Luca Cioffi – Wait! Fashion https://www.waitfashion.com Talenti e avanguardie creative Wed, 06 Mar 2024 13:11:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.4.3 Moda e design: un dialogo aparto https://www.waitfashion.com/moda-design-un-dialogo-aparto/ https://www.waitfashion.com/moda-design-un-dialogo-aparto/#respond Fri, 05 May 2023 08:06:15 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=122432 Dai primissimi anni del 1960, la dimensione artistica che seguì la rinascita economica, artistica e scientifica vide la moda come protagonista di un mutamento che lasciò gli ambienti comuni per entrare negli spazi privati quanto intimi della casa. Una casa […]

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Models and a Yorkshire Terrier present creations by the designer Mary Quant in London. (Photo by PA Images via Getty Images)

Dai primissimi anni del 1960, la dimensione artistica che seguì la rinascita economica, artistica e scientifica vide la moda come protagonista di un mutamento che lasciò gli ambienti comuni per entrare negli spazi privati quanto intimi della casa. Una casa spoglia da dover riempire, dove interviene il design, ma che chiama a collaborare ‘’la macchina dell’abito’’, chiedendo a questa di immaginare collezioni d’arredamento personalizzate. E la moda, di tutta risposta, accoglie l’invito rendendo così possibile la nascita del cosiddetto ‘’fashion living’’. Un primo contatto tra moda ed interior risale agli anni di Mary Quant, quando le sue flower print ricoprirono le mura del suo store londinese Biba: una scelta volta a guidare l’occhio del pubblico che vedeva sempre più l’abito come sinonimo di design e ‘’casa in movimento’’. Ma non fu la sola, anche Pierre Cardin e la sua passione per l’esotico lo resero un architetto d’interni per la sua villa nei pressi di Cannes, costruita ad immagine della sua multiforme creatività, dove il mobilio sembra abitare lo spazio ‘’quasi fosse una persona’’, come disse lo stesso designer nel 1992. Per poi raggiungere la suite del Ritz di Mademoiselle Chanel: un minuzioso lavoro di personalizzazione che rende iconico il dettaglio a distinzione dalle altre suite dell’albergo. Un binomio indissolubile, quello tra moda e design, che sembra servirsi del tempo per mostrarsi ogni anno diverso, rinnovato e sopratutto più solido, anche se i due coprotagonisti della scena si reggono su un fragile equilibrio, in un rapporto di sana invidia.

La moda invidia al design il Salone del Mobile, il suo carattere cosmopolita, l’affluire di compratori internazionali ed il via vai di giovani in coda per ore fuori dai padiglioni fieristici. Il design guarda di buon occhio alla moda la sua economia, il suo essere in anticipo sui tempi e la sua capacità di saper guidare il pubblico portandolo a sè. Entrambi sono i player del domani eppure nessuno dei due sovrasta l’altro, anche se a volte la moda impone l’andamento del design. Perché? Semplicemente la moda contamina il mobile, rivestendolo di stampe e loghi che precedentemente sono apparse su abiti ed accessori di svariate collezioni, creando il mito della collab. Un apporto visivo che supera lo scopo reale dell’arredamento, cioè saper organizzare lo spazio, per andare ad aggiungere la riconoscibilità e personalità al mobilio che diventa un ‘’guardaroba da esposizione’’. Spaziando dai tessuti scelti alle stampe usate, il design accresce le sue potenzialità, riuscendo a coniugare funzione e cura.

Una sistema consolidato, che non emargina la creatività, ma la avvicina sempre più alla quotidianità, mostrando le mille espressioni di questa. Ma per permettere che questa macchina del design continui il suo corso si deve chiedere, ancora una volta, il prezioso contributo del fashion, che di cifre è esperta. Sicuramente la moda smuove capitali e sa dove riporli, e tra questi sceglie il design, l’home design, rendendo questo come il nuovo occhiello per gli investitori. Dagli storici brand che hanno sempre sostenuto l’interior come Missoni, Etro, Fendi e Versace, pioniere nel 1993 del fashion-home design, fino ad arrivare ai più recenti N21 e Sunnei che collaborando con noti marchi dell’homewear mantengono vivo lo scambio culturale tra i due.

Ma anche guardando puramente alle collezioni, questo scambio ha alimentato l’immaginazione delle maison e dei direttori creativi che per primi guardarono al design superando lo stato fisico. Ne è dimostrazione l’Haute Couture 2014 di Chanel, quando negli spazi di uno spoglio appartamento andò in scena un omaggio all’architetto Le Courbusier. E ancor prima il Palladium Dress di Gianfranco Ferrè per Dior: una colonna palladiana a forma d’abito che apre l’occhio creativo all’immaginazione, e che ribadisce la vicinanza tra moda e design inteso come progetto. Un progetto che sin dal 1990 entra negli studi di designer ed investitori al quale ancora riservono attenzione e studio.

E sono sempre questi brand storici a rappresentare gli appuntamenti immancabili al Salone del Mobile, con più di 20 presentazioni che garantiscono il massimo della risonanza annuale, con esposizioni a porte aperte dove convivono passato e futuro a portata d’arredo.

E così, di anno in anno, i giorni dedicati al design si riconfermano un accurato stratagemma per portare pubblico al mondo del mobile servendosi della risonanza della moda. Una strategia spudorata? Diremmo più un piano ben studiato alla riscoperta del valore della collaborazione creativa.

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Schiaparelli: il prêt-à-couture di Daniel Roseberry per la FW23 https://www.waitfashion.com/schiaparelli-pret-couture-daniel-roseberry-la-fw23/ https://www.waitfashion.com/schiaparelli-pret-couture-daniel-roseberry-la-fw23/#respond Fri, 07 Apr 2023 16:08:07 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=122355   Arte e moda? Un connubio ben noto al più ampio pubblico, ma che ancora stride nel rapportarsi con la quotidianità, che predilige forma e funzione a taglio e creazione, cioè quel binomio di cui tutt’ora si nutre la Couture. […]

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Arte e moda? Un connubio
ben noto al più ampio pubblico, ma che ancora stride nel rapportarsi con la quotidianità, che predilige forma e funzione a taglio e creazione, cioè quel binomio di cui tutt’ora si nutre la Couture. Un quesito, sulla possibilità di incontro tra i due, che, per Schiaparelli, trova il tempo di uno show, debuttando a Parigi con la sua prima collezione pret-a-porter FW23, in una mitologia astrale fatta abito dalla fruizione immediata. A far da cornice lo scenario classico delle camere dell’Hotel Devreux, a pochi passi da palazzo Schiaparelli.

 

 

Ben poco, apparentemente, si nota di diverso dalle precedenti collezioni puramente Couture della maison che ancora coniuga il surrealismo della fondatrice con il realismo contemporaneo, ma avvicinandosi ed addentrandosi nella FW23 si denota un mutamento sorprendente. Dal taglio fluido al nero totale, alternato ai migliaia di accessori dorati, la FW23 di Schiaparelli di Daniel Roseberry riprende i suoi simboli e suoi miti, e in questo primo atto semplicemente riconferma l’immaginario della maison, ma spogliandolo di quella pesantezza dell’elitarismo couturiale.

 

Il designer rivela: ‘’vorrei portare il prêt-à-porter a un livello diverso da quello della Haute Couture, senza rinunciarvi. Vorrei avvicinare il mondo di Schiaparelli a quello quotidiano’’.

 

 

Un’impresa considerevole se si ripercorre la storia della maison, che sin dagli esordi rese noto il suo intento di ‘’artisticizzare’’ tutto quello che circonda l’uomo nella quotidianità, attribuendo a quest’ultima una nota giocosa quanto concettuale. Ma ‘’il concetto non si perde, si attualizza’’, spiega a tal proposito Roseberry, che dal suo arrivo nel 2019 ha sempre delineato per Schiaparelli un percorso in divenire, senza perdersi nelle mura storiche dell’archivio, ma al contrario creando un contrasto tra il prima ed il dopo, e quest’ultima FW23 ne è la dimostrazione.

 

Le giacche in denim si riducono di dimensioni, i pantaloni dal taglio sartoriale accompagnano stivali neri in pelle con inserti dorati, e la borsa spazia in forme e taglie, pur sempre rispondendo alla legge dell’utilitarismo.

È proprio quest’ultima categoria, la borsa, ad essere il simbolo di questo mutamento, spiega Roseberry, che in occasione della FW23 presenta la nuova ‘’Schiap’’. Già dal nome ricorda un’abbreviazione vicina al linguaggio delle nuove generazioni, che traduce l’immediatezza della sua pronuncia nelle dimensioni ridotte di una bag rigata in pelle a rilievo, con il logo a forma di fessura posta a chiusura del modello. Nostalgica? No, diremmo più pratica, perché non è impresa da poco quella di alleggerire un repertorio, come quello surrealista, di applicazioni e lavorazioni. Una rilettura a forma di borsa di quel mutevole equilibrio tra identità (quella di Schiaparelli) e contemporaneità.

 

E se nel frattempo i grandi compratori si domandano se esista un mercato ‘’ad incrocio’’ tra Crouture e prêt-à-porter per tutto questo, il direttore creativo e la maison continuano sulla strada del possibile, come fece nel 1927 l’impavida fondatrice quando creò la maglia Trompe L’Oeill, simbolo dell’ascesa della maison, che per prima rese indossabile cioè che ai tempi era considerato come un ‘’disegno su tessuto’’.

 

Così la mitologia che ha ravvivato lo Schiaparelli di Daniel Roseberry non scompare nel pret-a-porter, ma si contamina con la favola moderna, quella che si rinnova giornalmente, e che vede la donna come protagonista di narrazioni ready to wear.

www.schiaparelli.com

 

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Il viaggio verso casa di Burberry nella prima campagna di Daniel Lee https://www.waitfashion.com/viaggio-verso-casa-burberry-nella-campagna-daniel-lee/ https://www.waitfashion.com/viaggio-verso-casa-burberry-nella-campagna-daniel-lee/#respond Thu, 23 Feb 2023 12:04:25 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=122170 A pochi giorni dal debutto della nuova direzione creativa di Burberry ,affidata all’inglese Daniel Lee, il brand rilascia la prima campagna con abiti d’archivio,  in una rilettura dei codici del brand. Ben lontana dall’immagine posta ad unione tra sartorialità e street culture alla […]

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A pochi giorni dal debutto della nuova direzione creativa di Burberry ,affidata all’inglese Daniel Lee, il brand rilascia la prima campagna con abiti d’archivio,  in una rilettura dei codici del brand. Ben lontana dall’immagine posta ad unione tra sartorialità e street culture alla quale Riccardo Tisci ha dedicato ben 10 collezioni, la nuova comunicazione è un tributo alle subculture della terra d’origine, la tumultuosa Londra, e a quell’estetica sleaze nata agli albori degli anni 90, quando l’iconico check era sinonimo di tradizione e provocazione.

Così gli scatti 90s che esibivano la stampa posta a fodera di lunghi trench in gabardine indossati da una ventenne Cindy Crawford nelle prima campagne di Christopher Bailey, ora lasciano spazio ad una line-up di volti noti che si preannunciano come nuovi ambassador del brand: Skepta, Vanessa Redgrave, John Glacier, Liberty Ross, Lennon Gallagher, Shygirl, Jun Ji-hyun e Raheem Sterling. Giovani, (poco) ribelli e british, sono loro a rappresentare il domani di Burberry che compie più di cento anni, ma che imperterrito non si arresta al mutamento generazionale, come richiama la storica dicitura ‘’prosum’’ (‘’avanti’’), a sostegno di uno story telling che continua.

House friends e icone contemporanee riempiono lo spazio di scatti realisti ed estemporanei realizzati nei luoghi simbolo della capitale inglese da Tyrone Lebon, firma fotografica ben nota al neo arrivato Lee che lo richiama dopo diverse collaborazioni, affidandogli la comunicazione visiva. Ad accompagnare le foto appare anche il nuovo logo Equestian Knight, recuperandolo dagli archivi fotografici risalenti alla prima direzione creativa di  Bailey ed all’ultima di Tisci che lo usò per la scorsa collaborazione con Supreme.

‘’Vogliamo ricordare al nostro pubblico che Burberry è una storia che non si interrompe, ma si lascia scrivere dalle nuove generazioni’’ spiega il CEO Jonathan Akeroyd, ribadendo la vicinanza di Daniel Lee alla GenZ e preannunciando un nuovo periodo per il brand inglese che vuole raggiungere i cinque miliardi di vendite annuali. A sostenere l’impresa economica c’è la nuova produzione di borse con un ampliamento della categoria, il recupero del heritage, e la contaminazione 00s: tutte mosse strategiche per un nuovo riposizionamento nella fascia giovanissima, definita da Akeroyd come ‘’propulsore del domani’’.

Tradizione, contaminazione, ed englishness sono le tre parole che meglio spiegano l’arrivo di Lee da Burberry, ma la domanda persiste: sarà lui quello giusto per una nuova lunga e proficua tenure del brand? Sicuramente ora il brand è più british che mai, dagli uffici alla produzione.

www.burberry.com

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Director’s Cut: i maestri ribelli per Saint Laurent https://www.waitfashion.com/directors-cut-maestri-ribelli-saint-laurent/ https://www.waitfashion.com/directors-cut-maestri-ribelli-saint-laurent/#respond Mon, 30 Jan 2023 14:14:36 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=121985 In un tempo in cui l’immagine è tutto, c’è chi questa la fa parlare, ma sopratutto la ‘’veste’’. Nella sua ultima campagna SS23 intitolata Director’s Cut, Saint Laurent non affida le proprie parole agli scatti di modelli, ma allo sguardo […]

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In un tempo in cui l’immagine è tutto, c’è chi questa la fa parlare, ma sopratutto la ‘’veste’’. Nella sua ultima campagna SS23 intitolata Director’s Cut, Saint Laurent non affida le proprie parole agli scatti di modelli, ma allo sguardo cinematografico, rigorosamente in bianco e nero, dei maestri ‘’ribelli’’ della pellicola contemporanea. Sfuggenti, alteri, quasi infastiditi da un obbiettivo fotografico volto a catturare un occhio semichiuso, una bocca pendente e una mano nascosta, narrando loro, i protagonisti, per la prima volta lontani dalla macchina, e ora nel vivo della scena: David Cronenberg, Jim Jarmusch, Pedro Almodovar, Abel Ferrara sono i nuovi divi inaspettati del noir della maison.


David Sims
, autore degli scatti, guidato dal direttore creativo Anthony Vaccarellosi concentra sull’espressione accentuata dal silenzio fisico di una imperturbabile staticità, e l’abito sembra quasi sparire, diventando cornice, costume e scenografia nel medesimo tempo. ‘’L’abito è un costume che non conosce ripresa, non ricerca l’obbiettivo della camera, ma lo sguardo di chi lo indossa’’ spiega Cronenberg avvicinando il dibattito sull’esistenza di un cinema che si serve della moda ad un’altro sul ruolo della moda come costume scenico intessuto dell’esperienza. La comunicazione è resa efficace da un uso minimale dell’abito: i registi non indossano abiti di spicco della collezione, ma si adagiano su cappotti e maglie che semplicemente riaffermano l’immagine del ruolo del director, a volte nascosta dietro la cinepresa, a volte, come in questa, si mostra, sempre però, non rivelandosi del tutto, in fondo sono loro a conoscere la macchina, e sanno ‘’come prenderla’’.

Un equilibrio tra esposizione e introspezione, che guida l’occhio del pubblico in un noir avvincente. La campagna rappresenta il continuo dello story telling filmico al quale Vaccarello affida la sua comunicazione, un tributo velato alle amicizie del fondatore degli anni 70.

www.ysl.com

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La creatività tra regola ed estro https://www.waitfashion.com/la-creativita-regola-ed-estro/ https://www.waitfashion.com/la-creativita-regola-ed-estro/#respond Sat, 07 Jan 2023 11:51:45 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=121968 In un dibattito continuo sulla creatività, ci si domanda ancora quante forme ed espressioni esistano di questa. La risposta non è quantificabile in una cifra finita, perché la creatività di per se appartiene alle ‘’cifre del possibile’’, come spiega Alexander […]

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In un dibattito continuo sulla creatività, ci si domanda ancora quante forme ed espressioni esistano di questa. La risposta non è quantificabile in una cifra finita, perché la creatività di per se appartiene alle ‘’cifre del possibile’’, come spiega Alexander Fury, ma esistono (nella moda) due macro gruppi nei quali collocarla: quella guidata e quella propria, che corrispondono rispettivamente alla figura del direttore creativo alla guida di una maison e a quella del designer fondatore del suo omonimo brand. Apparentemente simili, queste due professioni differiscono in regole ed imposizioni, spaziando dalla totale presenza di linee guida alla totale assenza. Una questione antica, ben nota negli ambienti dell’arte e design, che non sembra risolversi in un tempo breve.

Sono diversi i nomi noti che hanno saputo cogliere l’eredità artistica del brand una volta arrivativi, e su questa lavorare per poi ridare lustro alla maison, così da stabilire sin da subito un percorso che camminasse in parallelo con la storia del marchio. Da un ‘’never old’’ Tom Ford alla direzione creativa di Gucci, colui che ha avviato il brand al pret-a-porter, e che ha saputo cogliere dall’ampio archivio fino a quegli anni fatto di pelletteria, valigeria e accessori l’identità di Gucci, coniugandola all’estetica 90s, dominando la scena. Fino ad arrivare ad un più recente Nicolas Gasquiere che con un approccio graduale e non invasivo, ha permesso a Louis Vuitton di fare il grande salto nel futuro, cogliendo l’anima trasformista della maison che, sin dai primi tempi di Marc Jacobs, ha sempre lavorato sulla contaminazione artistica, antesignano della contemporanea definizione di ‘’collaborazione’’, la moda si è costruita in un rapporto di coesistenza tra ‘’regola ed estro’’. Ma quando la guida diventa imposizione, il fragile equilibrio che lega il creativo alla maison d’appartenenza viene inclinato da un mercato sempre più decentrato con più richieste, che ricerca nel presente i risultati del domani. Così i giornali parlano di Alessandro Michele che cede l’onerosa guida di Gucci ad un inimmaginabile successore, proprio perché il CEO richiede un passo in più che Michele ritiene prematuro, ed ancora uno più storico Jean Paul Gautier che lascia ai nuovi talenti la guida stagionale della maison, perché ormai ‘’too old to be cool’’. Ma non è nel passaggio di mano a vivere la sconfitta, ma nell’accettazione del progresso ha risiedere il successo e la sopravvivenza della creatività. Basti guardare al post Chanel senza Gabrielle, con un brand che riscopre di collezione in collezione la biografia della sua fondatrice, ma anche alle annate di Dior: dalla teatralità di Galliano al femminismo di Maria Grazia Chiuri, ognuno interprete dell’identità in una sua propria lingua, formatasi dalle esperienze personali del direttore creativo, che in un certo senso contaminano l’heritage del brand.


Eppure tutta questa innovazione sembra allentare la presa del mercato che vuole essere guidato in una crescita e non trasportato nell’immediato futuro. Come riporta il Financial Time la moda richiede certezze, e così i pochi ma resistenti designer che decidono di portare avanti il proprio brand, senza affidarsi ad una creatività imposta e guidata, si ritrovano a confrontarsi con le mura del profitto, ma ancor prima con gli investitori che si rifugiano nei grandi nomi. Questa fuga di fondi di investimento non è data da una scarsa fiducia nel futuro, ma più dalla consapevolezza del tempo richiesto per consolidare il nome di un nuovo brand per poi potersi posizionare alla pari dei colossi storici. Ma la creatività, quella spontanea, viene ancora protetta e sostenuta, e sono proprio i grandi nomi come Valentino e N21 ad offrire il loro supporto alle nuove generazioni, come Act N1 e Nensi Dojaka, con spazio per allestire gli show, media coverage, e fondi di ricerca. Anche grazie a piattaforme come Gucci Vault nate per dare una luce in più a quei neo brand in cerca del loro spazio.

Fiducia, sperimentazione ed un immancabile occhio sul domani permettono il progresso della creatività, che si impossessa dell’esperienza per immaginarsi unica e diversa.

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Kanye West: genio e sregolatezza? https://www.waitfashion.com/kanye-west-genius-and-recklessness/ https://www.waitfashion.com/kanye-west-genius-and-recklessness/#respond Mon, 17 Oct 2022 10:29:20 +0000 https://www.waitfashion.com/?p=121862 Genio e sregolatezza? Forse, ora, sarebbe più corretto riformulare questo mutabile binomio, andando a dividere le parole, già di loro, per significato, ben distinte. Da una parte la genialità fatta di inspiegabile emotività ma non per questo priva di guida […]

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Genio e sregolatezza?
Forse, ora, sarebbe più corretto riformulare questo mutabile binomio, andando a dividere le parole, già di loro, per significato, ben distinte. Da una parte la genialità fatta di inspiegabile emotività ma non per questo priva di guida e regole. Dall’altra parte l’assenza di regole: una vera e propria anarchia creativa concessa a pochi, perché come un mostro raro è difficile da domare. In questo dizionario creativo, ormai da diversi anni, è stato classificato Kanye West, detto anche Ye, il quale per primo si va a riporre, elogiandosi da solo a ‘’l’uomo del domani’’ (una sorta di guida per l’umanità smarrita), sotto il verbo del futuro. Un domani assecondato da notorietà smisurata e successo mediatico che lo hanno portato ad avere milioni e milioni di seguaci, follower della vita di tutti giorni, disposti ad annullare in nome dell’hype, i principi personali.

Ma è realmente così? Siamo realmente capaci di affidare ad una figura così contraddittoria il nostro giudizio estetico ed etico? La risposta è molto più articolata di un secco si e di un secco no, perché scavando a ritroso dobbiamo ricordare che è stato il suo stesso pubblico ad elargirlo con onori ed oneri e che ora sembra richiedere indietro la corona.

Era il 2008, quando durante la stagione degli show di Parigi, un giovane gruppo di ‘’black lives’’ protestava, silenziosamente, fuori dai grandi nomi della moda perché nelle maison erano pochi se non inesistenti i designer di pelle ‘’non chiara’’. Tra questi vi erano West e Virgil Abloh, i quali avrebbero un domani raggiunto posizioni elevate in un sistema che definiremmo più inclusivo. Già da quel momento West avrebbe coniato una moneta di scambio con il pubblico, che non sempre si vedeva usare nella moda che per quanto ideale risponde sempre alla pratica e spudorata legge del mercato, ovvero la verità celata, quella che nessuno vuole narrare, ma che solo lui è determinato a mostrare, fatta di denuncia ed emancipazione sociopolitica. E da lì un susseguirsi di collezioni del suo brand Yeezy, che, tra colori neri e rosei, quasi a seconda pelle, e forme over boxing, propugna un messaggio di rivoluzione, che lui annuncia a nome di una speranza incessante, che però dagli ultimi eventi appare segnare un’involuzione, cioè un ritorno indietro, verso le origini, che a guardarle ora sembrano così distanti e diverse, mutate al passo dei tempi.

Le maglie ‘’white lives matter’’, lo show fatto di giovanissimi appena compiuti i dieci anni, i cori mistici che risuonano tra shapes ‘’ispirate’’ dai grandi maestri come Rei Kawakubo e Yamamoto: ma, allora, non doveva essere lui la guida verso il progresso e l’apertura? Dove sono finiti i principi liberali? Non è dato sapersi, forse sono stati smarriti lungo un percorso che non ha mai incontrato un confronto ed un ostacolo, continuamente elogiato dai media e amato dalle firme dello star system del quale ricordiamo far parte, da ancor prima del suo arrivo nel regno dell’abito, in veste di cantante. Solamente ora la press coverege sta allentando i propri rapporti con il designer, il quale non manca in scontri social, come quello rivolto a Lynette Nylander, executive editorial director di Dazed Media, che lo aveva definito un uomo irrisorio dai principi volubili, al quale West ha risposto con illazioni e critiche, proprio lui che l’aveva invitata come guest al suo ultimo secret show.

Una poetica dell’assurdo alla Kanye West dove tutto ha un espediente morale ed è volto ad un insegnamento che non può e non deve giustificare il mezzo.

Tra verità e alterazioni del vero, Kanye West, per gli amici detto anche lo ‘’Steve Jobs della moda’’, non è altro che una riconferma di quanto il potere risieda nel pubblico che in pochi e semplici gesti, dall’acquisto al post su Instagram, può consolidare un meccanismo accentrativo sul singolo, eletto a sovrano di una realtà sdoppiata con la quale dobbiamo fare i conti.

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