Fast fashion sostenibile? Per molti un paradosso, ma negli ultimi anni, con un mondo della moda sempre più sensibile ai temi della sostenibilità, l’azienda spagnola Mango ha messo in moto la prima, vera ‘rivoluzione green’.

L’industria del fast fashion ha rivoluzionato la moda: da una parte l’ha resa democratica e accessibile, dall’altra, ha alimentato una corsa al consumo e ha dato vita ad una “società dello sperpero” e dello spreco, perdendo di vista l’emergenza ambientale che sembra aver condannato inesorabilmente il nostro pianeta.
L’abbigliamento, infatti, era considerato responsabile, secondo i dati più recenti, almeno del 10% dell’inquinamento del pianeta posizionandosi come il secondo settore ‘più tossico’ dopo quello petrolifero. E, non è un caso, perché circa il 35% delle microplastiche che popolano gli oceani e contribuiscono a creare le cosiddette ‘isole galleggianti” è attribuibile alle fibre sintetiche, derivanti proprio da un sottoprodotto del petrolio (virgin nafta).

Insomma, la situazione apocalittica provocata dall’industria della moda, difficile da sintetizzare in poche righe, è nota. E fa male pensare che molti brand si siano posti il problema della sostenibilità solo dopo anni di consumi sfrenati.
Ma come si è andato sviluppando questo crescente interesse per l’ecologia?
Molte aziende, in particolare quelle del lusso, hanno optato per iniziative sostenibili, ma molto gradualmente, diluendo ogni piccolo passo avanti, nel tempo. Altre, invece, si sono buttate immediatamente nell’impresa ‘verde’, ma senza grande convincimento. Molte delle loro proposte, infatti, si sono rivelate solo astute tattiche di “greenwashing” attraverso la promozione di capsule collection ‘sostenibili’, ma occasionali.
Proprio per questo si parla di incompatibilità tra ambiente e moda, perché spesso l’attenzione all’emergenza climatica è superficiale e scettica, soprattutto da parte dei big del fast fashion, poiché in pochi hanno iniziato a rivedere davvero i diversi segmenti che compongono lo sviluppo di un prodotto, dalla materia prima al trasporto.
Ma ora vi starete chiedendo: “Davvero, dopo aver alimentato la “corsa al consumo”, c’è qualcuno nel fast fashion che si è approcciato ‘sinceramente’ ai temi della sostenibilità?”. Credo proprio di sì, altrimenti non avrei usato il termine “rivoluzione”, di cui il caso più significativo è quello di Mango.
L’azienda è l’unica ad aver alzato l’asticella della sostenibilità ponendosi l’obiettivo di diventare 100% green nel 2022: obiettivo che già si è dimostrato realizzabile e che stupisce, poiché l’azienda, con sede a Barcellona, era considerata tra le più inquinanti fino al 2015.

Questo, step by step, l’iter della sua evoluzione green:
- Nel 2015 nasce Second Chances, il progetto di raccolta di capi di abbigliamento e scarpe usate in diverse parti d’Europa, che ha portato a una raccolta di ben 10 tonnellate nel 2018.
- Nel 2016 l’azienda presenta “Take Action”, il nuovo modello di business in linea con criteri di sostenibilità e processi a minor impatto ambientale. Il progetto è sostenuto dal lancio di “We Are Committed”, la collezione che incorpora ogni anno nuovi capi eco-friendly firmati Mango.
- Fra il 2017 e il 2018 il numero di capi realizzati in modo sostenibile si raddoppia, con particolare attenzione alla riduzione delle microplastiche, dei coloranti artificiali e della lana mohair, che secondo PETA prevede tecniche crudeli per ottenerla dagli animali. Anche le fibre diventano sostenibili. Vengono introdotte: lana riciclata, viscosa, modal, lyocell. L’azienda ne aumenta la produzione di anno in anno, ponendosi un altro ambizioso obiettivo: raggiungere il 50% di cotone di origine sostenibile nel 2022.
- Mango partecipa dunque a Better Cotton Initiative, per rafforzare il proprio impegno nell’aumento del cotone di derivazione biologica all’interno delle collezioni, con particolare attenzione ai tre pilastri della sostenibilità: ambiente, diritti umani e fattore economico.
- Nel 2019 Mango, insieme ad altre 23 aziende firma il ‘Fashion Pact’, l’intesa che mira a ridurre al minimo l’impatto ambientale dell’industria tessile concentrandosi sul clima, la biodiversità e la protezione degli oceani. Nello stesso anno, l’azienda dichiara di aver prodotto 18 milioni di capi con caratteristiche sostenibili, il doppio rispetto all’anno precedente, e prevede inoltre di aumentare l’uso di poliestere riciclato nei suoi capi fino al 50% entro il 2015.
- L’attenzione per le fibre porta l’azienda ad un altro progetto innovativo nel 2020: aumentare la quota di fibre sostenibili nelle collezioni al 100% entro il 2025. Durante lo stesso anno, Mango si unisce alla Sustainable Apparel Coalition che ha come obiettivo quello di promuovere le buone prassi nella catena di fornitura e misurare l’impatto ambientale e sociale dei marchi, con lo scopo sempre più mirato di voler trasformare il marchio in una casa di moda ‘sostenibile’.
- Dal 2020, l’azienda elimina circa 160 milioni di polybag, i sacchetti di plastica utilizzati per gli imballaggi dei capi, sostituititi con della carta velina realizzata con pasta di cellulosa naturale proveniente da fonti rinnovabili.
- Di recente, l’azienda annuncia che il 79% dei capi di Mango fa parte della collezione Committed e l’azienda prevede di raggiungere il 100% entro il 2022, con capi realizzati da cotone 100% sostenibile e poliestere riciclato al 50% entro il 2025. Entro il 2030 Mango prevede di avere il 100% di fibre biodegradabili. Inoltre, dichiara di aver donato 385.000 capi e accessori da riutilizzare o riciclare, con l’impegno di dare una seconda vita ai rifiuti tessili dagli stock dell’azienda. Toni Ruiz, CEO dell’azienda, afferma: “Siamo determinati a continuare a lavorare per diventare un’azienda sempre più sostenibile. Ecco perché stiamo facendo grandi passi in progetti molto ambiziosi che ci permetteranno di ridurre al minimo il nostro impatto e raggiungere gli elevati obiettivi di sostenibilità che ci siamo prefissati”.

Siamo consapevoli della buona volontà dei grandi brand di lusso di adottare un comportamento sempre più etico. Le iniziative sono evidenti. Ma la rivoluzione vera e propria deve avvenire nei giganti dell’abbigliamento come Mango, che producono capi acquistati da milioni di persone, per far si che la situazione impattante della moda possa vedere risultati davvero concreti a breve termine.
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