questa impresa, con l’idea di rendere il gioiello dentale trasversale ad ogni ambiente, toglierlo un po’ dallo stereotipo del rapper per renderlo un accessorio più modaiolo e consono a tutti, come per gli anelli o le collane.

Ho visto che la struttura è estremamente seria e si passa da uno studio dentistico…Come si fa ad avere il proprio gioiello dentale personalizzato? Quali sono i tempi per realizzarlo?

Le nostre procedure non trascurano nulla perché coi denti non si può scherzare. Un gioiello dentale prima di essere bello deve essere sicuro, proprio per questo abbiamo da sempre garantito una filiera produttiva che rispettasse standard qualitativi molto precisi. Materiali odontotecnici certificati, procedure sicure, consulenze mediche e caratteristiche tecniche tra le più avanzate del settore fanno del nostro prodotto uno tra i migliori sul mercato mondiale.

Per avere uno dei nostri gioielli bisogna contattarci su Facebook, una volta che il cliente ha scelto quali denti coprire e con quale materiale realizzare il grillz viene indirizzato allo studio dentistico a noi associato, o in caso non potesse venire a Milano dal proprio dentista di famiglia, per la valutazione e la rilevazione dell’impronta. Una volta fatta, in circa dieci giorni lavorativi realizziamo il gioiello come da richiesta e lo consegnamo.

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Come si sviluppa la gamma di base che offrite? 

Attualmente la nostra offerta prodotti si concentra su tre leghe dentali base: l’oro giallo in 18k, l’oro bianco e il cromo/cobalto, una lega ampiamente usata in odontoiatria dal colore argento lucido. Per quanto riguarda la scelta di design riusciamo a creare tutto nei limiti delle grandezze di riferimento. Uno degli ultimi trend è quello della personalizzazione attraverso l’incastonatura di pietre come il diamante, lo zircone, l’ametista, lo smeraldo od il rubino per citarne alcune.

Quali sono i primi riscontri sul mercato?

Abbiamo sempre creduto nelle potenzialità del nostro prodotto, cercando di unire la tradizionale arte orafa italiana ad un prodotto di oltreoceano.

Da quando abbiamo iniziato continuiamo a crescere, MYDA rappresenta ad oggi una sfida sul mercato in quanto ci ritroviamo nella delicata posizione di dovere creare domanda e offerta contemporaneamente. I risultati sono soddisfacenti, il fenomeno si sta allargando e stiamo facendo conoscere le sue potenzialità, riuscendo ad trasversalizzare i grillz in diversi contesti senza confinarli in un ambito unico dando al gioiello dentale la stesa versatilità di qualunque altro accessorio di gioielleria. Insieme alla crescita sono arrivati anche i primi problemi legati a chi pur non avendo mai creduto nel prodotto adesso cerca di cavalcare la nostra onda con risultati spesso nocivi per i clienti che ancora poco sanno riguardo ai grillz. Non smetteremo mai di ripetere che un gioiello dentale prima di essere bello deve essere sicuro, a differenza della normale bigiotteria nell’ambito dei grillz determinati prezzi od offerte fin troppo allettanti sono spesso sinonimo di scarsa qualità o professionalità, e di certo non vale la pena rovinarsi il sorriso per una capriccio.

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Quali possono essere i costi, minimi e massimi di un tale oggetto?

I costi partono da un minimo di 160 € per un elemento singolo fino ad arrivare a qualche migliaio di euro per grillz completi con particolari personalizzazioni. Le variabili da prendere in considerazione sono diverse.


All’estero quali sono le star più famose che ai sono mostrate con questo nuovo gioiello?
E in italia, avete qualche fan e testimonial famoso?

Negli USA, dove la cultura dei grillz è ben radicata da tempo moltissimi vip lo indossano, si potrebbe dire che ogni rapper o cantante che abbia a che fare con la black music ne abbia almeno uno, ma al di fuori di quest’ambito personaggi come Madonna, Johnny Depp o atleti come Ryan Lochte e molti altri dell’ NBA si fanno spesso vedere con un grillz. In italia siamo stati scelti da diversi artisti come Gue Pequeno, Marracash, Sfera Ebbasta, Luchè per citarne solo alcuni e personalità del mondo della moda come la splendida Sita Abellan, o da Philippe Plein per la sua ultima sfilata durante la fashion week.

CONTATTI E INFO:

Pagina Instagram: www.instagram.com/mydaofficial

Pagina Facebook: www.facebook.com/MYDALab/




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INDOSSARE E VEDERE. INTERVISTA AD ANTONELLA FALASCA DI POSHEAD https://www.waitfashion.com/indossare-e-vedere-intervista-ad-antonella-falasca-di-poshead/ https://www.waitfashion.com/indossare-e-vedere-intervista-ad-antonella-falasca-di-poshead/#respond Tue, 29 Nov 2016 13:02:55 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49092 Scoprire, ideare, progettare e, infine, unire. Questo è il percorso che ha seguito Antonella Falasca, designer romana e fondatrice di Poshead. Proveniente da una famiglia di sarti specializzata nella distribuzione di tessuti, dopo gli studi presso l’Istituto Europeo del Design […]

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Scoprire, ideare, progettare e, infine, unire. Questo è il percorso che ha seguito Antonella Falasca, designer romana e fondatrice di Poshead. Proveniente da una famiglia di sarti specializzata nella distribuzione di tessuti, dopo gli studi presso l’Istituto Europeo del Design di Roma, si apre alla creatività che la contraddistingue dando il via al suo lavoro personale nel 2012.

Antonella, provieni da una famiglia che da generazioni opera nel mondo della moda. Cosa ti ha spinta a seguire la tradizione pur creando un prodotto tutto tuo, ovvero Poshead?

Crescere in una famiglia affermata nel settore non è facile, fin da piccola ho sempre avvertito il bisogno di essere libera dagli schemi familiari ma non ho mai tralasciato l’importanza degli insegnamenti della nostra tradizione: creare un prodotto unico, mai esistito prima è il traguardo di ogni designer.

Occhiali e borse sono accessori imprescindibili nel guardaroba sia maschile che femminile. Come mai hai deciso di unirli?

Le borse raccolgono i segreti e gli effetti più personali di una donna, conoscerli significa avere compreso appieno lo spirito di ognuna di noi. L’occhiale, invece, rappresenta un modo per vederli e capirli.

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Per questo motivo hai creato una collezione agender?

L’idea di base è quella di creare un prodotto trasversale. Tuttavia, alcune collezioni particolari sono prettamente femminili. Ma il concept Poshead è universale, pensato per l’uomo e per la donna insieme.

La produzione è tutta made in Italy. Quanto vale per te questo aspetto e, in generale, come pensi sia valutato oggi all’interno dell’industria stessa della moda?

Il made in Italy è un concetto oggi estremamente inflazionato soprattutto in questo mondo. Non mi interessa molto l’appellativo tout court, sono più attenta all’artigianalità e alla esclusività di ogni mia creazione. Riuscendo a soddisfare queste due esigenze,  il fatto in Italia diventa una naturale conseguenza. Purtroppo l’industria nostrana non è stata capace di proteggere tutto il suo know-how. E su questo aspetto, dovremmo riflettere molto.

Quali sono i progetti in serbo per Poshead?

Poshead si sta espandendo e andrà a toccare settori molto vicini a quello delle borse senza snaturare l’idea di base che ha creato il marchio. Non vi posso anticipare troppo però: tra poco avrete modo di toccare le nuove creazioni.

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poshead.com

ph courtesy: press office

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SCARPE MADE IN ITALY TRA ARTIGIANATO E CULTURA: INTERVISTA A SERGIO GUARDì DI BARBANERA https://www.waitfashion.com/scarpe-made-in-italy-tra-artigianato-e-cultura-intervista-a-sergio-guardi-di-barbanera/ https://www.waitfashion.com/scarpe-made-in-italy-tra-artigianato-e-cultura-intervista-a-sergio-guardi-di-barbanera/#respond Fri, 18 Nov 2016 14:23:07 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49073 Quattro fratelli che credono nel made in Italy. Altrettante personalità che si sono unite per fondare nel 2011 un marchio di scarpe: Barbanera. Parliamo di Sergio e Sebastiano Guardì e Alessandro e Filipppo Pagliacci. Oggi, a distanza di cinque anni, […]

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Quattro fratelli che credono nel made in Italy. Altrettante personalità che si sono unite per fondare nel 2011 un marchio di scarpe: Barbanera. Parliamo di Sergio e Sebastiano Guardì e Alessandro e Filipppo Pagliacci. Oggi, a distanza di cinque anni, rimangono nel team Alessandro, Sebastiano e Sergio, il quale ha risposto a qualche domanda.

Sergio, qual è stato il motivo che vi ha spinti a creare un marchio a “otto mani”?

L’idea originale è stata di Sebastiano e Filippo. Poi ci siamo aggregati io (che tornavo da Berlino dopo un periodo di permanenza di due anni) e Alessandro che stava ultimando gli studi. Beh, siamo due coppie di fratelli quindi, rischi del lavorare con familiari a parte, eravamo molto motivati e coesi, avevamo le idee chiare su cosa fare, come farlo e su dove volessimo arrivare. Poi è ovvio che quello che abbiamo intrapreso è un viaggio che, anche oggi, non si sa mai dove può portarti.

Producete scarpe sia da uomo che da donna. Sebbene la maggior parte dei vostri omologhi le producano in modo completamente differente per quanto riguarda soprattutto l’idea di base per realizzare la collezione, voi cercate in qualche modo di non lasciarle separate. Ne è un esempio la collezione p/e 2017 “Mermaids” per la donna e “For Pirates” per l’uomo. Una scelta che intendete portare avanti?

In parte sì. Soprattutto per quanto concerne la filosofia, il mood, e la tipologia di cliente. Ovviamente pensare a una collezione da uomo e pensarla da donna non è la stessa cosa. Ci può e ci deve essere una coerenza interna, l’idea di base tendiamo a rispettarla. Partendo da un fondamento che si realizza su una qualità di un certo tipo. Ad esempio, per l’uomo abbiamo pensato a una collezione che fosse trasversale e che incarnasse le nostre “due anime”. Da una parte quella più classica e sobria, ma sempre con un twist, dall’altra la nostra anima più “rock’n’roll” e dandy. Allo stesso modo, pensiamo a una cliente donna ideale che abbia una personalità forte, decisa, attenta al look ma che sia anche poco influenzata dalle tendenze passeggere, e che quindi molto di lei venga dal suo stesso carattere. Che sia anche ironica e non si prenda troppo sul serio ma al contempo forte, decisa e sexy. A prescindere dai dettami estetici di certo c’è la voglia di creare per la donna quello he abbiamo creato o stiamo cercando di fare per l’uomo, cioè un mood ben preciso e riconoscibile: superare la distinzione tra shoemakers e produttori di scarpe “fashion”.

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A proposito di questi ultimi due aspetti, quanto è difficile oggi perseguire la prima strada?

L’idea è quella di superare questa distinzione e diventare un marchio trasversale, che crei modelli di svariato tipo ma sempre con una qualità artigianale di base. Non è semplice, perché è un settore molto competitivo in termini di costi, prezzi e la qualità del made in Italy si paga. Noi, per scelta, produciamo una collezione completamente nel nostro Paese per quanto concerne produzione, packaging, pelli: tutto. Una scelta non facile, radicale, ma che riflette la nostra visione delle cose.

Definite Barbanera un marchio che ha come principio l’essere “senza compromessi”. In quali aspetti reputate compromesso il mondo della moda?

Bella domanda. I compromessi sono ovunque, in ogni settore. E se si crea un marchio che vende dei beni di consumo, volenti o nolenti si cede a qualche compromesso, perché bisogna stare alle cosiddette “regole del gioco”. Di sicuro non cediamo a compromessi in termini di qualità, e a volte, questo, altrove avviene. Ma capiamo anche che il profitto abbia le sue regole e le sue necessità. Forse, molto banalmente, un altro compromesso all’interno del mondo moda ha a che fare con l’ormai consolidata importanza dei social media. Oltre a essere una grande opportunità di comunicazione traducibile in termini commerciali, i social media rappresentano una grande opportunità per sdrammatizzare un certo modo di fare, di essere, avvicinarsi al cliente finale. Ovvio che l’avvicinamento eccessivo rappresenta un rischio, vale a dire quello di togliere “magia”, ma credo che ci sia una sorta di accettazione di alcune di quelle che sono nuove regole dettate, appunto, da questo fenomeno comunicativo in continua evoluzione. Forse un pò più di autoironia e leggerezza non guasterebbe. Così come dare vita a contenuti che arricchiscano di valore intrinseco i prodotti. Parlo di valore culturale, non solo estetico. Uno dei nostri motti è “Truth&Culture”. L’originalità intesa come veridicità, esprimere veramente, nella reale vita di tutti i giorni, i valori che si esprimono con i propri prodotti. Mi piace spesso fare questo esempio: nel mondo maschile è pieno di aspiranti dandy che non hanno idea di cosa sia realmente l’arte, la letteratura. Mi fa sorridere. Forse un pò più di profondità non guasterebbe.

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Il marchio è nato nel 2011. Avete soddisfatto tutte le vostre aspettative e quali sono quelle per il futuro?

Da quando Barbanera è nato, si è molto evoluto. Inizialmente facevamo solo servizio made-to-order per privati quindi siamo molto molto giovani come marchio “vero” sul mercato. Vogliamo continuare a crescere, evolverci e mantenere la nostra versatilità e libertà creativa, ampliare i nostri orizzonti, non limitarci alle sole scarpe e ampliare quindi anche le nostre collezioni. Abbiamo da pochissimo lanciato il nostro online store all’interno del nostro sito, quindi speriamo di farlo crescere e un giorno ci piacerebbe molto aprire il nostro primo negozio monomarca.

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barbanerastyle.com

ph courtesy: press office

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LE INTERVISTE DI SHOPENAUER. NOMADEDESIGN, UNO DEI PRIMI SHOP ONLINE DI DESIGN ITALIANO, TRA INDIPENDENTI E GRANDI NOMI https://www.waitfashion.com/le-interviste-di-shopenauer-nomadedesign-uno-dei-primi-shop-online-di-design-italiano-tra-indipendenti-e-grandi-nomi/ https://www.waitfashion.com/le-interviste-di-shopenauer-nomadedesign-uno-dei-primi-shop-online-di-design-italiano-tra-indipendenti-e-grandi-nomi/#respond Thu, 17 Nov 2016 10:58:18 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=49041 Per anni abbiamo ammirato il lavoro di Stefania Vairelli e Dino Nappo, che sono stati tra i primi (se non i primi!) a lanciare uno shop online italiano dedicato a oggetti di arredo e design, in un mix tra grandi […]

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Per anni abbiamo ammirato il lavoro di Stefania Vairelli e Dino Nappo, che sono stati tra i primi (se non i primi!) a lanciare uno shop online italiano dedicato a oggetti di arredo e design, in un mix tra grandi nomi e designer indipendenti e ricercati.

E’ stato bellissimo, essere contattati dai fondatori di NOMADEDESIGN per far parte del nostro nuovo progetto SHOPenauer.

Ecco percio’ che abbiamo colto l’occasione per intervistarli!

La pagina ufficiale di NOMADEDESIGN dove ritroverete questa intervista e tutte le informazioni di cui avete bisogno è qui: www.shopenauer.com/it/boutique/201-nomadedesign

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Come è nata l’idea di aprire un negozio online di design in Italia?

Quando abbiamo inaugurato NOmadeDESIGN era il 2004, eravamo tra i pionieri dell’e-commerce in Italia per quanto riguarda il settore design e arredamento. Venivamo da esperienze lavorative nel mondo della comunicazione on line e del design.

L’idea è stata quella di unire entrambi i settori e le nostre competenze in una sola realtà. Con NOmadeDESIGN ancora nel cassetto abbiamo partecipato ad un bando per l’imprenditoria femminile della provincia di Pavia ed abbiamo vinto. Così siamo partiti con questa nuova avventura.

Come mai questo, bellissimo nome?

Personalmente mi piace molto giocare con le parole. NOmadeDESIGN è nato proprio sperimentando con il termine Made che nel campo del Design ha sempre una grande valenza.

E’ bastato anteporle la parola NO per cambiare il significato e ottenere due possibilità di lettura che sono alla base della nostra filosofia:
> No Made: Per un design nuovo, in divenire, che inventa.
> Nomade: Per un design in movimento, capace di rispondere alle esigenze mutanti della società e del mercato.
Siete da molti anni sul mercato, raccontaci come si è evoluto il vostro negozio?

Inizialmente ci siamo concentrati sul design autoprodotto. Volevamo promuovere designer e artisti che sperimentavano e autoproducevano le loro opere.
E’ stato un periodo bellissimo che ci ha portato in giro per l’Europa a scoprire talenti e portarli virtualmente sul nostro negozio per farli conoscere al pubblico.
Accanto a questa attività di talent scouting che continua tuttora abbiamo cominciato a proporre anche Brand noti del Made In Italy accanto a Brand internazionali. Alcuni brand sono con noi sin dall’inizio. Hanno creduto in noi in un periodo in cui parlare di e-shop in Italia era avanguardistico.
Oggi la nostra ricerca è concentrata su brand emergenti. Si tratta di piccoli marchi che si affacciano sul mercato, una sorta di evoluzione dell’autoproduzione di dieci anni fa. A capo di queste realtà ci sono designer, architetti, makers che disegnano arredi e oggetti e li producono avvalendosi di aziende del territorio, di artigiani, entrando a far parte dei fab-lab, o creando loro stessi fabbriche e laboratori.
E’ una realtà molto interessante, in continua crescita a livello internazionale.

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Fateci una panoramica dei brand che trattate

Tra i Brand storici che ci accompagnano sin dagli inizi della nostra avventura: Magis, Ligne Roset, Fatboy, Mueller Moebel, Normann Copenhagen, a cui si sono aggiunti negli anni altri Brand di alto livello come Droog, Jieldé, Longhi, Dearkids, Lyon Beton, solo per citarne alcuni. Per quanto riguarda i Brand emergenti di cui parlavamo poco fa mi piace citare l’italiana Flowerssori, che produce mobili per bambini e che ha fatto dei precetti di Maria Montessori il suo credo. Da piccola realtà sta crescendo ogni anno di più, grazie alla sua filiera produttiva etica ed ecologica e alla sua filosofia per cui il mobile segue le esigenze e la crescita del bambino.

Siamo sempre alla ricerca di marchi nuovi da proporre al nostro pubblico.
Ogni mese diamo la possibilità ad un nuovo brand o designer di entrare a far parte del nostro circuito. Non inseriamo semplicemente i nuovi prodotti nel nostro e-shop ma li promuoviamo attraverso i social e sul nostro Blog.
Le tipologie di arredo sono tante: dalle sedie e tavoli a scrivanie, letti, librerie e armadi. Dai divani alle biciclette innovative. Dagli arredi per esterni a pouf tende e tappeti. Dal design industriale e vintage (dove si possono trovare pezzi storici appartenenti a collezioni private), all’outlet e set cinematografici (dove mettiamo in vendita le fine serie e il materiale prestato a tv, cinema e magazine).

Qual’è il prodotto di maggior successo di sempre e quale degli ultimi mesi?

Il nostro Best Seller è un letto dal design semplice e particolare al tempo stesso. Si chiama Stapelliege, è stato disegnato nel 1966 dal designer Rolf Heide ed è prodotto dalla tedesca Mueller Moebel. Stapelliege è in legno naturale o laccato, vanta un disegno minimale capace di adattarsi ad ogni tipologia di arredamento ed è impilabile, particolarità quest’ultima che lo fa piacere soprattutto a chi ha problemi di spazio, o a chi lo sceglie come letto per gli ospiti. Acquistando due o tre letti si potranno riporre uno sull’altro occupando lo spazio di un solo letto.

Un prodotto che vendiamo molto negli ultimi mesi appartiene alla realtà dei makers, i designer che si autoproducono con piccole serie. Si chiama SnowLight ed è una lampada simile ad una boule de neige con all’interno a scelta uno dei 7 nani. E’ disegnata e prodotta dall’architetto Sabrina Tajé.

Qual’è l’oggetto più strano che avete mai venduto?
Ricordo gli Smoking Mittens: guanti-muffole per fumatori, un buco al centro del tessuto permetteva di fumare all’aperto senza togliere il guanto.

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Quali sono i 5 pezzi, che, se dovessi arredare la tua nuova casa non mancheresti di scegliere?

Sicuramente non potrei rinunciare al fascino di Elda, la poltrona disegnata da Joe Colombo, edita ancora oggi da Longhi. Arrederei il soggiorno con il divano Togo, best seller da 40 anni di Ligne Roset, e al centro metterei un grande tappeto Melange di Nanimarquina. Poi arrederei la sala da pranzo con le sedie in cemento Hauteville di Lyon Beton e in cucina non potrebbe mancare Airline Trolley: il carrellino-portavivande della Swissair restaurato dalle sapienti mani di Artificial.

Qual’è l’articolo che, al di la del volume di vendite siete più fieri di aver venduto?Si chiama Unbroken wave ed è una chaise-longue in lamiera d’acciaio sagomato disegnata e prodotta dall’architetto Roberto Monte, un pezzo unico, quasi una scultura, che abbiamo venduto ad una nota galleria d’arte.

Come fate principalmente la ricerca di prodotto? Sul web, alle fiere, su riviste?Personalmente ricerco molto, ogni giorno. Sul web e tramite i social. Sulle riviste di settore. Alle fiere organizzate preferisco gli eventi più spontanei, come ad esempio il Fuori Salone durante la Design week Milanese.

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Quali caratteristiche deve avere un brand o prodotto per poter entrare sul vostro sito?

Innovazione, Ecologia, Versatilità, Autenticità, sono alcuni degli aspetti che stanno alla base dei prodotti scelti. Siamo molto attenti a scegliere marchi che utilizzano lavorazioni etiche, materiali certificati. Mi piace molto quando una azienda nasce in un paese e produce in quello stesso paese. Cosi è per Magis, dove i prodotti sono tutti made in Italy. Per Ligne Roset e Jieldé dove la produzione è in Francia. Anche i piccoli brand che scegliamo hanno questa caratteristica. Inoltre abbiamo una predilezione per gli arredi problem solving, quelli che rispondono ad una esigenza particolare: prodotti salva spazio, trasformabili o che puoi spostare da una stanza ad un’altra facilmente. Fanno parte di queste categorie: tavoli allungabili, divani modulari, letti con vani contenitori e portaoggetti, arredi impilabili o muniti di ruote, scrivanie attrezzate con portacavi, solo per citare alcune soluzioni possibili.
Avete mai pensato di progettare e vendere un prodotto tutto vostro? O magari lo avete già fatto?
In catalogo abbiamo NOmadeBED il letto disegnato e prodotto in serie limitata da NOmadeDESIGN. E’ in legno e lo realizzano artigiani esperti. E’ pensato per essere di poco ingombro per la spedizione. Una volta ricevuto sarà facile montarlo da soli, è volutamente composto da pochi pezzi da assemblare. Esiste nella versione tatami (raso terra) e nella versione maxi (alto ben 50 cm da terra).
Come fa oggi un negozio indipendente a stare sul mercato, e resistere ai grandi colossi del web?

Puntiamo sulla ricerca, sulla qualità e sull’originalità dei prodotti e dei brand, così da offrire al cliente la possibilità di essere sempre all’avanguardia nello stile che proporrà nelle proprie abitazioni o nei regali che sceglierà per gli amici. Inoltre offriamo un servizio clienti competente, composto da un team di professionisti dedicato e che potrà fornire consigli e informazioni utili per guidare nella giusta scelta degli acquisti. I nostri clienti sanno che saranno seguiti in tutto l’iter che parte dal preventivo, si concretizza in ordine e termina con la consegna del prodotto. Ma spesso a questo punto si resta ancora in contatto per sapere se il cliente è soddisfatto del suo acquisto. Molte volte riceviamo foto in cui si vede il prodotto nella sua nuova casa. E la soddisfazione del cliente ci riempie di orgoglio.

Perchè avete scelto di entrare nel progetto SHOPenauer?

Perché ci piace la filosofia che sta alla base di SHOPenauer, e il concetto di ricerca e selezione che applicate per offrire al vostro pubblico un servizio unico nel suo genere. Inoltre ci ha stuzzicato la possibilità di essere tra gli stores di qualità dedicati al fashion, e l’idea di creare una sinergia con il nostro mondo del design.

INFO NOMADEDESIGN

Sito ufficiale: www.nomadedesign.com

Pagina Facebook Ufficiale: www.facebook.com/nomadedesignonline/

Pagina Instagram Ufficiale: www.instagram.com/nomadedesignpress/

Pagina SHOPenauer ufficiale: www.shopenauer.com/it/boutique/201-nomadedesign

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L’INTERVISTA. SUPERFLY DELUXE CREMONA, IL PRIMO FRANCHISING DI SUPERFLY DELUXE. https://www.waitfashion.com/lintervista-superfly-deluxe-cremona-il-primo-franchising-di-superfly-deluxe/ https://www.waitfashion.com/lintervista-superfly-deluxe-cremona-il-primo-franchising-di-superfly-deluxe/#respond Tue, 08 Nov 2016 16:02:32 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=48982 Superfly Deluxe è uno dei nomi storici dell’urbanwear italiano. Un nome che oltre ad aver lanciato nuovi brand e aperto nuove strade nello streetwear, ha lanciato nel 2005 il primo shop online italiano del settore, e oggi porta avanti un […]

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Superfly Deluxe è uno dei nomi storici dell’urbanwear italiano. Un nome che oltre ad aver lanciato nuovi brand e aperto nuove strade nello streetwear, ha lanciato nel 2005 il primo shop online italiano del settore, e oggi porta avanti un ambizioso progetto, basato su una rete di franchising, e una selezione dei migliori brand italiani e internazionali del settore.

Abbiamo contattato Michel Conca e Niccolò Marenoni che hanno aperto il primo franchising, a Cremona per farci raccontare la loro esperienza.

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Ciao Michel, ciao Niccolò. Solo pochi mesi fa avete lanciato il primo franchising italiano di Superfly Deluxe. Raccontateci come è scattata la scintilla e cosa vi ha attirato del progetto. In quanti mesi si è riusciti ad avviare l’attività, dalla firma all’inaugurazione?

Abbiamo firmato il contratto ad inizio anno 2016 e in breve tempo, con tanto impegno sacrificio e grazie all’aiuto di Marco Bianchi e Marco Scorrano, siamo riusciti ad inaugurare il negozio Sabato 19 Marzo.

Raccontateci come è stati impostato lo store dal punto di vista del ‘design’.
Bè possiamo dire che tutto, fin nei minimi dettagli, è stato studiato per accompagnare il cliente all’interno del nostro store; infatti è stato scelto un design industrial per far si che anche l’arredamento del negozio segua lo stile dell’abbigliamento che proponiamo.

Una prima stagione, che ha coinciso con una delle più difficili, anche visto il clima, al di la della situazione economica, in Italia. Sicuramente il momento più difficile per iniziare. Come sono andate le cose?
Purtroppo hai pienamente ragione; ma possiamo dire che eravamo psicologicamente preparati alla cosa, anche se poi sul piano pratico risulta sempre una bella mazzata. Nonostante ciò, possiamo affermare con orgoglio di essere riusciti nel bene e nel male a rispettare i canoni che ci eravamo prefissati prima di dare il via a questo progetto; abbiamo avuta una partenza che definirei “sprint” nei primi mesi di apertura, dopo di che con l’arrivo dell’estate purtroppo abbiamo risentito un pochino del clima come dicevi tu, per poi riprenderci con la fine dei saldi.

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Ora parliamo dei marchi. Su cosa è confluita la vostra selezione? Fatemi una panoramica
Essendo noi stessi, a nostra volta, dei possibili clienti del nostro negozio abbiamo fatto una scelta in base a quelli potevano essere i gusti del target di età che avrebbe frequentato lo store, scegliendo brand più “street” e “alternativi” condendoli con altri più fashion e classici .La selezione è avvenuta all’interno dei brand che fanno parte della brand list ufficiale di Superfly… vi facciamo alcuni nomi: Minimum, Komono, Hero, Double U Frenk, Levis Vintage, NUMB, Herschel, Diadora, Kwots, Zampolini, Contains Only, Cayler & Sons. Questo per citare solo alcuni nomi. Come vedete un bel  mix tra brand emergenti e storici,  tra italiani e stranieri, tra avanguardia e stile più pulito e minimale.

Qual’è stato il brand che ha venduto di più? Quale invece il brand, che personalmente, amate di più?
NUMB e Contains Only sono piaciuti molto e hanno riscontrato commenti positivi sulla clientela e di conseguenza sugli acquisti, personalmente penso che proprio NUMB sia quello che più rispecchia il “nostro stile” e che ha articoli davvero belli per la loro particolarità, anche se penso che siamo riusciti ad avere un insieme di brand che riescono ad accontentare tutti.

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Cosa ci dobbiamo aspettare la prossima stagione?
Sicuramente di farci conoscere di più anche tramite eventi e pubblicità e fare in modo di farci conoscere sempre di più

C’è qualche brand, che, visto il campionario, promette di fare scintille?
A nostro parere la selezione di brand nello store permette un ampia scelta, quindi non credo ci sarà uno che spiccherà su tutti ma che saranno tutti sullo stesso livello chi per uno motivo chi per un altro.

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Come sta ‘prendendo piede’ lo stile Superfly in una città ‘tradizionalista’ come Cremona?
Cremona non è una città facile, eravamo già consapevoli che avremmo dovuto avere un pochino più di pazienza; tramite il passaparola dei clienti siamo riusciti però a farci la nostra clientela e a fare in modo che tante tipologie di persone apprezzino la nostra merce.

Come sta rispondendo la donna, allo stile street-fashion…ossia uno stile decisamente ‘avanti’ e lontano dai look e stili più classici?
La donna molto bene in quanto riescono a trovare capi particolari ma allo stesso tempo molto validi, anzi alcuni vestiti che rientrano nell’ “unisex” sono stati acquistati principalmente dalla donna.

E’ vero che sono previsti anche eventi speciali e dj set ?
Esatto stiamo lavorando ad eventi in collaborazione con brand come Hero e con Contains Only, sono eventi che per un negozio sono un importante pubblicità e che rientrano perfettamente nello stile dello store.

INFO SUPERFLY DELUXE CREMONA E FRANCHISING

Superfly Deluxe Cremona si trova in via Mercatello 27 a Cremona

Pagina Facebook ufficiale: www.facebook.com/superflydeluxecremona

Pagina Ufficiale Superfly Deluxe per Franchising: www.superflydeluxe.com/franchising-project


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INTERVISTA: DAL GUATEMALA ALL’ITALIA. LE BORSE DI ANDREA INSUA https://www.waitfashion.com/intervista-dal-guatemala-allitalia-le-borse-di-andrea-insua/ https://www.waitfashion.com/intervista-dal-guatemala-allitalia-le-borse-di-andrea-insua/#respond Mon, 07 Nov 2016 15:32:31 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=48945 Identità come significato del proprio essere: io sono. Consapevolezza come sinonimo di conoscenza e quindi cultura: sapere. Queste due parti del nostro essere vengono studiate, unite, da Andrea Insua giovane designer di origine guatemalteca che al termine dei suoi studi, […]

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Identità come significato del proprio essere: io sono. Consapevolezza come sinonimo di conoscenza e quindi cultura: sapere. Queste due parti del nostro essere vengono studiate, unite, da Andrea Insua giovane designer di origine guatemalteca che al termine dei suoi studi, nel 2012, ha dato il via alla fondazione del suo eponimo brand di borse. Ed ecco allora che il cuore dell’artigianalità italiana si va a fondere con i tessuti e le peculiarità tecniche di alcuni tra i più bravi artigiani maya. Il risultato è un lusso personale, unico.

Andrea, come è nata l’avventura di Andrea Insua?

Tutto è nato quando, durante il corso di laurea in Disegno Industriale, ho scelto l’indirizzo in Fashion Design. Ho avuto l’opportunità di fare una tesi chiamata: “Tessuti degli Indigeni del Guatemala – Progetto di una Collezione”, in cui ho studiato tutto su questi tessuti: la loro storia, i simbolismi, i materiali e i metodi di realizzazione. Oltre a questo, ho creato una collezione ispirata agli abiti tipici del Guatemala e alle collezioni dello stilista francese, Paul Poiret. Dopo la mia laurea ho ottenuto un Master in Comunicazione di Moda all’Accademia di Costume e Moda di Roma. Grazie alla mia passione per i tessuti del Guatemala e per gli accessori ho deciso di creare il mio brand. Ho scelto quindi di specializzarmi e per questo ho frequentato un corso di prototipazione di borse, dove ho imparato tantissimo e ho iniziato ad apprezzare il lavoro degli artigiani italiani.

Hai creato il tuo brand con l’idea di fondere due culture: quella italiana e quella guatemalteca. Quali sono gli aspetti che in generale le differenziano e quali, invece, pensi abbiano in comune?

Entrambe le culture hanno tradizioni diverse ma che si somigliano per il fatto di essere millenarie e di essere state tramandate di generazione in generazione. In Italia, le concerie toscane usano le stesse tecniche della preistoria per ottenere la pelle conciata al vegetale. La lavorazione in pelle è una tradizione di questo paese riconosciuta mondialmente. In Guatemala abbiamo una ricchissima tradizione tessile tramandata dalla antica civiltà dei maya. Grazie alla fusione di queste culture otteniamo borse uniche nel loro genere con un processo produttivo fatto interamente a mano.

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Da qui la scelta di avere la produzione italiana scegliendo però di utilizzare tessuti del tuo paese di origine. Come si sviluppa quindi la produzione?

Materiali di alta qualità e pelle selezionata vengono scelti in Italia. I dettagli come tessuti o altri prodotti artigianali maya vengono fatti a mano da bravi artigiani indigeni in Guatemala. Le borse sono realizzate interamente a mano in Italia da artigiani italiani qualificati, ottenendo, di nuovo, una borsa unica e irripetibile.

La collezione per la prossima estate si ispira al “Lago Atitlán” e a come esso viene rappresentato dai Maya locali sugli “huipiles” (abiti tradizionali del luogo, ndr). Che cosa ha di tanto evocativo quel luogo e quali sono i motivi che ti hanno portata a sceglierlo come musa?

È considerato uno dei più bei laghi del mondo, Aldous Huxley scrisse del lago di Atitlán: “Il lago di Como, mi sembra, tocchi il limite del pittoresco, ma l’Atitlán è come il lago di Como con abbellimenti di numerosi vulcani immensi. Davvero eccezionale.” La “Casa degli uccelli”, la nuova collezione per la prossima estate, si ispira alla vita nel lago che i Maya di Santiago Atitlán rappresentano negli abiti tipici, “huipiles”; acqua, montagne, fiori e uccelli colorati sono gli elementi principali. Per i maya, il lago è il luogo della creazione, l’entrata al mondo degli dei e antenati. Gli uccelli simboleggiano il collegamento tra il mondo fisico ed il metafisico. I loro abiti, insieme ai loro rituali, sono un modo per tornare indietro nel tempo e ristabilire una connessione con gli antenati. Questa collezione unisce pelle e accessori italiani con dettagli di perline e tessuti fatti a mano da artigiani di Santiago Atitlán.

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Quali sono i tuoi progetti futuri?

In questo momento mi sto preparando per presentare la collezione primavera/estate 2017 alla fashion week in Guatemala e sto iniziando la mia ricerca per l’invernale che presenterò a Milano a febbraio 2017. A breve termine intendo aprire nuovi canali di vendita negli Stati Uniti e in Europa. A medio termine, invece, ho intenzione di creare un’associazione per aiutare agli artigiani indigeni a preservare le tradizioni maya in Guatemala.

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aithebrand.com

ph courtesy: press office

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KESIA CONCEPT, OVVERO “LUXE À PORTER”. INTERVISTA A CARLA MORGANTINI FRANCISCI https://www.waitfashion.com/kesia-concept-ovvero-luxe-a-porter-intervista-a-carla-morgantini-francisci/ https://www.waitfashion.com/kesia-concept-ovvero-luxe-a-porter-intervista-a-carla-morgantini-francisci/#respond Thu, 03 Nov 2016 08:37:13 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=48922 Lusso materico, allure contemporanea e appeal pop. Questo è il mondo di Kesia Concept, marchio di gioielli nato dall’estro creativo e dall’esperienza di Carla Morgantini Francisci. La designer romana è figlia d’arte di una delle designer del gioiello più importanti […]

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Lusso materico, allure contemporanea e appeal pop. Questo è il mondo di Kesia Concept, marchio di gioielli nato dall’estro creativo e dall’esperienza di Carla Morgantini Francisci. La designer romana è figlia d’arte di una delle designer del gioiello più importanti degli ultimi anni: Luana Francisci. Carla, dopo anni passati a osservare il lavoro di sua madre decide di prendere la sua strada, allontanandosi quel giusto, per portare qualcosa di nuovo, di suo, all’interno del panorama del gioiello contemporaneo: una haute joaillerie su misura ma al tempo stesso “facile da indossare”.

Carla da sempre, grazie al lavoro di tua madre Luana Francisci, hai respirato il mondo dell’alta gioielleria. Qual è stato il motivo che ti ha indotta a intraprendere la strada, piuttosto coraggiosa, di avere e creare un tuo marchio?

Lavorare con mia madre e averla al mio fianco mi ha permesso di appassionarmi moltissimo al mondo della gioielleria ma, al contempo, di percepire l’assenza di un ricambio generazionale in questo meraviglioso settore. Da qui è scaturita in me la volontà di dar vita a un nuovo concetto di gioiello, contemporaneo ed estremamente moderno, astrazione che è alla base del mio brand, appunto, Kesia Concept. Un “luxe-à-porter” in grado di reintrodurre le mie coetanee e più in generale le giovani donne di oggi all’universo dei preziosi.

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Rispetto ai gioielli che compongono la tradizione di famiglia, quelli di Kesia Concept sono sì preziosi ma decisamente più “pop” a livello estetico. Quali sono i motivi?

Tutto è cambiato: la donna della nuova generazione vive in un flusso temporale continuo, esce al mattino e torna a casa la sera attraversando mille realtà diverse in una sola giornata: ufficio, impegni personali, figli. Vuole e deve sentirsi sempre a suo agio in ogni occasione senza avere la necessità di passare a casa a cambiarsi ogni volta. Da queste considerazioni è scaturita in me l’idea di “ripensare” il concetto di indossabilità del gioiello, non più relegato a poche occasioni ma funzionale, facile da vestire e soprattutto adattabile a ogni circostanza. Il gioiello inteso insomma come complemento imprescindibile di ogni look. Ho voluto conferire alle mie creazioni un design “pop”, divertente e al contempo sofisticato, spaziando con da toni brillanti ai risoluti bianco e nero con una ricca palette cromatica per consentire la massima personalizzazione.

Per questa collezione ti sei ispirata a “La grande Lanterna” di Fuksas. In quali aspetti è visibile questo elemento?

Sono affascinata dalla trasfigurazione delle forme. Ho declinato le geometrie vibranti e distorte de “La Grande Lanterna” di Fuksas in particolare modo negli anelli e nelle fedine, riprendendone i tagli acuti e spigolosi al fine di creare dei complementi di stile dall’appeal inedito e architettonico. L’ispirazione iniziale è arrivata tempo fa, mentre passeggiavo per Roma e osservavo l’opera in lontananza. Ho subito pensato che questa struttura, immersa in un contesto così carico di rimandi al passato potesse riflettere in un certo senso la mia idea: dare nuovo impulso alla gioielleria tradizionale in un’ottica innovativa e contemporanea, senza dimenticarne le origini e la nostra cultura.

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Ma c’è anche molta innovazione, ad esempio la tecnologia brevettata con cui realizzi i tuoi gioielli. Qual è il suo meccanismo?

Ogni charm è composto da una base meccanica e una superficie ornamentale esterna; il perno centrale nella base meccanica si inserisce a incastro nei fori che si trovano nella superficie interna di tutti i bracciali. Questo sistema è molto sicuro e soprattutto pratico perché consente di cambiare ogni charm con un semplice gesto e senza sfilare e infilare ogni volta tutti i componenti. Ho pensato ai ciondoli come a piccoli accessori-gioiello da portare sempre in borsa e da indossare in maniera diversa a seconda dell’estro del momento, del proprio stile e della propria personalità.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Vorrei arricchire la collezione di nuove creazioni, mantenendo la componente innovativa. In quest’ottica, i charms saranno adattabili in tantissimi altri modi inaspettati.

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kesiaconcept.com

ph courtesy: press office

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INTERVISTA. DA WHITE, BUCOBIANCO: TRA SOGNI E REALTÀ https://www.waitfashion.com/intervista-da-white-bucobianco-tra-sogni-e-realta/ https://www.waitfashion.com/intervista-da-white-bucobianco-tra-sogni-e-realta/#respond Fri, 14 Oct 2016 12:20:16 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=48827 Pittori, scrittori, filmakers. Molti creativi hanno reso un prodotto culturale i propri sogni. Hieronymus Bosch con il “Trittico delle delizie”, Johann Heinrich Füssli – detto anche “il poeta del diavolo” -, René Magritte e poi, immancabile, Salvador Dalì. Jack Kerouac scrisse “Il libro dei […]

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Pittori, scrittori, filmakers. Molti creativi hanno reso un prodotto culturale i propri sogni. Hieronymus Bosch con il “Trittico delle delizie”, Johann Heinrich Füssli – detto anche “il poeta del diavolo” -, René Magritte e poi, immancabile, Salvador Dalì. Jack Kerouac scrisse “Il libro dei sogni”, i suoi, e nel 1990 Akira Kurosawa uscì con il film “Sogni”. E come non citare “Inception” con Leonardo Di Caprio diretto da Christopher Nolan. Anche la moda non è da meno. E oggi, nella sfera indipendente del settore, i principali esponenti di questo stile sono Giacomo Nee e Barbara Branciforti milanesi e fondatori di Bucobianco, che abbiamo incontrato a White durante la settimana della moda di settembre.

Barbara, Giacomo, avete chiamato la collezione primavera – estate 2017 Bucobiancodreams. Siete sempre partiti in qualche modo dal sogno, dalle res intangibili, ma questa volta è il vero protagonista. Ci raccontate come?

Per la prima volta, dalla nascita di Bucobianco, i sogni delle persone sono i protagonisti di una collezione. Questo perché noi vediamo nel sogno il custode di una storia che, attraverso un processo di immedesimazione, prende sia forma che colore.

Pascoli scrisse che “il sogno è l’infinita ombra del Vero”. In effetti voi accostate l’inconscio in una realtà, la vostra, fatta di abiti. Come vi ponete nei confronti della realtà, della verità?

Nel sogno, la verità non ha voluto lasciare molto spazio al proprio contrario. Il nostro obiettivo è la creazione: quest’ultima vive all’interno delle proprie regole, dei propri sistemi, ovvero quello che noi chiamiamo codice. La creazione è atto “divino” che ogni forma consapevole può praticare a sua volta. Molta della nostra creazione va persa nel cestino della memoria, ma alcune cose rimangono, soprattutto se scegliamo di farle rimanere.

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Osservando la collezione, rispetto alle precedenti, si può notare una maggiore attenzione nei materiali che sono diventati più pregiati. È questa la strada che volete intraprendere: assemblare molta creatività a materie prime di qualità?

Il materiale è come una storia, può avere diverse qualità, può essere coerente o meno con la storia. Per noi, le storie migliori sono quelle che spostano i paletti sempre un passo più avanti.

Non si può certo dire che nelle vostre creazioni non vi sia l’arte. Quali sono gli artisti a cui fate più riferimento?

Indietro, sono stati innumerevoli i creatori di mondi. Nella pittura in particolare, uno tra i più conosciuti è certamente Hieronymus Bosch.

Descrivete questa collezione come “libera”. In che senso?

Ogni cosa che rispetta il nostro codice è un’istanza, ovvero qualcosa che “sta sopra”; una situazione che vive nel nostro mondo, libera dall’altro, quello comune.

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Cos’è per voi, la libertà e ha, paradossalmente, ancora senso parlare di essa oggi?

Parlare e quindi cercare la libertà ha senso oggi come in passato. Certo è però, che oggi, fuori da Bucobianco, le necessità e le dipendenze virtuali sono in continuo aumento.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Intendiamo studiare le regole e la vita del mondo che abbiamo creato.

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ph courtesy: press office

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INTERVISTA. GIUSEPPE BUCCINNÀ: MODA TRA ARTIGIANALITÀ E ARTE https://www.waitfashion.com/intervista-giuseppe-buccinna-moda-tra-artigianalita-e-arte/ https://www.waitfashion.com/intervista-giuseppe-buccinna-moda-tra-artigianalita-e-arte/#respond Fri, 07 Oct 2016 14:03:12 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=48809 Arte, natura e conoscenza. Più, un elemento molto importante: la consapevolezza. Queste quattro categorie, separate ma che si sfiorano per nutrirsi a vicenda, compongono la filosofia di Rigpa (ovvero “consapevolezza” in sanscrito, ndr) di Giuseppe Buccinnà, designer laureato in ingegneria civile al […]

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Arte, natura e conoscenza. Più, un elemento molto importante: la consapevolezza. Queste quattro categorie, separate ma che si sfiorano per nutrirsi a vicenda, compongono la filosofia di Rigpa (ovvero “consapevolezza” in sanscrito, ndr) di Giuseppe Buccinnà, designer laureato in ingegneria civile al Politecnico di Milano e, successivamente specializzato in modellistica presso l’Istituto Secoli. Rigorosamente made in Italy, la collezione primavera estate 2017 è stata presentata a Milano durante la settimana della moda.

Giuseppe, qual è stato il momento in cui hai capito che fondare la tua idea di moda sarebbe stato l’inizio del tuo percorso come creativo?

Quando scoprì che avrei basato il mio rapporto con gli altri sulle mie attitudini e non sulle loro aspettative. Il bello per me è un attimo. Così cominciai a guardarmi dentro e da lì nacque tutto.

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Rigpa, consapevolezza. Quali sono gli aspetti del tuo lavoro su cui hai più chiarezza?

Seguire tutte le fasi del processo di realizzazione di una collezione mi permette di trovare stimoli continui. La scelta dei tessuti, la realizzazione delle prime bozze ma soprattutto la realizzazione dei cartamodelli diventano le fasi cruciali del tutto. La consapevolezza sta nel ricercare dentro di me, nella maniera più naturale possibile, quel che poi verrà tramutato in un linguaggio fatto di forme e volumi. Trovare la maniera di interpretare tutto questo è l’armonizzazione che inseguo quotidianamente.

Produci con tessuti naturali non trattati. Come mai questa scelta?

Cerco di ridurre al minimo ogni tipo di finissaggio per sentirmi in linea con ciò che penso in questo momento della mia vita. Trattandosi della fase primordiale del mio progetto sento l’esigenza di non spingermi oltre pur non escludendo, in futuro, di percorrere altre strade.

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A livello estetico, quali sono le silhouette che prediligi?

Vorrei cercare di slegarmi dal concetto di corpo, sono molto più attratto dai suoi continui mutamenti. Penso a coloro che non accettano canoni conformistici di vestiario spesso legati a età e stratificazione sociale. Parlo d’individualismo delle masse. In questo senso bisogna poter sentire il capo come prolungamento dei tuoi pensieri.

Fino a che punto moda e cultura, e quindi anche l’arte, possono convergere?

Credo fortemente nella separazione tra questi concetti; certamente la moda può attingere dal mondo dell’arte ma con la distanza utile nel voler mantenere le cose su piani differenti. In un momento storico segnato da fortissime contrapposizioni sociali ed estinzioni di sottoculture, cerco di posizionarmi nel mezzo analizzandone i buchi neri e riportandoli sotto forma di capi, crepe ed asimmetrie.

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Hai appena partecipato alla settimana della moda di Milano. Cosa pensi del sistema moda attuale e in quale misura credi che questo sia in linea con il tuo prodotto?

Penso che, come in ogni strato della nostra società, ci sia bisogno di un ripensamento delle regole al fine di permettere a realtà medio-piccole di poter avere la visibilità utile ad emergere valorizzandone gli aspetti tecnico creativi propri di chi ancora non risente delle profonde influenze e cambiamenti generati dal mercato. Fintantoché questo non avverrà, ci sarà sempre una dicotomia tra realtà di larga scala e piccole utopie.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Vorrei poter continuare a lavorare a stretto contatto con artigiani in grado di trasmettermi il bagaglio umano di consapevolezza e metodo così da poter plasmare nuove forme in grado di decodificare un linguaggio fortemente personale.

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ph courtesy: press office

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DIALOGO CREATIVO. INTERVISTA AL DUO DI DESIGNER DI VICTORIA/TOMAS https://www.waitfashion.com/dialogo-creativo-intervista-al-duo-di-designer-di-victoriatomas/ https://www.waitfashion.com/dialogo-creativo-intervista-al-duo-di-designer-di-victoriatomas/#respond Mon, 25 Jul 2016 09:09:08 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=48602 “La coppia vuol dire un uomo che vive una donna, una donna che vive un uomo”. Così scriveva Romain Gary (Roman Kacew, ndr) ed è su queste basi che nel 2012 Victoria Feldman e Tomas Berzins hanno fondato il loro […]

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“La coppia vuol dire un uomo che vive una donna, una donna che vive un uomo”. Così scriveva Romain Gary (Roman Kacew, ndr) ed è su queste basi che nel 2012 Victoria Feldman e Tomas Berzins hanno fondato il loro marchio francese di moda: Victoria/Tomas. Il dialogo creativo è la nota iniziale che fa nascere ogni loro collezione, mentre come sottofondo vi è la necessita di riportare in auge i ritmi culturali punk e underground nati negli anni ’70 e tornati in voga, poi, negli anni ’90.

Victoria, Tomas, avete fondato il vostro brand nel 2012. Quali sono gli aspetti del vostro modo di fare moda che sono cambiati in questi quattro anni e quali, invece, sono rimasti gli stessi?

Noi cresciamo insieme a Victoria/Tomas. Abbiamo iniziato la nostra attività che eravamo molto giovani e con poca esperienza. Molte cose sono cambiate da allora: partendo dalla gamma di vestiti che abbiamo realizzato per le collezioni, fino alla comunicazione. Gli elementi che invece sono rimasti uguali sono soprattutto la nostra volontà di raggiungere gli obiettivi con pazienza e impegnandoci duramente cercando di superare i risultati precedenti.

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Nella vostra biografia è scritto che “ogni collezione è un dialogo tra l’uomo e una donna”. In quella per il prossimo inverno, in quali dettagli è possibile trovare questo aspetto?

Cerchiamo di inserire questo tipo di dialogo che possiamo anche definire “contrasto” in ogni pezzo. Per esempio, possiamo mescolare codici maschili con tessuti più femminili, o le forme femminili con alcuni dettagli maschili: prendiamo una camicia maschile classica, come quella che ha il tuo ragazzo nel guardaroba, e vi aggiungiamo qualcosa di più femminile come dei volant o le spalle aperte.

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Come organizzate il “making off” della collezione?

Condividiamo tutto, l’intero processo è molto naturale: prima di mettere le mani su qualcosa parliamo molto. In ognuno dei nostri confronti troviamo qualcosa di interessante e che abbiamo in comune. Solo dopo ha inizio il processo di creazione.

Cosa è moda per voi e come vi rapportate a questa quando realizzate una collezione?

La linea di demarcazione tra la nostra vita e il nostro lavoro è estremamente confusa, abbiamo entrambi voglia di creare il nostro mondo e la moda è uno degli strumenti per esprimere ciò che amiamo. Per quanto riguarda la moda in senso stretto, il settore abbigliamento, amiamo i “veri” vestiti senza tempo, realizzati con una qualità eccezionale. Vogliamo estendere il concetto di moda, per quanto ci riguarda, anche al design di interni, mobili, profumi e molte altre cose. Sarebbe interessante farlo in futuro!

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In questo periodo il mondo della moda gira intorno al concetto di “genderless” e, a livello organizzativo, si parla di presentare tutte le collezioni nel mese di gennaio e di unire insieme l’uomo e la donna. Qual è la vostra opinione a riguardo?

In realtà noi preferiamo che le cose rimangano così come sono: sono settimana molto diverse, non hanno lo stesso spirito e divergono anche per stile e atmosfera.

Progetti per il futuro?

Questo anno è molto frenetico e stiamo ottenendo dei buoni risultati, sempre con l’ottica di migliorarci. Quindi, per il momento, abbiamo in cantiere la nuova collezione e il nostro matrimonio in agosto. Possiamo dire che sia abbastanza per il momento!

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victoriatomas.com

ph courtesy: press office

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IRONIA SARTORIALE. INTERVISTA A MATTEO LAMANDINI https://www.waitfashion.com/ironia-sartoriale-intervista-a-matteo-lamandini/ https://www.waitfashion.com/ironia-sartoriale-intervista-a-matteo-lamandini/#respond Fri, 17 Jun 2016 12:35:58 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=48299 Esistono storie apparentemente già scritte. Tutto, non si sa come, è deciso. Ma ogni tanto succede che qualcosa scatta, che la retta via cambi rotta. Nascono così nuove prospettive, nuove sfide. È quello che è successo a Matteo Lamandini, classe ’89, […]

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Esistono storie apparentemente già scritte. Tutto, non si sa come, è deciso. Ma ogni tanto succede che qualcosa scatta, che la retta via cambi rotta. Nascono così nuove prospettive, nuove sfide. È quello che è successo a Matteo Lamandini, classe ’89, che è passato dallo studio della contabilità, dei numeri, al disegno di abiti maschili. Questo intreccio di avvenimenti trova il suo archetipo nella “divisa” tipica del mondo finanziario, del bancario: pantaloni, camicia, giacca e cravatta. Da questo momento il suo mondo creativo si concretizza in una gavetta in brand prestigiosi come Marni, la vittoria al contest Designer for Tomorrow nel 2014 che gli ha permesso di fondare il suo eponimo brand e, infine, una collaborazione con Tommy Hilfiger.

Matteo, hai un passato di studi che ti lega al mondo della finanza, ed è proprio grazie a questo che la tua prospettiva lavorativa è cambiata. Ci vuoi raccontare come?

Ho intrapreso gli studi di ragioneria per la possibilità di un lavoro futuro, ma l’economia non era il mio forte. Sono rimasto fortemente attratto dalle divise dei bancari. Così, una volta terminati gli studi, ho deciso di frequentare l’Istituto Marangoni e di mettermi a disegnare queste divise che rincorrevo da tempo.

Quali sono i tuoi punti di riferimento stilistici che non cambi mai quando realizzi una nuova collezione?

Per quanto riguarda l’aspetto stilistico i miei punti chiave dai quali parto sempre a disegnare sono l’aspetto formale e la sartorialità: il primo perché, come detto prima, racchiude anche le divise del personale bancario. Parto sempre da qui con l’obiettivo di sdrammatizzarlo attraverso elementi contrastanti o che in apparenza non sembrano poter coesistere con esso. Per esempio nella collezione primavera/estate 2017 (presentata in questi giorni a Pitti, ndr) ho cercato di metterlo al centro di un confronto ironico con il mondo della Berlino underground. Questo per rendere il tutto più giovanile e adatto ad un pubblico più vasto.

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Cos’è il made in Italy per te e quanto questo è fondamentale oggi nella moda?

Il made in Italy é una valore del quale dobbiamo andare fieri. Dobbiamo soprattutto riuscire a mantenerlo tale in questo mondo, dato che ultimamente sta via via scomparendo. Per made in Italy non intendo solo a livello produttivo ma anche nei tessuti e, soprattutto, il suo spirito creativo. È sempre stato apprezzato dagli stranieri e oggi come mai prima è una caratteristica sempre più ricercata. Proprio per questo motivo bisogna insistere per riuscire a mantenere inalterati quei tre valori che ho elencato prima.

Hai studiato in istituti importanti e lavorato in case di moda come Marni e Tommy Hilfiger. Quali aspetti di queste esperienze sono presenti nelle tue collezioni?

Da ogni ambiente lavorativo sono riuscito a ricavare elementi caratteristici del brand stesso in quanto molto diversi tra loro. Sono riuscito ad acquisire nozioni di stile differenti: da uno più sperimentale e mentre l’altro è più sportivo. L’esperienza da Marni è stata molto istruttiva soprattutto per quanto riguarda la ricerca del dettaglio e per lo studio sui volumi, mentre Tommy Hilfiger è riuscito a farmi apprezzare un mondo stilistico che non avevo mai considerato o che fino a quello momento non ero stato attratto: sono riuscito a incamerare vari elementi sportivi che oggi troviamo nelle mie collezioni. Queste esperienze sono state positive anche per quanto riguarda i differenti metodi di lavoro, di approccio: molto eterogenei, ma entrambi educativi.

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Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho appena iniziato il mio percorso, ovvero la nascita del mio brand; a oggi sono alla seconda collezione in vendita. Oltre a questo continuo a collaborare con Tommy Hilfiger. Vorrei infine fare arrivare il mio messaggio, attraverso le mie collezioni, in più paesi possibili in modo tale da potere crescere.

matteolamandini.com

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ph courtesy: press office

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TRADIZIONE RIBELLE: LE SCARPE FIRMATE JOE NEPHIS https://www.waitfashion.com/tradizione-ribelle-le-scarpe-firmate-joe-nephis/ https://www.waitfashion.com/tradizione-ribelle-le-scarpe-firmate-joe-nephis/#respond Tue, 14 Jun 2016 08:31:02 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=48290 Distruggere delle regole stilistiche senza rinnegare le arti, le tecniche. Questo è Joe Nephis, brand italiano di scarpe oggi anche unisex, che usa l’artigianalità nostrana per realizzare modelli che vanno oltre la bellezza estetica. Un dualismo tra ciò che è […]

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Distruggere delle regole stilistiche senza rinnegare le arti, le tecniche. Questo è Joe Nephis, brand italiano di scarpe oggi anche unisex, che usa l’artigianalità nostrana per realizzare modelli che vanno oltre la bellezza estetica. Un dualismo tra ciò che è soggettivamente creativo e ciò che è invece necessario per ottenere un prodotto di qualità: il made in Italy. A ribadirlo è Angelo Malaisi direttore creativo del brand.

Angelo, perché hai deciso di fondare il tuo brand di scarpe unisex con il nome Joe Nephis?

Il brand nasce inizialmente con modelli rivolti all’uomo. Con il passare delle stagioni ha avuto un’evoluzione verso ciò che è ora: inizialmente introducendo pezzi adatti alla donna, per arrivare a oggi a produrre una collezione molto più strutturata in cui troviamo il “core” (nucleo uomo e donna, ndr) in cui la modelleria è “genderless” e poi una parte esclusivamente dedicata all’uomo e un’altra per la donna. Per quanto riguarda il nome del marchio, Joe Nephis, è l’anagramma di Josephine, marchio storico che la nostra azienda ha acquistato appena aperto, ma questa è tutta un’altra storia.

Come si può creare un prodotto desiderabile sia verso l’uomo che verso la donna quando crei una scarpa Joe Nephis?

Per me è abbastanza semplice. Nonostante io mi rivolga ad un pubblico abbastanza edgy, di ricerca la mia vita è tutta l’opposto: rifuggo spesso le occasioni mondane; la mia massima soddisfazione è passare le serate nei locali latinos a ballare la salsa. In questi luoghi mi guardo spesso intorno: l’ambiente è rimasto molto conservatore in fatto di moda e gusto. Le donne portano tutte tacchi a spillo con relativi strass mentre gli uomini tendono sempre a indossare il solito mocassino scamosciato. Ecco perché spesso mi porto dietro qualche prototipo o campione. A volte noto che si creano strane occhiatacce o addirittura un senso di disgusto. In questo caso sono felice perché so che allora quel prodotto avrà un grosso successo!

Qual è il tuo punto di vista sul made in Italy e quanto c’è di questo nelle tue collezioni?

Per me il made in Italy è tutto: un punto imprescindibile, qualcosa di irrinunciabile. L’intera produzione esce dalla mia azienda e dove non arrivo mi appoggio a terzisti della zona nel raggio di 15 chilometri. Quindi, se dovessi rispondere quanto di questo c’è nelle mie collezioni, ti direi un 100%.

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Sei italiano ma hai vissuto a Londra per un po’. Quali sono le sfaccettature a livello di stile di questi due paesi, se vogliamo in antitesi tra loro?

A Londra ho trascorso un anno di studio, quando dopo aver conseguito la laurea in Economia ad Ancona, ho scelto di dare una svolta alle mie conoscenze, prendendo il diploma di Fashion Design alla Marangoni. Avevo già frequentato un corso in fashion Management in collaborazione tra un ente della mia zona e IED, e questo forse mi ha spinto verso Londra, la Marangoni e il fashion design. Credo che chi si appresta al mondo moda, debba avere una conoscenza a 360° sull’argomento, per poi focalizzarsi su un aspetto, che sia disegno, logistica, marketing o altro. Parlando di differenze, mi trovi in gran difficoltà su questa domanda per vari motivi in primis il mio periodo nella City è stato a contatto con gente internazionale tra cui nessun inglese. I miei stessi insegnanti alla Marangoni provenivano tutti da ambienti lavorativi del settore ma pochissimi di loro erano inglesi e ognuno col suo modo di fare, con il proprio “fashion taste”. Inoltre la domanda è un po’ ambigua! Parliamo di cosa portano gli italiani rispetto agli abitanti di Londra? Perché in questo caso ti risponderei: un italiano la mattina apre il suo armadio e fa una selezione accurata degli abbinamenti da indossare, mentre un inglese si spennella di colla, si butta nell’armadio e con quel che gli rimane appiccicato addosso esce di casa. Se la riflessione è invece su gli stilisti inglesi e quelli italiani posso dirti che l’Inghilterra, a mio avviso, è sempre stata un po’ la ribelle d’Europa (in campo moda) alla ricerca della trasgressione – vedi Vivienne Westwood e Galliano ad esempio – mentre l’Italia l’ho sempre vista come un paese molto più conservatore ma dall’immensa attenzione alla qualità, e a quei dettagli,che forse sfuggono un po’ di mano a chi rincorre sempre l’eccesso.

A che tipo di clienti si rivolgono le tue scarpe Joe Nephis?

Il cliente tipo di Joe Nephis, è anticonformista, che vede nella calzatura un’esperienza sia nell’atto d’acquisto sia nel portarla. Un cliente diciamo indipendente che vive con la moda un’esperienza altamente personale e non classificabile in uno specifico substrato sociale. Di base tutti potrebbero essere potenziali clienti Joe Nephis, ma per diventarlo bisogna accettare di rompere gli schemi dell’anticonformismo moda e non tutti sono disposti a farlo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Mi sto impegnando molto sul fronte della distribuzione. Per quanto sia fondamentale, il disegno è sempre la parte più facile di questa attività ma allo stesso tempo è fondamentale che vada avanti senza troppi intoppi. Per questo il mio obiettivo a breve termine è quello di potermi espandere in mercati al di fuori di quello europeo, come ad esempio gli USA.

josephineshoes.com

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ph courtesy: Joe Nephis

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L’INTERVISTA. CONCRETE, LO STREETWEAR ITALIANO CHE PROFUMA DI METROPOLI https://www.waitfashion.com/lintervista-concrete-lo-streetwear-italiano-che-profuma-di-metropoli/ https://www.waitfashion.com/lintervista-concrete-lo-streetwear-italiano-che-profuma-di-metropoli/#respond Fri, 20 May 2016 16:43:47 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=48125 Qualche settimana fa il brand Concrete è arrivato su Wait Order, il nostro showroom. Come diversi brand emergenti che si stanno facendo conoscere con ottimi risultati commerciali siamo sicuri che anche Concrete saprà imporsi progressivamente all’attenzione del pubblico italiano e […]

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Qualche settimana fa il brand Concrete è arrivato su Wait Order, il nostro showroom. Come diversi brand emergenti che si stanno facendo conoscere con ottimi risultati commerciali siamo sicuri che anche Concrete saprà imporsi progressivamente all’attenzione del pubblico italiano e non solo. Intanto il marchio continua un grande lavoro di comunicazione e di espansione.

Abbiamo pensato che era il momento di  farvi conoscere meglio questa realtà…e allora cosa, meglio di un’intervista? Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Ozee uno dei 3 soci fondatori.

Quando è nato il brand e a seguito di quale esigenza?

Concrete nasce nel 2014, i fondatori sono Ozee, Vale Mood, Liton.
La band é stata messa insieme non proprio per caso, visto che due dei fondatori arrivano direttamente dal fashion business con un’esperienza decennale nel campo della grafica e della moda suonando sia il fashion design che i vari strumenti per la comunicazione, mentre il terzo, che suonava tutt’altra musica, con il sogno di riuscire prima o poi a suonare proprio un genere tipo il nostro.

Ciao Ozee! Raccontaci come nasce Concrete e chi sono i soci

Messi insieme i tre, il pensiero era quello di realizzare qualcosa di molto più simile a noi e al nostro stile di vita..
Veniamo veramente dalla strada.. sai gli edifici realizzati totalmente in cemento? Da quì CONCRETE!
Il Writing la musica Hard Core, Reggae, Rap, Rock un cocktail di generi musicali molto underground che ci hanno da sempre accompagnato ed influenzato.

Provate a descrivere il brand in poche parole

Concrete é il catalizzatore di tutte le nostre emozioni, passioni, esperienze vissute in tutti questi anni, la nostra tela bianca dove sfogare tutto quello che raccogliamo strada facendo.
In termini di stile è un basico evoluto, intendo uno stile minimal e street fuso insieme che a volte raccoglie dello sporty-chic ed altre del classico casual, ma non nascondiamo l’amore e la passione per il denim al quale stiamo già lavorando per il futuro.

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Concrete è un marchio italiano, ma come abbiamo avuto modo di dire ha un gusto e un impatto totalmente internazionale.
Vedendo la collezione per la prima volta non si saprebbe dire se il brand arriva da Berlino, Londra o NEw York.
E’ una scelta commerciale o stilistica?

Non abbiamo mai pensato a questo sinceramente, credo, come abbiamo già detto, che le nostre influenze artistiche e musicali siano la prima fonte di contaminazione che hanno forgiato Concrete.
La creatività non conosce frontiere, per l’appunto dobbiamo anche dire che negli ultimi anni il nord europa ha influenzato il mondo.
Che impatto ha avuto il brand in Italia dalla sua nascita? Avete anche negozi all’estero che trattano il vostro brand?

Concrete all’inizio non era stato proprio ben compreso, ma anche noi non eravamo molto chiari nella scelta del mood e questo ha creato sicuramente confusione.
Quando si comincia si vuol fare tutto ciò che si ha in testa poi magari il budget non tiene o lo stile é troppo post-tendenza, magari per evitare di fare cose già viste
e non essere considerati.
Proprio come una Band bisogna cominciare con le cover per far capire che si é capaci a fare e una volta acquisito pubblico e acquistato fiducia allora si tirano fuori
i propri pezzi, questo è quello che abbiamo fatto e che oggi sta dando i suoi frutti.
In Italia abbiamo cominciato a suscitare interesse, riceviamo complimenti sia per lo stile che per i fit e questo per noi è molto importante e ci da molta soddisfazione, mentre all’estero praticamente fin da subito il brand é piaciuto, in particolare ha trovato spazio in Olanda e ora stiamo lavorando per l’ Inghilterra.
Ho visto che i prezzi di Concrete sono assolutamente eccezionali, a fronte di un prodotto che non ha
niente da invidiare per qualità e design a brand più blasonati. Come fate?

Ogni Brand ha la sua ricetta con l’ingrediente segreto, anche Concrete.
Dopo 11 anni nel settore abbiamo costruito un Know-how per quello che riguarda la produzione e non solo, questo ci ha aiutato molto visto che 80% del lavoro é svolto da noi titolari.
Abbiamo quasi automatizzato gran parte del lavoro e oggi la tecnologia, se ben utilizzata, ti consente di risparmiare senza abbassare la qualità del prodotto, anche la conoscenza dei tessuti e la loro lavorazione se ben gestita porta i suoi frutti.

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Quale o quali sono i brand che vi sono d’ispirazione?

Spulciamo migliaia di brand ogni mese, prevalentemente brand e stilisti sconosciuti, chi per lo stile chi per la comunicazione, ma devo dire che la maggior parte delle idee nascono da quello che vediamo indossato dalla gente ogni giorno, in strada, sulla metro, al bar o in discoteca, senza neanche sapere a quali brand appartengono, in una intervista Tom Ford disse: “Amo guardare come la gente abbina i miei capi al loro guardaroba creando così il loro look, il loro stile e non chi compra i miei look già abbinati!” e questa é un po la nostra filosofia.
Dove traete l’ispirazione per creare le vostre collezioni?

Le fonti di ispirazione sono molteplici ed insolite, l’ultima collezione, in particolare il basico, prende ispirazione dal telefilm NCIS da quì la collezione con la grafica CNCT “ Concrete Clothing.
Guardando il telefilm questo logo così grande ed invadente ci ha colpito e visto che é uno stile anche in tendenza abbiamo deciso di usare qualcosa di simile sia nei berretti che nelle felpe.
Con l’occasione salutiamo il grande Italo-Americano della serie, DiNozzo, anche se veste prevalentemente Burberry speriamo un giorno di vederlo con un capo CONCRETE.
Nella prima collezione abbiamo visto tshirt, felpe, caps. Come si evolverà la collezione?

Le intenzioni di mettere sù un total look ci sono, ma come tutte le cose occorre tempo per non fare tutto e poi finire a non fare nulla!
Ci vogliamo concentrare su quello che ci riesce meglio ed inserire capi un po’ alla volta cercando di farli con stile e bene.
La prossima Capsule collection speriamo di presentarla con l’inserimento di qualche pantalone sia per lui che per lei e qualche particolare accessorio…

Se doveste presentare il brand a un nuovo negozio, quali sono i punti di forza che mettereste in luce per farvi scegliere?

In un momento come questo sicuramente il prezzo/prodotto, e senza meno la disponibilità dei capi senza impegno, visto che parliamo di pronto.

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Quale colonna sonora vorreste usare per la vostra prima sfilata, o per l’inaugurazione del vostro store?

Sicuramente una buona dose di rap e dubstep, ma per assurdo aprirei con un pezzo intramontabile come “The Wall” dei Pink Floyd.

Quale città scegliereste per aprire il vostro primo monomarca all’estero?

Le città sono tante, diciamo fosse solo un negozio saremmo indecisi tra Londra e Parigi.

SITO UFFICIALE: www.concrete-clothing.com

PER ORDINI WHOLSALE (NEGOZI REGISTRATI): www.waitorder.com



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PROJECT PLASTIC. INTERVISTA A FEDERICO CALVARUSO DI WEST NAPLES https://www.waitfashion.com/project-plastic-una-collaborazione-tra-west-naples-e-il-pastic-di-milano/ https://www.waitfashion.com/project-plastic-una-collaborazione-tra-west-naples-e-il-pastic-di-milano/#respond Mon, 02 May 2016 13:36:14 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=47931 Una collaborazione tra moda e innovazione. Questi concetti chiave sono l’animo del nuovo progetto realizzato e distribuito dalla West Naples di Federico Calvaruso con Nicola Guiducci e Rosangela “Pinky” Rossi, rispettivamente direttore artistico e manager di Plastic: Project Plastic. Una capsule […]

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Una collaborazione tra moda e innovazione. Questi concetti chiave sono l’animo del nuovo progetto realizzato e distribuito dalla West Naples di Federico Calvaruso con Nicola Guiducci e Rosangela “Pinky” Rossi, rispettivamente direttore artistico e manager di Plastic: Project Plastic. Una capsule collection di t-shirt e felpe dallo stile unisex e caratterizzate da sette stampe inedite. Il dettaglio più importante di questo progetto è l’innovativo materiale utilizzato per alcuni dei capi: la “Fibra Nexus”, uno speciale filato tecnico, una fibra ad alta emissione di energia, la cui particolare composizione  brevettata produce una naturale e costante emissione infrarossa.

Federico Calvaruso ha raccontato a Wait! Project Plastic:

Federico, com’è nata la collaborazione tra West Naples con Nicola Guiducci e Rosangela “Pinky” Rossi di Plastic?

Ho conosciuto Nicola e Pinky nel ’93 quando sono rientrato da Londra e lavoravo presso uno showroom a Milano. All’epoca frequentavo il Plastic. Li ho (ri)trovati lo scorso anno quando sono partito con il mio progetto West Naples e abbiamo prodotto una t-shirt per la galleria PlasMA (Plastic Modern Art) la neonata galleria d’arte allestita da Nicola Guiducci, evento che ha riscosso un discreto successo. Spinti da ciò abbiamo messo giù le basi per l’inizio di una collaborazione mettendo a fuoco le geniali idee di Nicola.

Plastic è un locale storico di Milano. Project Plastic è una capsule innovativa, che guarda al futuro della moda. Puoi spiegarci in che termini?

Il progetto riguarda più le idee di Nicola che il Plastic in sé anche se è difficile prescindere le due cose. La collezione è innovativa perché traduce le ispirazioni ed idee di Nicola, utilizzando anche, per una limited edition, un materiale tecnico mai utilizzato prima nella moda.

La fibra Nexus appunto. Come mai avete deciso di adottarla nella realizzazione di alcuni dei capi della collezione?

La tecnologia Nexus finora era stata utilizzata solo nel settore sanitario per i suoi benefici sulla circolazione, il metabolismo cellulare e il recupero post-traumatico; abbiamo fatto una prova di filatura, riscontrando che il tessuto ottenuto mantiene le sue qualità tecniche e nello stesso tempo un tocco jersey molto piacevole, e non una consistenza da tessuto tecnico come spesso accade per questo tipo di filati. Un capo molto utile per chi frequenta locali e vuole evitare bruschi sbalzi di temperatura. La particolare composizione di questa fibra, brevettata a livello mondiale, produce una naturale e costante emissione infrarossa.

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Arte, moda ma anche divertimento e musica. Pensi che siano questi alcuni degli ingredienti essenziali per essere creativi?

Assolutamente, tutto può rendere un progetto creativo. Oggi la moda è un processo in evoluzione che aderisce sempre di più ai vari aspetti della vita quotidiana, anzi proprio questa produce ispirazione per creare la base di idee creative: fusione totale di ogni elemento. Presto partiremo anche con un progetto d’arte in collaborazione con un Istituto Partenopeo. Sono appena rientrato da New York e mi sono reso conto quanto le nostre idee siano attuali.

Dobbiamo aspettarci altre collaborazione tra la West Naples e Plastic?

Certamente, questo penso sia solo l’inizio della collaborazione, le idee sono tante e noi siamo molto “giovani”.

I capi saranno in esposizione all’interno della discoteca Plastic ed acquistabili online sul sito di West Naples a partire da metà Aprile 2016.

ph courtesy: press office

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GUANTI MODERNI. INTERVISTA A BERTRAND MAHÉ CREATORE DI ARISTIDE https://www.waitfashion.com/guanti-moderni-intervista-a-bertrand-mahe-creatore-di-aristide/ https://www.waitfashion.com/guanti-moderni-intervista-a-bertrand-mahe-creatore-di-aristide/#respond Fri, 29 Apr 2016 12:17:38 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=47912 Rimanere affascinanti da mani che lavorano un accessorio, il guanto, e farne la propria storia creativa. Questo è lo zeitgeist di Aristide, brand fondato nel 2010 da Bertrand Mahé. Ma attenzione, le sue creazioni non sono una rispolverata dei guanti […]

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Rimanere affascinanti da mani che lavorano un accessorio, il guanto, e farne la propria storia creativa. Questo è lo zeitgeist di Aristide, brand fondato nel 2010 da Bertrand Mahé. Ma attenzione, le sue creazioni non sono una rispolverata dei guanti tipici del passato. Non c’è nostalgia e nessun voglia di seguire i trend moda attuali, bensì un grande senso di ciò che è “street-style”, moderno e, soprattutto, importante a livello creativo: l’ispirazione artistica per realizzare pezzi ironici e unici nel loro genere.

Intervista a Bertrand Mahé:

Bertrand, Aristide nasce nel 2010, cosa ti ha portato a creare il tuo brand?

Nel 2009, ho incontrato nuovamente un vecchio amico proprietario di una fabbrica di guanti di pelle, con sede nel centro della Francia. Mi ha invitato a visitare la fabbrica e lì ho potuto anche incontrare gli artigiani: è stato incredibile. Ero completamente soggiogato dal processo di lavorazione: un perfetto equilibrio tra gesti ruvide e delicati. Mi sono innamorato di questa dicotomia, e da lì è nato tutto.

Cosa significano i guanti per te e in generale?

Mi è sempre interessato il processo come ho detto. In ogni caso cerco sempre di combinare il loro fascino risalente dal passato con una visione moderna. Questo è un altro paradosso. Personalmente, penso che i guanti siano come una maschera o una seconda pelle. Indossandoli decidi di non svelare tutto di te.  Mi piace questa idea, li creo pensando in questo modo.

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Per il prossimo autunno inverno hai preso ispirazione da grandi nomi dell’arte, come Buren, Sottsass, Dalì, De Chico e Magritte. Dove la loro arte e il loro mondo è identificabile nei tuoi guanti?

Da sempre i guanti Aristide si ispirano al mondo dell’arte, dell’architettura e altri campi creativi. In questa stagione, ho dato una grande valore all’elemento giocoso. Non solo dal punto di vista strettamente artistico, ma anche concettuale. Ad esempio, le opere di Daniel Buren o Ettore Sottsass, sono molto “giocose”, anche se non è l’unico modo di leggerle. Buren, a suo modo, ha criticato un sistema e  ha utilizzato anche delle particolari strisce come strumenti visivi per illuminare gli oggetti, la sua idea. Così vogliono fare le strisce applicate sui miei guanti: mostrare, illuminare l’accessorio, e alla fine, il corpo. Da parte sua Ettore Sottsass, ha prodotto molti totem, la parte del suo lavoro che ho voluto riprodurre con forme specifiche,  e con una precisa corrispondenza dei colori. L’idea di Sottsass era quella di restituire all’oggetto la sua utilità, ma anche in modo spirituale, al fine di essere parte del rituale della quotidianità. Questo è ciò che mi aspetto quando faccio i guanti: sono accessori “storici” ma rendo nuova vita a loro portandoli nel quotidiano. Per quanto riguarda i surrealisti come Dalì o di Magritte, dove anche qui l’approccio è giocoso ma anche sorprendente e divertente. Loro emergono in dettagli come il lato con zip che si può aprire e trovare al suo interno una pelliccia colorata.

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Qual è valore aggiunto dei guanti Aristide?

Creatività, ma anche, il materiale utilizzato per crearli. Naturalmente utilizziamo la pelle più pregiata, ma usiamo anche materiale tecnico, come ad esempio una pelle per touchscreen, che permette di utilizzare lo smartphone, indossando comunque i guanti. La scorsa stagione abbiamo utilizzato un PVC colorato e tessuto riflettente, per dare i guanti un design particolare; sempre con l’idea di spingere oltre la nostra creatività.

Progetti futuri?

Stiamo lavorando sulla collezione primavera-estate 2017, e ci stiamo muovendo nella direzione di creare accessori di pelletteria, come borse, zaini e clutch.

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ph courtesy: press office

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BE REVERSIBILE! INTERVISTA AL TEAM CREATIVO DI OHMAI https://www.waitfashion.com/be-reversibile-intervista-al-team-creativo-di-ohmai/ https://www.waitfashion.com/be-reversibile-intervista-al-team-creativo-di-ohmai/#respond Fri, 22 Apr 2016 12:06:41 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=47813 Un nuovo prodotto, una nuova filosofia. Con questo, anche, una nuova storia fatta di sfide e di idee inedite talvolta necessarie da realizzare quando la crisi economica affligge l’industria della moda soprattutto nel nostro paese: l’Italia. Questo è Ohmai, una […]

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Un nuovo prodotto, una nuova filosofia. Con questo, anche, una nuova storia fatta di sfide e di idee inedite talvolta necessarie da realizzare quando la crisi economica affligge l’industria della moda soprattutto nel nostro paese: l’Italia. Questo è Ohmai, una nuova voce nel settore borse che propone accessori dove la parola “reversibilità” è il filo rosso che li caratterizza. Colori, stampe, forme e materiali di alta qualità fanno tutto il resto, diventando così un altro tratto distintivo.

Wait! ha intervistato il team creativo di Ohmai:

Quando e perché avete deciso di fondare Ohmai?

Il marchio Ohmai nasce dall’esigenza produttiva e di impiego delle maestranze di un’azienda che lavora etichette, tessuti in pelle e cartellini, che deve fare i conti con una crisi nel settore tessile. Il calo di commesse e la chiusura di aziende di prestigio che fino a quel momento erano patrimonio della Etigroup, sono la dura realtà da affrontare. Ecco il perché della ricerca di un nuovo prodotto che potesse accogliere le tecniche di lavorazione e stampa e la conoscenza delle materie prime; tutti questi fattori hanno portato alla creazione delle borse Ohmai.

Qual è il valore aggiunto delle vostre borse?

Il valore aggiunto è la reversibilità. Fino a quel momento nessuno le proponeva anche se il concetto esisteva da tempo. Noi lo abbiamo reso moderno associando un lato fashion e uno più sobrio così che l’uso della borsa potesse davvero essere diverso.

Il vostro tratto distintivo è la reversibilità. Come riuscite stagione dopo stagione a rinnovarla nel look?

Applichiamo le tendenze moda al nostro prodotto senza stravolgerlo. L’aspetto della reversibilità è ancora un concetto nuovo e questo ci permette qualche stagione di respiro. Grandi brand hanno inserito borse simili nelle loro collezioni, ma la nostra vera forza è il made in Italy. Stile e lavoro artigianale hanno un appeal che nessun prodotto estero può eguagliare. Un altro punto di forza è che ogni fantasia è originale creata da noi.

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Qual è il posizionamento di Ohmai sul mercato?

Siamo posizionati su un livello medio alto. Le nostre borse sono inserite in boutique di abbigliamento che usano la borsa come un pezzo fondamentale da abbinare ai loro outfit.

A che tipo di donna si rivolgono le vostre creazioni?

La donna Ohmai è trasversale proprio per la caratteristica della borsa. Dall’adolescente alla signora giovane, dinamica e attenta al look, quella che esce al mattino per andare al lavoro scegliendo un lato della borsa e alla sera, e con un semplice gesto, utilizza la stessa ma dall’altro lato per occasioni conviviali come una serata tra amici.

Progetti futuri?

Il futuro avrà delle collaborazioni e quindi delle capsule con stilisti emergenti e il prodotto si evolverà anche verso un mondo più easy senza mai perdere il mood del brand.

ohmai.it

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ph courtesy: press office

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DA VENEZIA ALL’AFRICA. INTERVISTA A CHIARA FURLAN https://www.waitfashion.com/da-venezia-allafrica-intervista-a-chiara-furlan/ https://www.waitfashion.com/da-venezia-allafrica-intervista-a-chiara-furlan/#respond Thu, 17 Mar 2016 08:18:46 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=47297 Sono spesso i viaggi a donare ai creativi delle ispirazioni essenziali per realizzare una loro opera. Ed è così che è nata la collezione Africa primavera/estate 2016 di Chiara Furlan, dopo – e questo è molto interessante – un viaggio […]

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Sono spesso i viaggi a donare ai creativi delle ispirazioni essenziali per realizzare una loro opera. Ed è così che è nata la collezione Africa primavera/estate 2016 di Chiara Furlan, dopo – e questo è molto interessante – un viaggio da Venezia (sua città di origine, ndr) a New York. Laureata in Economia, la designer decide di sviluppare quella che ha sempre ritenuto la sua vera passione: la moda. In particolare il mondo vintage, fulcro sul quale ruota tutta la sua identità stilistica, che la porta a disegnare all’alba del suo percorso la silhouette grazie alla quale oggi si sta facendo strada tra i talenti emergenti del made in Italy: gonna e crop-top.

Chiara, dalle nozioni di economia alla moda, cosa ha cambiato le tue prospettive?

La passione. Durante l’Università ho deciso di aprire nel periodo estivo a Jesolo un piccolo negozio che vendeva, inizialmente, moda vintage. Ho sempre amato indossare abiti pensati da me e fatti realizzare dalle sarte locali, così, dopo un po’ di tempo, ho iniziato ad inserire tra i vestiti d’epoca anche alcune mie produzioni. Sono stata fortunata: le persone che venivano a trovarmi gli apprezzavano. Da lì è nato, in venti giorni, il brand Chiara Furlan.

In termini di processo creativo e poi produttivo, com’è nata la collezione p/e 2016?

Da un trittico di Mark Grotjahn che ho visto esposto al MOMA di New York nel febbraio scorso. Da questo ho preso i colori e le linee grafiche che mi ricordavano i tramonti africani. Premetto che in Africa non ci sono ancora stata quindi ho elaborato tutto solo grazie alle emozioni trasmesse da questo dipinto e alla mia immaginazione. Così ho realizzato questa particolare stampa tribale. È la “mia” Africa, quella che mi sono portata via dopo questo viaggio nella Grande Mela. Tornata in Italia ho scelto i tessuti, cotone e seta, e avviato la produzione in provincia di Treviso.

Ci puoi dare un’anticipazione sulla collezione per il prossimo inverno?

Avrà uno stile androgino ma un fascino iper-femminile. Per me si può essere sensuali ed eleganti anche con i vestiti addosso.

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Qual è il posizionamento di Chiara Furlan sul mercato?

Medio alto. I miei abiti sono pensati e realizzati per una donna elegante, che sa riconoscere la qualità e la creatività.

È cronaca degli ultimi tempi che il sistema moda non possa più essere vincente con questa struttura. Qual è il tuo punto di vista?

Non c’è un mentore, qualcuno che indichi la strada più saggia da seguire. Il lato positivo è che ci si può vestire come si vuole, non ci sono regole. Ma forse questo è anche il lato negativo.

Ti riferisci al “ready-to-buy”?

Sì. Non so quanto possa essere positivo per noi emergenti. Ma non solo per chi è alle prime armi, anche per i colossi della moda: si perderà il glamour, la bellezza dell’attesa. Céline è uno di quei brand che l’ha capito, e infatti non usa i social network. Ci tengo a precisare che non ho nulla in contrario a utilizzare Instagram o Facebook anzi, non ho problemi a dire che prendo anche ispirazione da alcuni look, se fatti bene. Credo sia una questione di equilibrio e di essere consapevoli che il lusso non può essere “svenduto” in questo modo.

Progetti futuri?

Sto lavorando sulla collezione primavera-estate 2017.

chiarafurlan.com

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ph courtesy: press office

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DA WHITE MILANO: INTERVISTA AI DESIGNER DI MARGARITA PHILOSOPHICA https://www.waitfashion.com/da-white-milano-intervista-ai-designer-di-margarita-philosophica/ https://www.waitfashion.com/da-white-milano-intervista-ai-designer-di-margarita-philosophica/#respond Mon, 14 Mar 2016 13:16:57 +0000 http://www.waitfashion.com/?p=47300 Dalla Sicilia alla conquista di Milano. Margarita Philosophica è stato certamente uno dei brand più interessanti che hanno partecipato a White durante l’ultima settimana della moda meneghina. Il brand nasce nel 2015 ad Agrigento, dall’estro creativo di una fashion designer, Luisa […]

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Dalla Sicilia alla conquista di Milano. Margarita Philosophica è stato certamente uno dei brand più interessanti che hanno partecipato a White durante l’ultima settimana della moda meneghina. Il brand nasce nel 2015 ad Agrigento, dall’estro creativo di una fashion designer, Luisa Luparello, e di un graphic designer e illustratore, Ivan De Lorenzo. Margarita Philosophica è un marchio completamente made in Italy, caratterizzato dalla scelta accurata dei tessuti, dalla minuziosa attenzione nell’utilizzo dei componenti e dei materiali adoperati nelle lavorazioni di felpe e t-shirt che sono destinate a diventare un must-have dei guardaroba sia maschili che femminili.

Luisa, Ivan, cosa vi ha spinti a fondare Margarita Philosophica?

Luisa: “Ci siamo ritrovati ad Agrigento, entrambi con un back ground differente. Abbiamo così deciso di fondere le nostre competenze, e di intraprendere questo viaggio”.

Ivan: “Questa proposta di Luisa mi è sembrata subito interessante e anche divertente. Ci ha portati fino qui, a White, e speriamo ci porti ancora più in là”.

Quali sono i motivi che vi hanno portati alla scelta di avere una filiera made in Italy?

Luisa: “Se vuoi un prodotto di qualità è una scelta obbligata. Ma abbiamo deciso di produrre nel nostro Paese anche per un motivo etico: è un valore aggiunto al prodotto poter lavorare con aziende che credono ancora nell’Italia nonostante la crisi, che ancora permane”.

Il nome del brand è ispirato alla prima enciclopedia illustrata della storia, in che modo questo aspetto è visibile nelle vostre felpe e t-shirt?

Ivan: “Da sempre l’uomo ha utilizzato il disegno come un mezzo di comunicazione per tramandare il sapere ai posteri. Entrambi eravamo a conoscenza di questa prima enciclopedia illustrata, e ci è sembrato subito automatico associarla al nostro progetto. È nato così il marchio Margarita Philosophica che, attraverso i disegni, vuole raccontare storie legate al mondo della natura”.

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A quale clientela si rivolgono le vostre felpe?

Luisa: “In apparenza le nostra felpe e t-shirt si rivolgono ad un pubblico giovane, ma in realtà non è così. Il nostro target è più ampio. Gli elementi che ci permetto di raggiungere una clientela meno ristretta sono i materiali e lo studio creativo che va a comporre il design. Sia a White che a Parigi, infatti, i buyer che abbiamo incontrato erano eterogenei: sia urban che classici”.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Ivan: “Al momento stiamo sviluppando la nuova collezione. Vogliamo raccontare il nostro mondo in modo ancora più divertente e congeniale allo scopo”.

Luisa: “Dal punto di vista stilistico, di prodotto, l’obiettivo è quello di realizzare un total look. Già dalla prossima stagione verranno infatti aggiunti nuovi elementi. Quello che non cambierà è l’idea di fondo con la quale abbiamo iniziato: realizzare prodotti unisex. Ci piace l’idea che donna e uomo possano scambiarsi i vestiti, ma non è solo questo, vogliamo che questo concetto si riveli tale anche a livello sociale”.

margaritaphilosophica.com

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ph courtesy: press office

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