
Dopo la diffusione di ‘The Social Dilemma“, documentario rilasciato da Netflix pochi giorni fa, il popolo dell’internet è convinto di sapere di più sul modo in cui funziona il mondo astratto dei social network.
Il documentario ha ottenuto indubbiamente un notevole successo, ma agli occhi più esperti è stato considerato alquanto sopravvalutato. A tratti infatti, il docudrama è banale e dà una visione solo parziale della situazione. Per i meno informati, che potevano non essere a conoscenza del fatto che tutti i social media sono progettati con delle strutture che ‘iper stimolano’ la persona, portandola neurologicamente ad una call to action, sarà stata una visione illuminante. Ma, per coloro i quali sguazzano da tempo nelle turgide acque della comunicazione nel Ventesimo secolo, questa non è una novità.

The Social Dilemma si svolge su due filoni paralleli:
– una famiglia infelice perché non riesce a comunicare a causa dell’iperconnessione dei figli (sempre connessi e comunicanti su altri canali più ‘astratti’)
– il racconto e la testimonianza reale di alcuni tra i collaboratori più rilevanti di aziende come Pinterest, Facebook o Google (Tristan Harris, prima consulente etico per Google, poi presidente e co-fondatore del Center For Human Technology; Justin Rosenstein co-inventore del tasto “mi piace” di Facebook; Jaron Lanier, un innovatore della realtà virtuale; Shoshana Zuboff, professoressa della Harvard Business School)

La prima parte, banale, è ciò che avviene ogni giorno in una famiglia in cui seri problemi di comunicazione di base non sono stati risolti col tempo. La seconda parte invece ha in se alcuni concetti veramente interessanti. Il concetto principale che vuole veicolare è:
Se è gratis, sei tu il prodotto.

Le applicazioni sulle quali passiamo la maggior parte del tempo sono a fruizione gratuita perché riescono a tracciare comportamenti e azioni che hanno rilevante importanza per le aziende e le imprese, interessate a conoscere i sottili meccanismi della psicologia dei loro consumatori e perciò ad acquistare pubblicità e dati.
Viene mostrato il fatidico ‘avatar’, un rifacimento informatico della personalità media di ognuno di noi, in grado di riprodurre i nostri atteggiamenti e fare da banco di prova per le future azioni degli inserzionisti.

Nonostante la visione del fantoccio oleografico sia abbastanza fantascientifica (e possa indurre perciò a disinformazione, principio sul quale si scaglia lo stesso documentario..), il concetto di tracciamento e analisi del comportamento è giusto. Le informazioni più succulente sono Il numero di click su un post, il tempo di visualizzazione e permanenza su un determinato post, le ricerche su Google.
Perché Netflix ha comprato la pellicola? Perché altrimenti non ci sarebbe stato così grande silenzio sul suo stesso conto.
Nonostante l’intenzione di promuovere un contenuto di nicchia da parte di Netflix, The Social Dilemma è la visione di un qualcosa che la maggior parte di noi sapeva già. E, se è vero che attualmente la maggior parte della popolazione usa i social network, è anche vero che è sempre una scelta. Le applicazioni, tranquillamente installabili e disinstallabili, hanno un uso a volte anche molto scostante e discontinuo. Non è un caso che stia nascendo una fetta di persone, che potrebbe allargarsi con il tempo e le diverse prese di posizione del singolo, di una parte di giovani che sempre più frequentemente decide di togliere queste applicazioni dalla schermata della propria home: studenti universitari che hanno bisogno di concentrarsi sugli esami, persone che rifiutano di spendere tempo sullo schermo o i totalmente disinteressati al virtuale.
La speranza è che l’intelligenza artificiale si fermi al momento di incontrare punti etici e sottili, i quali non devono essere varcati per non sostituire l’essere umano alla macchina, definitivamente. L’introduzione di questi temi nel mondo popolare sicuramente aiuterà la presa di consapevolezza generale e la conoscenza, chissà, indurrà ad una maggiore attenzione nell’uso di queste piattaforme.
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